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La Magna Grecia al Mann: allestimento e restauri

Beni Culturali | 21 Gennaio 2019

Il 30 maggio viene inaugurata al MANN la sezione “Magna Grecia”. Chiusa dal 1996, il nuovo allestimento era stato affidato al compianto professor Enzo Lippolis della Sapienza di Roma, scomparso improvvisamente a marzo dello scorso anno.

Preview stampa di alcuni pezzi del nuovo allestimento

Al termine della conferenza stampa di presentazione di “MANN at Work” in cui è stata illustrata la programmazione del biennio 2019 – 2020, la stampa è stata accompagnata da Antonella Carlo dell’ufficio comunicazione del Museo nei laboratori di restauro del cosiddetto Braccio Nuovo. Lì il funzionario archeologo Marialucia Giacco ha illustrato i punti cardine del nuovo allestimento temporaneo e, in compagnia di due restauratrici, sono stati mostrati alcuni pezzi solitamente nei depositi e ora oggetto di lavori prima dell’esposizione al pubblico. Insomma una preview che è stata interessante sotto svariati punti di vista.

Criteri del nuovo allestimento della sezione Magna Grecia

“Il nuovo allestimento seguirà le più innovative forme di comunicazione museale. Si tenterà un nuovo tipo di approccio di studio della Magna Grecia cercando di mettere in evidenza i contatti, gli scambi e le interrelazioni che ci sono state a partire dal VII sec. A. C. fino alla romanizzazione avvenuta nel III a. C. tra le varie popolazioni dell’Italia meridionale, non soltanto greche ma anche etrusche e italiche. Si metteranno in evidenza i contatti che hanno definito l’identità tipica dell’Italia meridionale e della Magna Grecia.” – dice la dottoressa Giacco.

Storia della collezione

La sezione Magna Grecia fa parte delle collezioni storiche del Museo alla stregua delle collezioni pompeiane e più o meno comincia a formarsi nello stesso periodo, a metà Settecento.
Sono materiali provenienti dai principali siti della Magna Grecia acquisiti dal museo nel corso dei secoli passati. I materiali conservati sono però purtroppo solo una minima parte di ciò che fu scavato in questi siti perché molto fu perduto a causa della mancanza di una legge di tutela o comunque per “distrazione” dei funzionari di corte che erano più interessati al materiale degli scavi della zona vesuviana e di quella flegrea.
La dispersione di questo patrimonio si deve anche alla passione per i “vasi etruschi” (così come venivano chiamati) che furono resi celebri dalla ricca collezione Hamilton e dalle raffinate porcellane ad essa ispirate dall’inglese J. Wedgwood. Iniziarono a formarsi ricche raccolte private incrementate da scavi clandestini alcune delle quali poi confluirono nelle collezioni reali: la collezione Polignano, i grandi contesti tombali di Ruvo di Puglia, infine la collezione si arricchisce con la Raccolta Santangelo acquistata dal Museo nel 1865 grazie a Giuseppe Fiorelli.

600 saranno i pezzi in ceramica esposti

Circa 600 pezzi per quanto riguarda la ceramica saranno esposti nelle sale definite dell’ex collezione Borgia e che hanno ospitato durante il mandato di Giulierini, mostre – evento come “Amori divini” e “I Longobardi – Un popolo che cambia la storia”. Pur restando nei depositi per circa un ventennio, i vasi sono stati trovati in condizioni ottimali. Sono in corso di valutazione scelte da restauro ottocentesco che vanno riviste per una concezione diversa del restauro ma i due pezzi che ci hanno mostrato sono davvero di grande impatto e in ottimo stato.

Un centinaio i bronzi esposti nel nuovo allestimento di cui 3 presentati alla stampa

Per i bronzi da mostrare alla stampa sono stati scelti per la loro unicità 2 pezzi che provengono da Locri e una corazza anatomica che proviene da Paestum e che si data al IV sec. A. C. , corazze che generalmente venivano poste nelle tombe di personaggi di alto rango.

L’elmo

L’elmo è molto particolare perché ha le paragnatidi cioè i paraorecchie a forma di testa di ariete con occhi che sono resi in avorio. È un elmo molto raro. Si conoscono pochissimi esemplari dello stesso tipo tant’è che si è ipotizzato che potesse essere stato realizzato in un’officina dell’Italia meridionale legata a Locri.

