fbpx
lunedì 30 novembre 2020
Logo Identità Insorgenti

ANNIVERSARI

Pino Daniele è sempre qui con noi

Identità, Musica | 5 Gennaio 2020

Il 4 gennaio del 2015, alle porte dell’Epifania (parola di origine greca che significa manifestazione del divino) se ne andava Giuseppe Daniele, detto Pino, chiamato Pin8 dai parenti e dagli amici più cari, nato a Napoli, nel quartiere Porto, nel 1955.

Sono cresciuta con due personaggi di enorme spessore, Massimo Troisi e, appunto, Pino e sento di doverlo ricordare ancora. Quella sera, Pino Daniele, cardiopatico, ebbe un infarto nella sua casa in Toscana. Giunto a Roma, al Sant’Eugenio, fu dichiarato morto dopo le dieci. Oggi è uno dei simboli più potenti della napoletanità, una forza che va oltre l’ambito musicale, incastonata nel tempo grazie alle sue canzoni (soprattutto quelle della prima ora), pezzi potenti che furono per la sua generazione prima pugno nello stomaco e poi canto di riscatto e libertà. Come a Massimo Troisi, non smetterò mai di essergli grata per aver contribuito alla lotta contro i pregiudizi verso il sud. Una battaglia ideologica, di costumi e di indignazione contro chi offendeva senza motivo, spesso senza capire il perché degli attacchi.

La battaglia di Pino è stata linguistica e sociale, come quella di Troisi: c’era la volontà di affermare una cultura all’interno di un’altra, forte e, al limite, concentrica ma non per forza complementare. I due esplorarono lo stesso concetto di rinnovamento da due prospettive diverse: Pino con il blues, il folk, il nuovo napoletano e Massimo con la trasformazione culturale della maschera(e) napoletana. Linguaggi inediti, bellezza compositiva e strutturale nuova e assoluta.

Scrivere di lui pensando di non dover fare i conti con una rinnovata commozione è difficile. Molto. C’è poco da dire che non sia già stato detto, però sono le emozioni quelle che ci interessano e che ci causano un colpo al cuore a ogni nuovo murales che colora un vecchio muro di Napoli o a qualche evento nel quale speriamo di ritrovarlo, per poi uscirne con il cuore a pezzi e la consapevolezza che musicalmente a Napoli siamo rimasti dov’eravamo.

Il blues e le influenze americane assorbite poco più che ventenne nei locali del porto vennero fuori già nei primi pezzi insieme a quella strana “parlesia” napoletana, una trovata linguistica che fondeva un inglese maccheronico al napoletano di strada di Pino e degli altri musicisti, il tutto espresso da quella voce sottile ma emotivamente potentissima. Di fatto, un nuovo linguaggio, complicato e innovativo, nato da un processo di ricerca specifica che ambiva a farsi comprendere da chiunque attraverso un codice emotivo universale. Era nata una lingua nuova, quasi clandestina: il napolenglish.

Con Pino se n’è andato il grande rinnovatore della canzone napoletana d’autore degli ultimi cinquant’anni. Un musicista contestatario in grado di intrecciare magnifiche armonie nelle sue composizioni, il poeta di una Napoli che voleva cambiare. L’erede inconsapevole dei più grandi autori napoletani, una bandiera locale, ma anche un personaggio internazionale. Prima di lui, la Napoli percepita dal mondo era essenzialmente quella teatrale, legata all’insopportabile stereotipo da cartolina.

Ma ecco che arriva il Neapolitan power a cercare una sintesi fra la tradizione e il blues, tra l’Africa e le contaminazioni di altri generi e parti del mondo. Da Pino in poi la musica di Napoli avrà una nuova vita e godrà di un’attenzione diversa, forse più ossequiosa. Pino è assurto a simbolo di una generazione artistica che ha saputo raccontare Napoli nei suoi aspetti più profondi, tratteggiando in maniera struggente il fascino e la filosofia di questa terra in tutto il mondo. È stato sostanziale per la cultura italiana, simbolo della rappresentazione e dei valori della napoletanità intesa come messaggio totale. Chi l’ha conosciuto ne parla come di un uomo sensibile e gentile, qualità venute fuori soprattutto nella seconda parte della sua vita, quando ha cominciato a sperimentare e ha smesso di essere così arrabbiato, quando il suo linguaggio è diventato meno feroce, quando si è addolcito, quando, qualcuno dice usando una brutta parola, si è imborghesito. Ma a lui si perdona tutto, sempre, per definizione. E, mi dispiace, non si è mai imborghesito, casomai si è calmato e ha guardato in altre direzioni.

Noi oggi siamo oppressi dalla volgarità immotivata, mentre Pino Daniele rappresentava la Napoli che vorremmo ancora e che invece ci sfugge sempre più. Forse quando, a un certo punto, è diventato una star della musica italiana, Napoli non gliel’ha perdonato. E lui era un vulcano, in grado di fronteggiare folle enormi, emotivamente difficili da gestire, ma non per lui. No, le sue erano celebrazioni pop che hanno toccato tutti i generi, passando per la world music fino all’ultimo arab rock, segno di contaminazione musicale, ma anche di attenzione alla politica e all’attualità. Certo, aveva avuto anche un’evidente deriva pop, andava al Festivalbar e scriveva pezzi che piacevano alle radio (che, infatti, trasmettevano a manetta) e di conseguenza alle nuove generazioni, creando agitazione tra i puristi. Anch’io rimasi sorpresa da quest’originale cambio di direzione, ma poi lo “perdonai”. Pino poteva tutto, anche un insolito recap delle radici e delle contaminazioni.

