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APPELLO A FRANCESCHINI

I musei incassano, i lavoratori restano precari: la protesta dei Cobas

Precariato | 3 Febbraio 2020

Ci hanno scritto i lavoratori precari dei beni culturali che sabato hanno protestato fuori al Parco Archeologico di Pompei: sono i Cobas del Lavoro Privato che chiedono parità di diritti rispetto ai colleghi che, al contrario, sono dipendenti pubblici. Simbolo della loro lotta, non a caso, è una gogna,  “per sottolineare la VerGogna del lavoro in appalto” ci raccontano.

Anche perché il denaro non dovrebbe mancare dati gli incassi crescenti di Pompei ed Ercolano: “I parchi archeologici di Pompei ed Ercolano hanno aumentato visitatori ed incassi, registrando circa 4 milioni di presenze il primo e oltre 558 mila il secondo. Una media giornaliera, quindi, rispettivamente di 11 mila e 1500 visitatori. Eppure, nonostante l’enorme flusso di denaro che questi numeri assicurano, il Ministero dei Beni Culturali e le sovraintendenze competenti continuano ad abusare del lavoro in appalto” ci spiegano.

A loro dire il Ministero dei Beni Culturali e le sovraintendenze competenti continuano ad abusare del lavoro in appalto. Infatti, le principali attività di accoglienza e sicurezza necessarie al normale funzionamento dei Parchi archeologici (accoglienza, ufficio guide, ufficio informazioni, biglietteria, controllo accessi, vigilanza, igienizzazione) sono assicurate da personale dipendente di società appaltatrici, tra le quali le società Opera Laboratori Fiorentini Spa e Ales – Arte Lavoro e Servizi S.p.A. (società in house del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali), Emme Service, che da anni è condannato alla precarietà e a trattamenti economici e normativi discriminanti rispetto ai loro colleghi dipendenti pubblici”.

Per i Cobas, il personale che dipende dalle società appaltatrici è costituito da “Lavoratori di serie B con meno salario, con meno diritti, spesso con contratti part-time e/o a tempo determinato, e, finanche, con meno tutele riguardo la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, tenuto conto che il personale è costretto ad assicurare la propria prestazione lavorativa esposto alle intemperie, in qualsiasi condizione climatica, privo di idonei dispositivi di protezione individuale e con a disposizione locali e servizi igienici a dir poco ‘sgarrupati’”. E le condizioni di lavoro, secondo i Cobas, “in ogni cambio appalto non potranno che peggiorare”.

Pari dignità rispetto dunque ai colleghi dipendenti delle sovraintendenze archeologiche, pari retribuzioni, pari tutele contrattuali e pari tutele in tema di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro: queste le richieste dei lavoratori, rivolte al ministro Dario Franceschini:  “E’ ora che il Ministero dei beni colturali avvii un percorso di stabilizzazione e internalizzazione del personale oggi operante in appalto che metta definitivamente fine alla precarietà”.

Le principali attività di accoglienza e sicurezza necessarie al normale funzionamento dei Parchi archeologici (accoglienza, ufficio guide, ufficio informazioni, biglietteria, controllo accessi, vigilanza, igienizzazione) sono assicurate da personale dipendente di società appaltatrici, tra le quali le società Opera Laboratori Fiorentini Spa e Ales – Arte Lavoro e Servizi S.p.A. (società in house del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali), Emme Service, che da anni condannano i lavoratori alla precarietà e a trattamenti economici e normativi discriminanti rispetto ai loro colleghi dipendenti pubblici.

“Lavoratori di serie B con meno salario, con meno diritti, spesso con contratti part-time e/o a tempo determinato, e, finanche, con meno tutele riguardo la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, tenuto conto che il personale è costretto ad assicurare la propria prestazione lavorativa esposto alle intemperie, in qualsiasi condizione climatica, privo di idonei dispositivi di protezione individuale e con a disposizione locali e servizi igienici a dir poco “sgarrupati”. Condizioni che in ogni cambio appalto non potranno che peggiorare. Il lavoro in appalto è una vergogna, tanto più quando il responsabile di tanta precarietà è lo STATO, nella veste di Ministero dei Beni culturali”. concludono.

Insomma i lavoratori in appalto chiedono dignità dei colleghi dipendenti delle sovraintendenze archeologiche, pari retribuzioni, pari tutele contrattuali e pari tutele in tema di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro: chiedono insomma che il Ministero dei beni colturali avvii un percorso di stabilizzazione e internalizzazione del personale oggi operante in appalto che metta definitivamente fine alla precarietà.

Ecco perché dopo Pompei i Cobas non si fermeranno: tra quindici giorni sono previsti nuovi presidi fuori agli scavi archeologici di Ercolano,Villa dei Misteri sempre a Pompei e ad Oplontis.

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 3 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 3 Febbraio 2020

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