L’armatura da Paestum

L’ armatura di Paestum ha elementi decorativi stupendi ageminati in argento intorno all’areola del capezzolo che dopo il restauro saranno ben visibili. Si sta facendo una pulitura chimica e in seguito se ne farà una meccanica, e si stanno stabilizzando i cloruri che determinano il cancro del bronzo e la conseguente distruzione del metallo. Per i metalli non c’è restauro che possa risolvere un processo di distruzione. C’è bisogno di una manutenzione costante ordinaria e straordinaria e di controllare i parametri termoigrometrici nell’esposizione, perciò anche la nuova esposizione dovrà tenere conto di questo. I pezzi pertanto andranno esposti o in teche climatizzate o con del materiale assorbente che cerca di prendere l’umidità in quanto è quest’ultima che determina la mineralizzazione e la distruzione del metallo. Si stabilizza solo il processo di degrado ma non si può eliminare, e si cerca di salvare le patine nobili in modo da proteggere il manufatto – ci ha spiegato con grande passione e professionalità Marina Vecchi.

L’Hydria

L’Hydria era un contenitore generalmente usato per l’acqua, sempre probabilmente un prodotto locale, se non propriamente locrese comunque realizzato in Magna Grecia, di straordinaria qualità sia stilistica che tecnica , insomma un pezzo di alto pregio. Tutto ciò ci racconta delle capacità e delle qualità acquisite dagli artigiani del tempo che erano in grado di realizzare tali capolavori. Risale alla prima metà del V sec. A. C. proveniente da Locri Epizefiri. Pregevole la decorazione delle anse: quella verticale conformata in basso a testa di Gorgone barbata con ali e braccia piegate fiancheggiata da cavalli in movimento, e in alto, all’attacco sull’orlo, a testa di leone; quelle orizzontali con attacchi a palmetta e una coppia di kouroi nudi contrapposti.
Su questa brocca sono state trovate delle interazioni e un restauro ottocenteschi. Un restauro mimetico ed invasivo per cui si è dovuto smontare il vecchio restauro e rieffettuarlo secondo i canoni moderni, e cioè una integrazione compatibile con il manufatto che è in metallo, che deve essere visibile e non mimetica utilizzando materiali non idrometrici (che non assorbono umidità) come invece sono il gesso dentistico e il gesso alabastrino i quali con il tempo assorbono umidità e rovinano il metallo. Cosa che nell’Ottocento non si sapeva.

Cos’è e a cosa serve il restauro

Il restauro è uno studio per capire sia come veniva fatto un tempo, creando a volte esso stesso problemi al manufatto, ma anche un modo per capire e conoscere, unendo le conoscenze del restauratore, dell’archeologo e del metallurgista, come veniva creato il pezzo e rendersi così conto dell’alto livello tecnologico del periodo magno – greco in cui è stato creato. La tecnica di fusione non è cambiata. I nostri fonditori attuali usano ancora gli stessi sistemi e oggi probabilmente saremmo in grado di ricreare l’hydria velocemente ma sarebbe una copia e non il pezzo antico fatto con le mani degli artigiani magno – greci.

La denuncia della dottoressa Vecchi: il Mibac non fa concorsi per nuovi restauratori

Nel nuovo allestimento verranno esposti circa un centinaio di bronzi tra armature, armi e piccoli oggetti. “Ci auguriamo che i depositi siano controllati e che le nuove generazioni siano assunte per questo – dice la dottoressa Marina Vecchi – perché il controllo idrometrico è fondamentale” per tenere sotto controllo i bronzi. Purtroppo la dottoressa Vecchi aggiunge: “Non c’è ricambio occupazionale e il restauro adesso ha un percorso di laurea quinquennale e con abilitazione alla professione”. Mentre molti restauratori sono vicini al pensionamento purtroppo si constata che il Mibac pecca di mancate assunzioni che vadano a sostituire i restauratori attualmente operanti. Un leitmotiv che si ascolta ovunque. Il personale dei musei continua ad essere sotto organico nell’accoglienza, nel restauro e in ogni campo professionale che rientra nel circuito di un museo o sito archeologico. L’autonomia gestionale non riesce a sopperire a questa mancanza in quanto un direttore non può assumere né custodi, né restauratori ma si devono aspettare concorsi e assunzioni ministeriali con tempi burocratici lunghissimi che rendono pertanto più difficile realizzare i progetti in corso bisognosi di personale umano.

Susy Martire

Un articolo di Susy Martire pubblicato il 21 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 21 Gennaio 2019

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