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AUTONOMIE

Quel “prima gli italiani” in cui i meridionali non sono inclusi

Economia | 18 Febbraio 2019

Lo avevamo detto sin dall’inizio ma non era difficile da prevedere.

Avevamo detto che bisognava stare attenti all’avanzata della Lega, che in quel “prima gli italiani” i terroni non erano compresi.

E avevamo detto pure che lo spauracchio dei migranti sarebbe servito alla Lega per racimolare voti anche al Sud ed andare al governo per mettere in scena l’ultimo atto vandalico in salsa verde.

Perché la Lega non ha mai mutato realmente i suoi intenti, neanche quando strizzava l’occhio al terrone che si sentiva promosso al ruolo di italiano, avendo un nemico comune da combattere con l’elettore padano.

Neanche ricordare all’incauto zio Tom terronico che lo statuto non era mai stato cambiato e che, a riprova del fatto che “Padania is  not Italy”, era stato necessario farlo votare per una lista creata apposta –“noi con Salvini”- dato che la Lega si presenta solo nelle regioni “padane”.

Discussione sull’Autonomia

Ora la Lega di Salvini è al governo e si torna a discutere di Autonomia.

Un’Autonomia che così com’è ideata non ci piace e che sarà l’ennesimo  “pacco” tirato al Sud.

Paolo Savona, economista che fa parte dell’attuale governo, dichiarò qualche anno fa, nel presentare i dati sui trasferimenti Nord-Sud :

“le regioni settentrionali trasferiscono al Sud risorse pubbliche, ma le regioni meridionali ne restituiscono di più sotto forma di beni, e sostenendo l’occupazione. Nel decennio 1995-2005 il Centro-Nord ha erogato al Sud circa 45 miliardi, mentre il Mezzogiorno ne ha restituiti 62 in beni e servizi”.

Interdipendenze

La dipendenza totale del Sud nei confronti del Nord non è un tema politico per nessuno ma è suffragata da numeri e dati incontestabili.

Come abbiamo già detto, il Sud è il mercato protetto per le imprese del Nord, ma c’è dell’altro.

Il Sud continua a fornire cervelli e braccia al  Nord attraverso una diaspora ormai ultracentenaria. Esiste una sorta di equazione che in oltre un secolo e mezzo non è stata mai smentita: la crescita del Nord è inversamente proporzionale a quella del Sud.

La mancanza di banche al Sud, inoltre -anche quelle che hanno sedi legali nelle regioni meridionali ma che fanno parte di grossi gruppi nordici- fa il resto: i meridionali acquistano beni e servizi da imprese con sedi legali al Nord e depositano i loro risparmi in banche nordiche, le quali andranno a finanziare le imprese che investono nelle aree meno a rischio del paese.

 

L’allarme dello SVIMEZ

Lo SVIMEZ in ambito di trasferimenti ci fa sapere che quasi la metà del residuo fiscale delle regioni del Nord (20 miliardi su 50) torna al mittente attraverso il meccanismo della richiesta-offerta di beni e servizi che abbiamo già illustrato.

In più, non meno del 14% del PIL procapite dei cittadini centro-settentrionali è alimentato da questo sistema.

Residuo fiscale

L’inganno del residuo fiscale come parametro principe è tutto qui. Perché se il Sud avesse autonomia economica, industrie, banche, imprese che forniscano beni e servizi all’utenza nazionale, si potrebbe discutere di autonomia fiscale. Ma sappiamo benissimo che quel residuo fiscale, quella sbandierata ricchezza della “locomotiva d’Italia” non esisterebbe se non ci fosse un Sud povero e arretrato.

Per noi l’Unità nazionale non è un dogma, anzi, ma con questa proposta-di cui abbiamo letto la bozza- si creerebbe una situazione paradossale. Da un lato, tre regioni che avrebbero un’autonomia quasi da Stato nazionale, dall’altro la colonia meridionale a cui continuare a vendere merci e servizi che ritornerebbero al Nord sotto forma di potenziamento di tutte quelle aree gestite finora dallo Stato centrale e che comunque già ricevono tanto di più.

 

La questione sociale

Inoltre, verrebbero meno tutte le fondamenta costituzionali e giusnaturali su cui si basa lo Stato di Diritto, quello, per intenderci, che non premia i ricchi a discapito dei poveri ma che, al contrario, garantisce a tutti i cittadini pari dignità.

Qualcuno ha parlato di “secessione dei ricchi” e ci fa piacere che la questione cominci ad essere compresa anche nei “salotti” che contano, poiché da anni ci spertichiamo nel cercare di far comprendere che è il colonialismo interno l’artefice del benessere del Nord.

Che non esiste, cioè, nessuna questione culturale, di “razza”, storica ma, al contrario, paghiamo gli effetti di un feroce capitalismo che ha come bacino un’area protetta, proprio perché interna. Un colonialismo che non conoscerà mai crisi, godendo della protezione di confini (pseudo)nazionali e di governi storicamente compiacenti.

Parametri agghiaccianti, dunque, che premiano i ricchi in quanto tali.

 

I timori degli osservatori

Dobbiamo citare ancora lo SVIMEZ, nelle persone di Adriano Giannola e Gaetano Stornaiuolo:

“La pretesa di alcune Regioni del Nord di controllo del proprio Residuo Fiscale sconta un macroscopico errore, in quanto nel saldo tra entrate e spese pubbliche si omette di includere proprio quella componente di spesa che nel corso degli ultimi venti anni è progressivamente divenuta la più rilevante: l’onere per gli interessi da corrispondere ai titolari del debito pubblico (famiglie e imprese; banche, intermediari, assicurazioni, residenti esteri). Questa posta contabile rappresenta una spesa per lo Stato ed un’entrata per i titolari. Per cui il saldo da considerare, non è quello del semplice residuo fiscale ma il residuo fiscale ‘aumentato’ per gli interessi, cioè il Residuo Fiscale-Finanziario”

In particolare, Giannola non nasconde le sue preoccupazioni:

Mi auguro che non si preferisca spaccare il Paese pur di non far cadere il Governo. Con l’autonomia le Regioni del Nord si illudono di trasformarsi in tanti piccoli Stati. Ma questa arroganza non sfida solo la legge e la Costituzione, va anche contro i loro stessi interessi”. Quanto al Sud, “per garantire i servizi minimi, lo Stato dovrà indebitarsi oppure tagliare. Le conseguenze ricadranno tutte sui cittadini. Così, mentre i 5 Stelle combattono per il reddito di cittadinanza, il Mezzogiorno si trasformerà in un inferno dal quale liberarsi”.

 

Media distratti

Nonostante il silenzio colpevole e vergognoso dei media nazionali di ogni colore, il dibattito, come abbiamo visto, sta mobilitando l’élite meridionale come forse non era mai accaduto prima, rivelando quello che si profila come l’ennesimo scacco matto al Sud, nel disinteresse generale.

 

Drusiana Vetrano

 

 

Un articolo di Drusiana Vetrano pubblicato il 18 Febbraio 2019 e modificato l'ultima volta il 18 Febbraio 2019

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