giovedì 14 novembre 2019
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BARCELLONA

Catalogna nel caos: il racconto di un “pendolare” tra Napoli e la Spagna

Indipendentismi | 18 Ottobre 2019

Arrivo a Barcellona nel primo pomeriggio di mercoledì 16 ottobre, dopo uno dei miei innumerevoli voli tra Napoli e la città catalana. Sono quasi venti anni che vivo e lavoro a cavallo delle due città. Sono atterrato senza problemi nonostante gli avvisi e le preoccupazioni di voli cancellati a causa delle proteste che si sono scatenate in tutta la Catalogna, in seguito alla sentenza del Tribunale Supremo spagnolo nei confronti dei leader politici catalani, condannati per i reati di sedizione e malversazione compiuti due anni fa in occasione del referendum per l’indipendenza e la proclamazione della Repubblica Catalana, sospesa dopo pochi minuti. In tutto cent’anni di condanne!

Una parte della città “blindata” per le proteste

Non prendo il solito autobus che collega l’aeroporto del Prat con il centro di Barcellona in 30 minuti, per timore di blocchi di strade e autostrade da parte dei manifestanti e salgo sul più lento treno, sicuro di arrivare a destinazione. Nel centralissimo viale Paseo de Gracia la vita scorre normalmente, il traffico è quello abituale, le strade sono frequentate dai turisti, i bar e i negozi sono pieni, ma una parte del Paseo è chiusa e presidiata da due vigili. Stanno asfaltando il manto stradale. Alcune zone della strada mi danno l’impressione di essere bruciate. Mi avvicino, osservo meglio e mi rendo conto che si tratta dei resti di cassonetti bruciati durante gli scontri avvenuti la notte precedente per le strade della città.

 

Continuo a camminare e prima di andare a casa, decido di passare a salutare un amico che mi aspetta nel bar di sua proprietà. Entro, ci salutiamo con affetto e noto che il locale è vuoto. Forse è l’ora pomeridiana o forse l’imminente manifestazione di protesta convocata per le 19 nel centro cittadino, ma non c’è traccia di un cliente. Dopo una chiacchierata e una birra, saluto il mio amico e torno a casa utilizzando il servizio di bike sharing del comune. Durante il percorso vedo molte persone che indossano o sventolano la bandiera indipendentista catalana che si dirigono verso il punto di inizio della manifestazione. Per lo più si tratta di giovani, ma anche di persone anziane che hanno deciso di protestare pacificamente contro una sentenza che ritengono ingiusta e politica.

Scontri nel cuore della città

Torno a casa e, in tarda serata, mi sorprendono le immagini che vedo in televisione. La manifestazione democratica e pacifica si è sciolta e ha lasciato spazio a gruppi di giovani e meno giovani che stanno mettendo a ferro e fuoco la città. Cariche della polizia, e sappiamo bene come possono essere violente e indiscriminate le cariche delle polizie di tutto il mondo, barricate da parte dei manifestanti con cassonetti e automobili incendiate. Lanci di lacrimogeni e proiettili di gomma delle forze di polizia e risposta dei giovani con lancio di molotov, calcinacci, pezzi di impalcature smontate e usate come armi. Un clima da guerriglia urbana che non avevo mai visto così violento a Barcellona. Fortunatamente il governo di Madrid ha dichiarato di voler mantenere una posizione moderata rispetto agli scontri e i politici catalani indipendentisti hanno condannato le violenze e hanno fatto appello al senso pacifico e democratico dei manifestanti.

Cosa sta succedendo a Barcellona e in Spagna?

Che cosa sta succedendo a Barcellona e in Spagna? Non è la prima volta che parlo della crisi catalana che è una questione secolare che non trova soluzione. Questa volta le proteste nascono dalla sentenza di condanna del Tribunale Supremo contro Oriol Junqueras, ex vicepresidente del Governo Catalano e altri politici indipendentisti accusati di ribellione, sedizione e malversazione. I partiti indipendentisti, di destra e di sinistra che governano insieme la Catalogna, e i CDR (comitati a difesa della Repubblica), comitati civici a sostegno della Repubblica Catalana, proclamata e sospesa nel giro di pochi minuti dall’ex presidente del governo catalano Carles Puidgemont, rifugiatosi in Belgio e dichiaratosi in esilio, ritengono la sentenza “ingiusta e aberrante” secondo le parole utilizzate dell’attuale presidente del governo catalano Quim Torra.

