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Antonio Raia, un pacifista ucciso dalla guerra di Camorra

Nun te scurdà | 12 Febbraio 2021

Ucciso da una guerra che non si combatte, una guerra che fa schifo più delle altre. È questa la fine macabra che ha colpito Antonio Raia, uno studente di appena ventun anni, ucciso il 12 Febbraio del ’91 dalla Camorra, a Torre Annunziata.

Antonio era un pacifista convinto. Alla fine degli anni ’80, quando ancora la leva era obbligatoria, lui era un obiettore di coscienza. E scelse il servizio civile, l’alternativa per chiunque si rifiutasse di imbracciare il fucile. Armi che non gli appartenevano, come non appartengono ad alcun giovane. Invece, lavorò per la collettività. Perciò, per 12 mesi, svolge un’attività socialmente utile, per aiutare il prossimo. Quello che non sapeva Antonio, però, era la vera identità di chi avrebbe aiutato.

L’omicidio di Antonio Raia, una storia sbagliata

Estate 1990. Ad Antonio, giovane universitario di Somma Vesuviana, il servizio civile assegna Pasquale Trotto. Lo studente dovrà accudire l’uomo di 54 anni, quasi cieco del tutto e mancante delle mani dalla fine della guerra. Pasquale aveva bisogno di un sostegno fisso, e Antonio lo avrebbe accudito per due turni: uno dalle nove di mattina alle cinque di pomeriggio, una breve pausa e poi di nuovo al lavoro fino alle nove di sera.

Pasquale Trotta, però, nascondeva un segreto. Infatti l’uomo, benché disabile, era legato agli ambienti della Camorra di Torre Annunziata. Una Camorra che pochi anni prima si era macchiata di omicidi spietati, come quello del giornalista Giancarlo Siani. Trotta era un affiliato della mala e poco tempo prima era stato visto assieme agli uomini di Luigi Limelli, un alleato del clan di Valentino Gionta, che dominava sulla piccola città di provincia. Ma Antonio, che si trovava al terzo anno del Navale, tutto questo non lo sa. E non saprà mai perché, la mattina del 12 Febbraio, viene ucciso.

Inverno 1991. Antonio è sul Corso Umberto di Torre Annunziata, assieme a Trotto, al posto passeggeri, e suo figlio, sul sedile posteriore. Sono a bordo di una Fiat Uno beige nel pieno del traffico di quell’affollatissimo centro, quando due ragazzi in moto avvicinano l’auto e sparano a Trotto. Viene raggiunto da quattro colpi: al volto, al torace e al braccio. Ma gli assassini sbagliano qualcosa nel loro piano di morte, perché altri due proiettili raggiungono Antonio e lo colpiscono al petto e alla gamba destra.

Questo assassinio, come tutti gli agguati di Camorra, avviene in pochi secondi fatali. Il motorino scompare nel traffico. E a morire sul colpo, quella fredda mattina, è Antonio Raia. Pasquale Trotta morirà più di una settimana dopo. Era un camorrista, contro di lui c’era una lunga serie di denunce per associazione di stampo camorristico, omicidio, traffico di droga e di armi. Erano gli anni di una feroce guerra tra clan, ma a morire per quella guerra, quel giorno, fu un ragazzo che odiava le armi, la violenza, la morte. Quella di Antonio, vittima innocente della Camorra, è una storia sbagliata.

Una vittima di Camorra dimenticata

Della storia di Antonio se ne parla poco. Non c’è ricordo della sua morte se non qualche articolo in giro sulla rete. Introvabile una sua foto. Nemmeno una giornata per ricordarlo o una targa. C’è solamente il dolore di due genitori che hanno visto un figlio morire. L’operaio Mario Raia e sua moglie, il giorno del riconoscimento del figlio continuavano a ripetere: “La guerra, quella vera, sta qua”.

Ed è vero. Perché la lista delle vittime innocenti di Camorra è lunga, e sappiamo che finché non ci sarà un cambiamento radicale dello stato di cose, continuerà a mietere vittime. Per questo bisogna ricordare, è uno dei modi per combattere le mafie. E a 30 anni dal suo omicidio, ricordare Antonio Raia, un ragazzo di cui non ci è stato tramandato nemmeno il volto, è un dovere. Perché senza ricordo non c’è futuro.

Ciro Giso

Un articolo di Ciro Giso pubblicato il 12 Febbraio 2021 e modificato l'ultima volta il 12 Febbraio 2021

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