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BASTA FALSE INFORMAZIONI

Che cos’ha detto veramente l’UNESCO sulla Lingua Napoletana

lingua napoletana patrimonio unesco
Lingua Napoletana | 30 Gennaio 2018

Da quasi 10 anni vengono continuamente rilanciate e messe in giro tra Napoli e la Campania alcune storie riguardo all’UNESCO e alla lingua napoletana, molte delle quali, in origine semplici bufale, sono diventate vere e proprie leggende metropolitane. Bugie ripetute tante di quelle volte, da essere diventate quasi verità. Ma che cosa ha detto l’UNESCO in realtà sulla lingua napoletana? È arrivato il momento di fare chiarezza, e per farlo, analizzeremo una per una le bufale in circolazione.

La lingua napoletana è patrimonio dell’UNESCO: FALSO

In rete si trova anche un diplomino dall’aspetto decisamente pezzotto, che afferma, tra l’altro, che l’UNESCO avrebbe riconosciuto il napoletano come “patrimonio per l’intera umanità“.

Per capirci, si sta attribuendo all’UNESCO l’affermazione che il napoletano merita di sopravvivere, mentre altre lingue non lo meritano. Sarebbe come dire che il napoletano è più bello, poniamo, dell’irlandese o dell’occitano, e quindi gli altri, come si suol dire, si attaccano al tram. Il tutto sarebbe quantomai bizzarro, per non dire vergognoso, da parte di un organismo di tale importanza.

L’UNESCO, in effetti, è nota ai più come quell’organismo che protegge, annoverandoli tra i “patrimoni”, siti di spiccato interesse culturale o naturale. Ma questa non è l’unica attività dell’UNESCO, che è l’organo specializzato dell’ONU volto a favorire la cooperazione tra le nazioni attraverso la diffusione della scienza e della cultura.

L’UNESCO è paladina della diversità linguistica e culturale, e proprio questa sua vocazione ha ispirato il progetto dell’Atlante mondiale delle lingue in pericolo (Atlas of the World’s Languages in Danger). L’Atlante, pubblicato in terza edizione nel 2010 a cura del linguista Christopher Moseley, ha l’obiettivo di censire tutte le lingue minacciate di estinzione, in tutto il globo, inserendole in una scala di pericolo, da vulnerabile a estinto.
Nell’Atlante figura la lingua napoletana, a cui è attribuito il grado di vulnerabile, definito nel modo seguente: la maggior parte dei bambini la parla, ma l’uso è limitato ad alcuni ambiti sociali, la casa e le interazioni con la famiglia.

L’UNESCO ha riconosciuto il napoletano come lingua, per via della bellezza e della copiosità della sua letteratura: FALSO

Basarsi sulla copiosità e importanza della letteratura scritta, sarebbe paradossale per un Atlante che si propone di catalogare le lingue del mondo in pericolo di estinzione. Molte delle lingue dell’Atlante, infatti, non sono mai state scritte, oppure hanno una tradizione scritta recente e oltremodo limitata. Adottare un criterio così “occidentale”, come il possesso di una copiosa letteratura scritta, vorrebbe dire escludere a priori la maggior parte delle lingue bisognose di protezione.

Semplicemente, il criterio qui utilizzato per definire le lingue non è lo stesso che prevale in Italia. Secondo il criterio utilizzato nell’Atlante, il napoletano è lingua perché non è una varietà di italiano, ma un sistema linguistico a sé.

La lingua cui si riferisce l’UNESCO si parla a Napoli, o, tutt’al più, in Campania: FALSO

Questo, almeno, si può dedurre, leggendo gli articoli-bufala in questione, che, giocando su frasi ambigue, tradiscono un approccio Napoli-centrico, parlando di “riconoscimento per Napoli” e tagliando fuori copertamente tutti gli altri. Un caso, insomma, di subdola appropriazione.

La lingua che troviamo nell’Atlante si chiama Napoletano-calabrese, o Italiano del Sud, e si parlerebbe in quasi tutto il Meridione, esclusa la Calabria meridionale e il Salento. L’UNESCO ha insomma annoverato come unica lingua quello che secondo la dialettologia italiana è il gruppo dei dialetti alto-meridionali.

Che questo gruppo così esteso possa considerarsi una lingua sola è un’idea che sia l’opinione pubblica sia i linguisti italiani si dimostrano assai riluttanti ad accettare. E ciò non è difficile a credersi: basta immaginare tutte queste comunità che cooperano per una standardizzazione comune, per rendersi conto di quanti conflitti potrebbero nascere. Questa è, tra tutte le altre, l’informazione fornita dall’UNESCO che più mette in imbarazzo la nostra comunità.

Cosa ce ne facciamo, allora, delle affermazioni dell’UNESCO?

Dal quadro che abbiamo delineato, emerge che le informazioni fornite dall’UNESCO non sono forse quelle che molti napoletani, e campani, si sarebbero aspettati. Nessuna affermazione trionfale sulla bellezza e unicità del napoletano, ma, anzi, un monito decisamente preoccupante: il napoletano è a rischio estinzione.

Come una specie in pericolo, come il koala, continua a riprodursi naturalmente, ma in un ambiente sempre più sfavorevole e asfittico. C’è senza dubbio un’importante dimostrazione di attenzione per un patrimonio decisamente bistrattato dallo Stato italiano, ma da dividere con comunità di altre regioni, certo vicinissime, ma non abbastanza da cooperare in una cosa delicata come la tutela di una lingua.

A molti, perciò, le informazioni fornite dall’UNESCO potrebbero sembrare, a questo punto, decisamente da buttare. Ma questo non è vero: che sia una sola lingua o che ne siano di più, se ne ricava che le varietà dell’Italia del Sud necessitano di una seria protezione. Il monito dell’Atlante può essere uno slancio sia per gli studi sia per l’impegno degli attivisti.

Tutta questa vicenda, inoltre, può costituire un’esortazione a non attendere sempre che arrivino dall’alto aiuti, che potrebbero giungere in modo diverso da come ci si aspettava, ma a prenderci in carico autonomamente il futuro della nostra lingua e della nostra cultura.

Se davvero il desiderio che il napoletano sia riconosciuto è così forte da far generare e rilanciare in continuazione bufale inverosimili su una quasi “santificazione” del napoletano da parte dell’UNESCO, allora, forse è arrivato il momento di emanciparci dal nostro evidente stato di minorità culturale, e di cogliere le opportunità di conoscenza e di influenza sulla realtà, che una società come la nostra, con tutte le sue contraddizioni, offre oggi in quantità prima impensate.

Insomma, il monito è sempre lo stesso: Scetàmmoce!

Teresa Apicella

Un articolo di Teresa Apicella pubblicato il 30 Gennaio 2018 e modificato l'ultima volta il 11 Dicembre 2018

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