Due anni fa il referendum per l’indipendenza

Facciamo un salto indietro di due anni. A seguito del referendum per l’indipendenza della Catalogna, indetto nel 2017 dal governo catalano di allora, saltando tutte le regole democratiche dello stesso parlamento catalano, e la proclamazione e sospensione della Repubblica Catalana, i maggiori esponenti politici del governo catalano vennero accusati dei reati di ribellione, sedizione e malversazione. Alcuni si rifugiarono all’estero, altri rimasero in Catalogna per continuare dal carcere la protesta politica.

 

Dopo due anni di manifestazioni per chiedere la scarcerazione dei prigionieri politici, finalmente il 14 ottobre è stata pubblicata la sentenza. Una sentenza di condanna. Contrariamente agli auspici di una buona parte dell’opinione pubblica spagnola, le pene inflitte sono pesanti, anche se non è stato riconosciuto il più grave reato di ribellione. Gli accusati sono stati ritenuti colpevoli di sedizione, un reato contro la pubblica sicurezza, e malversazione, un reato nei confronti della pubblica amministrazione. La sentenza è molto dura. I leader indipendentisti sono stati condannati a 100 anni di carcere totali. Nella sentenza i giudici hanno scritto che il Governo di Spagna non ha avuto bisogno di “sforzi speciali” per controllare la situazione e che gli ideali che gli indipendentisti perseguivano erano “mere chimere”. Tenendo conto dei fatti riscontrati e definiti dagli stessi giudici, ci si poteva aspettare una sentenza più mite giacché si è trattato più di un tentativo che di vera e propria sedizione. Non è andata così. In termini giuridici, la sentenza, benché molto dura, è ben argomentata ed è il risultato di un delicato equilibrio tra le richieste del pubblico ministero e le argomentazioni della difesa.

Inoltre, ed è un punto da non sottovalutare, il governo centrale presieduto dal socialista Pedro Sanchez, ha inviato i condannati a scontare la pena nelle carceri catalane. Ricordiamo che la Catalogna ha ampie competenze anche in materia penitenziaria e probabilmente nel giro di pochi mesi i condannati potrebbero essere liberati. Se al governo ci fosse stata la destra, probabilmente i politici catalani sarebbero stati mandati in varie carceri sparse sul territorio spagnolo, aumentando ancora di più la rabbia e il risentimento.

Una vera e propria sentenza politica

In questi giorni ho letto diversi articoli e opinioni di giuristi che affermano che si tratta di pene corrispondenti ai reati, mentre altri segnalano il contrario. I reati per cui sono stati condannati i leader catalani, in altri casi hanno comportato pene dai 4 ai 5 anni o addirittura lievi sanzioni pecuniarie. Nonostante il rispetto delle leggi e dell’iter giuridico, credo che si possa parlare di una vera e propria sentenza politica con l’intento di mandare un messaggio forte e chiaro agli indipendentisti di essere più cauti in futuro.

 

La sentenza e le proteste sono l’ennesimo capitolo di una lunga lotta politica. La società catalana da tempo è divisa in due parti. Lo scontro politico è sempre più polarizzato tra nazionalisti catalani e nazionalisti spagnoli. Entrambi gli schieramenti spingono in tutti i modi verso la dicotomia, a scegliere una parte. È la logica binaria di tutti i nazionalismi: o sei con me o sei contro di me. Non c’è spazio per il confronto, il dialogo sociale e politico. Non c’è spazio per l’equilibrio e la moderazione. Lo scontro è sempre più duro. Al pugno duro di Madrid, il fronte indipendentista risponde imponendo la linea dura, il boicottaggio economico, la violenza e usando i CDR come una sorta di braccio armato come si può vedere negli scontri di questi giorni.

Le proteste continuano anche oggi

 

Ieri le proteste sono continuate e ad alimentarle ci si è messa la manifestazione di estrema destra che al grido di “indipendentisti hijos de puta” ha cercato lo scontro con i manifestanti. Oggi, venerdì 18 ottobre, è stato indetto uno sciopero generale in tutta la Catalogna e si attendono scontri ancora più duri. A chi giova una situazione così incandescente? Fa comodo a chi da anni mantiene il potere creando e alimentando un nemico. A chi aspetta da tempo di avere uno o più martiri che ovviamente non sarà nessuno di loro. C’è un grande interesse da parte del potere centrale che il nazionalismo catalano si mantenga vivo. Dall’altro lato, gli indipendentisti catalani hanno bisogno del nazionalismo spagnolo per continuare a crescere e a rafforzarsi.

Elezioni politiche in Spagna tra un mese

 

Tra meno di un mese si voterà alle elezioni politiche e ho il sospetto che alla fine della tornata elettorale, in tutti i salotti di potere delle due città si brinderà con il cava, lo spumante catalano. Sperando che non ci scappi il martire.

Marco Rossano

 

 

 

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 18 Ottobre 2019 e modificato l'ultima volta il 18 Ottobre 2019

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