E comunque io la detesto, la retorica sentimentale degli anniversari, però la mancanza di Pino si sente, in un panorama sconsolante che si nutre di poco.

Fu negli anni Settanta che ascoltai il suo primo pezzo, alla radio: Yes I know my way. Forse sono nostalgica, magari ho un occhio soltanto sentimentale, forse ho bisogno di un idolo da venerare, però quanto mi mancano quella rabbia e quello sguardo inquieto e avvilito sulla città, così lontani dall’oleografia leziosa di una Napoli finta, che non è mai esistita e che serve solo a chi vuole raccontarla come perenne lotta tra disagio e bellezza. Da quando non ci sei più, Pino, noi ti ascoltiamo in un loop ormai illimitato come i giga a Natale, e menomale, e m’incacchio quando leggo commenti prevedibili su te o su Napoli che sviliscono tutto il lavoro di sprovincializzazione che hai fatto. Penso: che peccato che non ci siete più tu e Massimo Troisi, gliene avreste dette quattro a dice sciocchezze. E poi mi mancano i personaggi delle tue canzoni, da Furtunato, che tene ‘a roba bella a Donna Cuncetta, che nel suo tuppo nero si trascinava dietro tutte le paure di un popolo che cammina sotto ‘o muro, in cerca di riscatto sociale.

Pino Daniele ha da sempre provato nei confronti della sua città un amore straziato e rabbioso, come tutte le vere grandi passioni. A soli diciotto anni scrisse l’inno per quella sua città, Napule è, che i tifosi intonano spesso prima di ogni partita al San Paolo. Le parole che ogni napoletano conosce a memoria sono una dichiarazione d’amore di chi conosce i difetti dell’amata: “Napule è nu’ sole amaro, Napule è addore ‘e mare. Napule è ‘na carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a’ ciorta”. A’ ciorta, la sorte, la fortuna, il destino. Come a dire che a Napoli si vive nella rassegnazione, nella continua attesa di una soluzione ai problemi.

Quanto ci manca il chitarrista che canta, come lui stesso si definiva. Diverso da tutto quanto si era visto prima, gli piaceva dare del tu al pubblico, che considerava una sola cosa. Quello tra lui e la gente era un rapporto fra due entità, due energie che si confrontavano di continuo. Aveva fatto innamorare un dj molto noto dell’epoca, un certo Renzo Arbore, con la sua canzone sulla tazza di caffè, uno dei primi pezzi di denuncia senza giri di parole sui problemi della città sui quali le istituzioni sorvolavano sempre. E poi, come si diceva, quell’inno meraviglioso che è Napul’è, il manifesto sociale di una città che voleva ribellarsi alla dittatura del negativo.

Da molti anni Pino Daniele aveva lasciato Napoli per vivere tra Roma e la Toscana, ma quando tornava nella sua città ogni concerto era sempre un trionfo. Come tutti gli amori violenti, però, quello fra lui e Napoli è stato un amore vero di cui lui si è impregnato fin da ragazzino arrivando fino al blues, la musica che lui ha saputo immettere nella grande tradizione melodica partenopea, creando quello stile che lo ha reso artista unico e irrepetibile.

Insomma, un po’ re e un po’ Masaniello, performer e compositore, è certo uno dei personaggi che Napoli non dimenticherà mai. La sua musica continua a suonare per le vie della città e nei cuori degli abitanti. Nelle strade, nei bar, nelle case, nel traffico del Rettifilo all’ora di punta. Il cuore pulsante della città è quello in cui è nato il Pino musicista, quello che ancora bambino restava stregato al porto di Napoli dalle musiche degli americani. Ma Pino non è diventato come loro: ha preso quello che gli serviva e l’ha fuso con la tradizione realizzando un nuovo genere, tra cui il Tarumbò fatto di tarantella e blues, senza filtri e senza confini. Già il blues. Lui lo amava. Ai concerti, se qualcosa andava storto, diceva sempre: “Nun damm retta, facimmece nu’ blues”. Ecco Pino, io ti ricordo così. La tua libertà, personale e artistica, mi ha insegnato parecchio. La tua assenza è dunque soltanto fisica, anche se mi manchi, e ci manchi, tanto, troppo, oggi ancora più di ieri. E sentire Je so pazzo dagli stereo dei ragazzi sotto casa che si preparano a festeggiare il Nuovo Anno, dopo aver ascoltato Could you be loved e Guantanamera, vuol dire che sei proprio qui con noi.

Claudia Verardi

Illustrazione di Ida La Rana

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 5 Gennaio 2020 e modificato l'ultima volta il 5 Gennaio 2020

Articoli correlati

Identità | 30 Novembre 2020

LA LETTERA

Perché Napoli piange per Maradona

Identità | 30 Novembre 2020

IL COMUNE

Avviato l’iter per l’intitolazione: il San Paolo sarà lo Stadio Diego Armando Maradona

Identità | 29 Novembre 2020

MARADONA

Vivremo sempre nel tuo nome Diego, “Il Barba” capirà

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi