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ATLANTE DEI LUOGHI DIMENTICATI

Ex manicomio di Aversa, un pezzo di storia abbandonato

Beni Culturali | 8 Gennaio 2020

Sesta tappa della rubrica “Atlante dei luoghi dimenticati”, una serie di racconti on the road sulle strade campane per descrivervi e gettare luce sui siti culturali ed archeologici che, per mala gestione e mala politica, sono abbandonati a sé stessi o addirittura dimenticati e ormai  totalmente fuori dai giri turistici della nostra regione. Se volete recuperare le prime due sono queste: la prima su la tomba di Scipione, l’altra sul quadrato degli illustri a Poggioreale, la terza a San Carminiello ai Mannesi , la quarta a Pozzuoli fra le necropoli abbandonate, la quinta nell’anfietratro di Capua

 

Questa volta gioco in casa, ad Aversa, il luogo dove abito, e vi racconto dell’enorme complesso dell’ex manicomio, fulgido esempio di ingegno Borbonico e che ora  giace fra abbandono, orrore, incura  e storia secolare.

Inferno Op di Aversa

L’ospedale fu abbandonato definitivamente nel  1999 dopo una lenta dismissione, iniziata con la legge Basaglia del 1978. Da allora la natura  dell’immenso giardino si è impossessata di nuovo  degli usci, dei muri  e delle pareti fino a coprire intere ali di questa cittadella che mi appare ora come una bocca aperta , spalancata verso un cielo ingeneroso urlando il proprio dolore.

Il mio giro dell’inferno parte, ironia della sorte, dal  padiglione Virgilio. Questo padiglione  versa, a tanti anni dalla chiusura, in uno stato di grave e totale abbandono, soprattutto la parte del corpo più antico ormai segnato dai  crolli  che si sono succeduti negli anni.

La splendida chiesa ed il chiostro sono duramente divorati dal tempo, dall’incuria e dai ripetuti atti vandalici. La chiesa, in particolare, non ha più il tetto ed il pavimento è invaso da una vegetazione cresciuta  quasi ad altezza uomo. Gli altari laterali in pregiato marmo  cadono a pezzi (o sono stati in alcuni casi “fatti a pezzi”), i confessionali sono a brandelli sepolti dalle macerie e dalla vegetazione, tranne uno che, come un uomo che affoga, affiora tra le piante che cominciano ad avvilupparlo  visto che la vegetazione selvatica ha invaso anche il chiostro e si è ripresa ciò che aveva perso secoli fa.

Il più antico manicomio di epoca moderna

Nel tempo questa struttura ha cambiato molte volte denominazione: Pazzeria degli incurabili, Reale Casa de’ matti, Reale manicomio della Maddalena, Real Ospedale Psichiatrico di Aversa, Ospedale psichiatrico S. Maria Maddalena

La prima pietra “ideale” però di questo complesso parte da Napoli. La prima  sede manicomiale del Regno era infatti ubicata nel cinquecentesco Ospedale “degli Incurabili” di Napoli, il primo ospedale in senso moderno d’Europa, e che aveva al proprio interno  anche una sezione dedicata ai malati di mente chiamata senza mezzi termini “Pazzeria”

In età borbonica  però ci si accorse della sua inadeguatezza e la necessità di creare degli spazi appositamente attrezzati e configurati anche se fu, tuttavia, il Re di Napoli Gioacchino Murat nel 1813 che con un Regio decreto che  mise mano alla questione e fondò le “Reali Case de’ matti”.

Il fatto che molte di queste Case fossero ospitate in antichi conventi e ne mantenessero la struttura non è un caso visto che la loro creazione coincise con un periodo storico  di grandi espropri di possedimenti ecclesiastici. Murat stesso  non fece eccezione visto che nel 1809 nel quadro di una riforma di ammodernamento dello Stato confiscò più di un centinaio di monasteri destinandoli ad uso civile rimanendo cosi  anche dopo la fine del periodo Napoleonico e la “Restaurazione”

Aversa non fece eccezione ed il primo nucleo fu sistemato nel confiscato convento della Maddalena.

