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Antonio Landieri, ucciso a Scampia il 6 novembre 2004

Nun te scurdà | 6 Novembre 2020

Negli spazi di “Casa don Diana”, a Casal di Principe, all’interno del bene confiscato alla camorra e riconsegnato alla cittadinanza grazie al lavoro del “Comitato don Peppe Diana”, è stata allestita una mostra permanente.

Un grande numero di fotografie e nomi ricordano le vittime innocenti della criminalità organizzata. Donne e uomini le cui vite sono state spezzate dalla furia omicida della camorra. Alcuni, come spesso si usa affermare con sconcertante cinismo, sono stati uccisi “per sbaglio”. Altri, perché hanno scelto di contrastare con la loro vita e testimonianza quella logica mafiosa che inquina il nostro territorio.

Il titolo della mostra è “Non invano” e l’invito a non dimenticare ci spinge a considerare, ancora oggi, questi martiri del nostro tempo come pietre miliari nella lotta alla criminalità organizzata.
Nel nome delle numerose vittime, allora, e ispirati dalla mostra “Non Invano”, il nostro giornale sceglie di offrire il suo piccolo contributo alla memoria. Nun te scurda’ nasce come invito ad onorare il ricordo di coloro che, certamente troppo presto, hanno lasciato un vuoto pesantissimo in questo mondo. Nun te scurda’ sottolinea l’importanza di tenere viva la memoria e coltivare semi di legalità e speranza. Nun te scurda’ è il nome della rubrica che Identità Insorgenti sceglie di offrire ai lettori per tenere accesa la luce della memoria e continuare, oggi e sempre, a proteggere il fiore di una resistenza che si nutre di promesse ed impegno.

Antonio Landieri, ucciso il 6 novembre 2004

Un momento di svago come tanti, uno di quelli vissuti aggrappati alle stecche del calcio balilla, pronti a strappare punti e sorrisi agli avversari di turno. È sabato e nessuno dei ragazzi, nati e cresciuti all’ombra dei palazzi di Scampia, immagina che il 6 novembre 2004 resterà come una data scolpita nella memoria. Un ricordo insinuatosi sotto la pelle di chi ha vissuto quei tragici momenti e scolpito nella testa e nel cuore di chi, ogni giorno, sceglie di ricordare quanto male faccia spartirsi questo angolo di mondo con malavitosi e camorristi.

In quel quartiere dimenticato, periferia che balza in cima agli interessi della cronaca a intermittenza, solo quando i media nazionali scelgono il momento buono per lucrare denaro e audience nella sempreverde miniera di notizie che è Scampia, è in atto la faida nel rione Sette Palazzi.

I colpi della pallina calciati da inanimati calciatori rossi e blu vengono coperti da alcuni spari. Tre esplosioni di avvertimento, prima di una serie di raffiche che lasciano intendere che, no, stavolta non si tratta di fuochi d’artificio.

Antonio Landieri, giovane di ventiquattro anni, si ritrova improvvisamente solo, fermo come le stecche del biliardo che i suoi amici hanno lasciato al loro destino prima di scappare. Antonio corre. Ci prova. Tra lui e un possibile riparo ci sono pochi metri, la paura e una disabilità che lo costringe a trascinare con sé la parte paralizzata del suo corpo.

Una corsa faticosissima, come quelle che Antonio ha già più volte affrontato: nato e cresciuto a Scampia, ha imparato a farsi spazio in questa vita con una forza interiore tale da contrastare anche i limiti della disabilità. La scuola, la fisioterapia, gli amici  e una famiglia che non gli ha fatto mancare davvero nulla. Proprio a Scampia. Nel quartiere dove narrazioni come queste non trovano spazio spazio per evitare di disturbare il cliché criminale tanto caro alle diverse Gomorra che, tra le mura e l’asfalto di quei palazzi, hanno trovato la loro fortuna.

Il capolinea della corsa per la vita di Antonio arriva, così, davvero troppo presto. La forma è quella di due proiettili che lo colpiscono di rimbalzo. E Antonio resta immobile, riverso sull’asfalto, con la vita che sceglie di scorrere via lasciandolo immobile, come una partita al calcio balilla mai conclusa. E nessuno saprà mai quanti goal, Antonio, avrebbe ancora potuto stampare sulla parete di plastica e metallo della sua storia, di quella di Scampia e della città di Napoli.

Nel solco della memoria

La notizia viaggia velocissima. Di balcone in balcone, corre sull’intonaco scrostato dei palazzi fatiscenti e abbandonati. La famiglia di Antonio, i suoi amici, i conoscenti e tutti gli abitanti del quartiere apprendono di un’altra vittima innocente della camorra.

La storia di Antonio varcherà presto anche i confini locali, scuoterà l’opinione pubblica e accenderà nuovamente quei riflettori usa e getta che spesso si utilizzano per illuminare alcune parti di Napoli e Scampia. Tuttavia, nel suo ricordo, nel solco tracciato dalla memoria del giovanissimo Antonio, l’Italia tutta prova, in qualche modo, a costruire sentieri di speranza.

A Torino, per esempio, ad Antonio Landieri viene dedicato un bene confiscato alla criminalità. Biblioteche, targhe, eventi della città di Napoli e della Campania spingono in avanti la testimonianza di Antonio.

A Scampia, oggi, lo stadio comunale in via Hugo Pratt porta il suo nome: “Stadio Comunale Antonio Landieri”, si legge. Un modo come tanti tra quelli messi in piedi dai familiari, dagli amici e dalle associazioni nate dopo il tragico evento della morte di Antonio, per ricordare a tutti che la camorra è una montagna di merda, ma vale sempre la pena di lottare e resistere, perché mai più questa città, questo Paese, torni a versare lacrime sui corpi dei morti innocenti.

Ci saranno ancora giovani capaci di rimettere in azione quelle stecche del calcio balilla rimaste, improvvisamene, immobili. Ci saranno ancora donne e uomini che, di quella corsa interrotta da Antonio, saranno capaci di prenderne il testimone per compiere ancora un altro passo verso la salvezza.

In campo, stavolta come in quel sabato di sedici anni fa, ci giochiamo tutti la speranza di un futuro nuovo, libero dalle infamie della criminalità. E Antonio oggi ci ricorda che, insieme, ce la possiamo fare.

Rocco Pezzullo

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 6 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 8 Novembre 2020

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