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ANOMALIA NAPOLI

L’abisso tra zapatismo partenopeo e neoborbonismo che sfugge agli analisti “italiani”

Attualità, Mondo, NapoliCapitale, Politica | 8 Giugno 2016

zapatismo napoli

 

 

I pochi giorni che separano Napoli dal ballottaggio saranno impreziositi, come lo sono già, da analisi politiche che entreranno, di diritto, nella grande antologia del subgiornalismo lombrosiano. Ha cominciato l’immancabile Saviano su Repubblica confermando, laddove ce ne fosse la necessità, che Napoli è più bravo ad inventarla che a raccontarla.

Problema antico, vecchio quanto la  colonizzazione sabauda dopo la quale si è passati dalla descrizione estasiata della complessità partenopea da parte delle più grandi intelligenze europee alla costruzione del mito della città degradata e degradante, parassitaria, emblema della “questione meridionale” (concetto alieno alla politologia preunitaria perché fondante la mitologia unitaria stessa).

L’italia ha bisogno di etichette da apporre su ciò che non comprende e preferisce, ancora una volta, fare un caso di Napoli piuttosto che prodursi in una sana autocritica.

La rivoluzione Partenopea, popolare e transociale, va disinnescata da chi la teme con ogni argomento. Saviano ne offre una summa dimostrando la consueta dimestichezza nella narrazione antologica.

L’affermazione di De Magistris, che ha doppiato gli avversari più rappresentativi ed ha conquistato la maggioranza in otto municipalità su dieci (e c’è chi ancora sostiene che Napoli sia divisa tra periferie e centro), viene ridotta ad un episodio collaterale della lotta di potere endopiddina che ha favorito lo “zapatismo in salsa napoletana” ed un revanscismo di sapore neoborbonico e paraleghista.

L’analisi dei concetti sopra esposti evidenzia il limite dell’italianità incapace di mettersi in discussione e comprendere i fenomeni mentre accadono.

Qualunque candidato del PD non avrebbe avuto speranza con il Sindaco uscente. Venti anni di disastri, una classe digerente, anziché dirigente, capace solo di occupare posizioni di potere, connivenza con il malaffare, compravendita di voti anche nelle elezioni endopartitiche, non si cancellano con un buon candidato laddove il PD sappia esprimerne.

Ciò che viene strumentalmente liquidato come revanscismo neoborbonico, paraleghismo, invece, è una più ampia presa di coscienza identitaria.

Dopo secoli di induzione alla minorità attraverso la costruzione del mito risorgimentale, la colonizzazione economica, il lombrosismo caratterizzante la storiografia e la cultura di regime, Napoli, grazie anche ad un’attività carsica di associazioni culturali meridionaliste attive dagli anni ottanta in poi, si è riscoperta Capitale morale mediterranea e rivendica il rispetto che le compete.

La riscoperta, il #riscetamento, come lo chiama chi la Città la vive e non la inventa, ha portato con sé orgoglio e rabbia.  Napoli è così. Sorniona, accogliente, sorridente, sensuale, ma capace di improvvisa reazione. Napoli è profondamente femmina e guerriera. Insorgente, brigantessa, peshmerga. Lo ha dimostrato nella storia ogni qual volta si è sentita profondamente violata. Dagli esiti della rivoluzione del novantanove alle quattro giornate, per citare alcuni esempi storici eclatanti, alla recentissima mobilitazione avverso il tentativo di sottrarle il Tesoro di San Gennaro, liquidata come folklore dai media italici.

In quest’ottica va visto anche il successo netto di De Magistris a Bagnoli. Il premier “del fare” ha strafatto e perso a Bagnoli perché l’ha violata ed inteso violarla commissariando ciò che doveva essere gestito, e sarà gestito, dal Territorio nel rispetto del principio di sussidiarietà previsto dalla Costituzione.

Renzi ha perso definitivamente ogni speranza di conseguire un risultato dignitoso a Napoli nel momento in cui si è chiuso nelle stanze della prefettura (ufficio dello Stato occupante per antonomasia) escludendo il Sindaco, espressione della Comunità, dalla catena decisionale.

Lo zapatismo in salsa partenopea, infine, è ciò che, forse, è meno comprensibile per chi si è privato, per convenienza o incapacità, dell’unica delle libertà possibili, quella di pensare ad un’alternativa ad una realtà distopica non rassegnandosi a sopravvivere. Il sistema capitalista transnazionale, apolide e globalizzatore è in crisi. Per crescere chiede una continua e profonda omologazione utile alla semplificazione dei processi economici fondati sul consumo. Un modo di consumatori uguali ad ogni latitudine che accetta, stordito, i processi nei quali è mera variabile di sistema e non protagonista del flusso della storia.

La politica sembra essersi rassegnata all’idea che questo sia l’unico modello possibile, Napoli no ed è naturale sia così. Napoli non è omologabile. La sua identità forte trasforma e digerisce dalle sue origini. Marginalizza ciò che tenta di imporsi come modello dominante (dai tempi di Roma al fallimento dei Mc Donalds).

Napoli è comunitarista, è un Io collettivo antidoto all’atomismo della modernità.

Napoli è solidale perché la sua è storia millenaria di apertura al mare ed alle sue genti. Non conosce la tentazione del respingimento di chi ha bisogno, o potrebbe averlo, tipico della cultura individualista di stampo anglosassone.

Napoli non è e non sarà mai leghista, Napoli è Napoli, ma tutto questo l’italia non lo sa.

Alessandro Cantelmo

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 8 Giugno 2016 e modificato l'ultima volta il 8 Giugno 2016

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