 

La dottrina del “Trattamento morale”

Questa casa di cura è importante anche (e soprattutto..) perchè  si specializzò nella cura con metodi innovativi e  non repressivi, attraverso il “Trattamento morale”

Questo trattamento fu messo a punto da due grandi alienisti francesi: Jean Etienne Dominique Esquirol e Philippe Pinel. I due  teorizzarono un  trattamento di cura per  “I folli” fatto di  una organizzazione di vita  quasi monastica, con  regole ed orari  ma anche divertimenti e svaghi con  occupazioni in attività varie come ascolto di musica, attività teatrali etc.

Ai giorni nostri parleremmo  di  un percorso  di riabilitazione fatto di socializzazione e di reinserimento in società.

Questo percorso risulta ancor più strabiliante e  davvero rivoluzionario se pensiamo  che le cure primordiali per  i folli erano fatte di  salassi, purghe “per permettere l’evacuazione delle parti folli del sé”, bagni gelati, punizioni e contenzione. I Borbone, dopo la restaurazione, una volta tornati sul trono dopo gli eventi rivoluzionari, non cancellarono questi metodi curativi intuendone la portata rivoluzionaria ed, anzi, ne fecero un vanto del Regno in tutta Europa, facendo assurgere Napoli a Capitale all’avanguardia nella cura delle malattie mentali.

 

La legge Basaglia e il declino

Con gli anni settanta del ‘900, si fecero largo le nuove idee progressiste sulla malattia mentale e piano piano il manicomio aversano perse d’importanza.  Le prime avvisaglie della fine fu la famosissima legge del 1978  del Servizio Sanitario Nazionale, ma la vera svolta si ebbe con la famosissima legge 180, più conosciuta come Legge “Basaglia”. Da li un lento declino fino a quando l’Ospedale psichiatrico fu svuotato nel 1998 e chiuse definitivamente nel 1999.

Fu la fine di un’epoca di cui si doveva preservare la memoria e le testimonianze mentre invece  tutto sembra destinato  a cadere nell’oblio, sotto macerie abbandonate.

 

Tutto giace nell’abbandono

A svariati  anni dalla chiusura, l’Ex Ospedale Psichiatrico di Aversa giace ancora  in uno stato di grave e totale abbandono. Il corpo principale del complesso, quello più antico, è ormai fatiscente.

Fra segni di crolli e cedimenti strutturali preoccupanti, passeggiare  fra i vari padiglioni e il chiostro rinascimentale segnati dall’incuria naturale (e di qualche vandalo) è veramente un colpo al cuore che  rende difficile raccontare la bellezza degli scaloni monumentali, delle architetture borboniche  senza sentirsi rattristati di ciò che era e ciò che sarebbe potuto essere.

Una tristezza e nel contempo  un senso di angoscia ed inquietudine profonda  che ci avvolge quando passeggiamo verso l’uscita fra gli immensi saloni vuoti, i lunghissimi corridoi dalle pareti scrostate, i grandi finestroni con le sbarre arrugginite. Esplorare questo gigante morente, entrare nel suo ventre e perdersi nei suoi meandri polverosi, silenziosi e semibui è una esperienza veramente  forte.

Riutilizzare l’area si può e si potrà, ma recuperare tutto quello che si è perduto è impossibile, quella bellezza, il  mistero di quello che lentamente sta morendo,  i racconti  di chi ha vissuto qui parte o tutta la propria vita.

Noi ci auguriamo che possa essere salvata almeno  la memoria di questo luogo e di ciò che è stato. (fine prima parte – continua)

 

Aniello Napolano

Un articolo di Aniello Napolano pubblicato il 8 Gennaio 2020 e modificato l'ultima volta il 8 Gennaio 2020

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