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ARCHIVIO DI STATO

Da oggi la nuova rubrica di Terzi: una lettera ad Acton dall’aquilano Dragonetti

Storia | 11 Ottobre 2019

 

Inizia da oggi su Identità Insorgenti la collaborazione di Lorenzo Terzi, funzionario archivista presso l’Archivio di Stato di Napoli.  Lorenzo Terzi, al quale diamo un caloroso benvenuto, ci offrirà pagine inedite di storia di Napoli tratte da documenti custoditi nello straordinario patrimonio dell’Archivio partenopeo. 


L’aquilano Giacinto Dragonetti occupa un posto non secondario fra i protagonisti della stagione del riformismo napoletano del XVIII secolo. Nato nel 1738 da nobile famiglia, Dragonetti studiò nel collegio Nazareno di Roma, per poi tornare a Napoli nel 1760; qui si dedicò alla pratica forense e divenne allievo di Antonio Genovesi. Dopo la soppressione dei Gesuiti, avvenuta nel 1767, il giovane giurista collaborò proprio con Genovesi alla riorganizzazione dell’ordinamento scolastico nel Regno di Napoli. Due anni più tardi entrò nella magistratura, giungendo a ricoprire, dal 1784 al 1788, la carica di segretario della Real Camera di Santa Chiara. Nel 1798 fu nominato consigliere ordinario della stessa Real Camera, nonché caporuota del Sacro Regio Consiglio; alla fine di quello stesso anno venne promosso presidente della Gran Corte della Vicaria.

Giunti i Francesi nel Regno e istauratasi la Repubblica napoletana, Dragonetti aderì al nuovo regime in qualità di membro della Commissione militare e della Commissione legislativa. La sua presa di posizione gli costò l’esilio una volta tornato sul trono di Napoli Ferdinando IV. Dragonetti restò in Francia fino al 1803, quando poté rientrare in patria.

Nel corso del “Decennio” napoleonico fu richiamato a coprire nuovi incarichi. Concluse la sua carriera come presidente della Gran Corte di Cassazione. All’atto della restaurazione chiese e ottenne dal Borbone il permesso di ritirarsi dagli impegni pubblici a causa dell’età avanzata. Morì a Napoli nel 1818.

L’Archivio di Stato di Napoli conserva, come è facile intuire, parecchie testimonianze dirette e indirette sul Dragonetti. Una delle più singolari è costituita da una lettera che l’insigne giurista scrisse a John Acton, segretario di Stato di Ferdinando IV, dopo il crollo della Repubblica napoletana, il 9 luglio 1799. Il documento si trova all’interno dell’archivio privato della famiglia Acton di Leporano, e reca la segnatura “busta 7, fascicolo 1”. In esso Dragonetti tenta di giustificare la sua condotta politica, minimizzando la portata della sua partecipazione all’attività istituzionale del regime repubblicano.

Riportiamo di seguito la trascrizione integrale della lettera:

“Eccellenza

Ben disse quel saggio, ch’è meglio non esistere, che vivere nell’obbrobrio. Né vi può essere per un suddito maggiore sventura di perdere la fiducia del suo Sovrano.

Ah! se io potessi all’Eccellenza Vostra pienamente descrivere l’angosciosa amarezza, in cui mi trovo immerso, moverei certamente a compassione il suo magnanimo cuore. Nascono i miei tormentosi rancori dalla taccia, che mi si oppone di poco attaccamento alla Real Corona per non avere rinunciate a primo tratto le giudicature dell’alta commissione militare, e del Tribunale di cassazione della pretesa Repubblica conferitemi senza mia premura, anzi con patente mia renitenza. La prima di tai cariche fu da me esercitata per brevi giorni, e quindi replicatamente rinunciata anche con pericolo di prigionia, e nell’esercizio della stessa i buoni servitori del Re trovarono in me un costante difensore, e ad onta della irruenza altrui salvai la vita, e la libertà a molti innocenti. Se l’Eccellenza Vostra, ch’è piena di quella costanza e fermezza, ch’è propria degli Eroi, si fosse trovato in mezzo ai furori degli usurpatori della pubblica autorità, compatirebbe il mio timore, che non mi fé a costo di qualunque violenza rinunciare a primo tratto alla surriferita commissione militare, ma colla sublime sua mente calcolatrice figurandoseli, mi onorerà dell’efficace di lei patrocinio. Per lo Tribunale di cassazione chiamato io alla istallazione e possesso, non vi intervenni, né vi esercitai alcun menomo atto, e per conseguenza col fatto non lo riconobbi in alcuna parte. Se dunque la giudicatura di cassazione non fu da me riconosciuta nell’atto del possesso, né esercitata, e se nell’alta commissione militare per lo breve tempo, che vi fu, la mia opera fu tutta intenta al sollievo de’ vassalli del Re nostro Signore, non credo di potere essere imputato di condotta dubbia e dolosa. Giustissima è la generale legge di dovere rimanere esclusi dalle Regie Magistrature coloro, che abbiano sotto la pretesa Repubblica esercitate cariche diverse da quelle, ch’erano loro state affidate dalla Sovrana clemenza. Ma ciò deve intendersi per coloro, che le abbiano ambite, le abbiano di buona voglia esercitate, e non le abbiano rinunciate, e per conseguenza sembra, che la legge non mi comprenda, tanto maggiormente, che l’alta commissione militare, unicamente per pochi giorni da me esercitata, deve riputarsi un ramo della giurisdizione criminale, che stava io per ordine Sovrano esercitando da Presidente della Gran Corte Criminale. Non sono però le cariche, che solleticano il mio cuore. L’impegno di essere uomo morale, grato, e fedele suddito al mio amoroso Padre e Sovrano è stato sempre l’unico oggetto della mia ambizione, e tale credo essere stato finora, ma al momento da un nero impetuoso turbine mi veggo dell’onore e di ogni moralità spogliato. Qual sentimento di onore e di morale può allignare nel cuore di quell’infelice suddito, che manca di attaccamento al suo Principe? Se io avessi la sciagura di essere caduto in simile fallo, maggiore sarebbe la mia immoralità, mentre vi avrei unita la più detestabile ingratitudine coll’avere obbliate le continuate beneficenze dalla Regal mano su di me versate. Ma se il mio cuore in mezzo al furore de’ forsennati è stato sopraffatto dal timore, no, non è stato capace di tanta coruzione [sic], e ne appello all’Eccellenza Vostra, che da tanti anni ne ha fatto l’esperimento negl’impieghi più gelosi. La sensibilità della mia anima non può reggere a taccia cotanto vituperevole; se però me ne sento allontutto [sic] immeritevole, a buon diritto imploro gli efficaci officj dell’Eccellenza Vostra presso l’Augusto Monarca per onorarmi della sua Regale grazia, senza la quale non vi può essere né vita, né esistenza per un suddito, che non abbia la fiducia del suo Re. Deh! non permetta l’Eccellenza Vostra, che dopo trentadue anni del più fedele e costante servigio da me reso alla Regal Corona, per lo più sotto i suoi gloriosi auspicj, io meni il resto de’ miei brevi giorni nella cocente amarezza di essere creduto ingrato al Monarca mio insigne benefattore. Tanto spero dalla benefica sua mano sollevatrice, a cui imprimo col cuore sulle labbra mille affettuosi baci”.

Lorenzo Terzi

Nella foto: Dragonetti e Acton, in un’elaborazione grafica di Identità Insorgenti

Un articolo di Lorenzo Terzi pubblicato il 11 Ottobre 2019 e modificato l'ultima volta il 11 Ottobre 2019

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