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BOLIVIA

Un golpe che puzza di gas e dollari americani dietro il massacro dei “Cocaleros”

Altri Sud | 7 Dicembre 2019

“Sarà un governo di uguaglianza, giustizia sociale, equità e pace”

Queste le prime parole pronunciate da un neoeletto Evo Morales, leader del Movimento per il Socialismo (MAS) e dei cocaleros (coltivatori di piante di coca), in occasione del suo discorso inaugurale nel 2005.

Potrebbe suonare come una frase fatta invece rappresenterà il sunto perfetto dell’intera esperienza presidenziale di Morales, esperienza terminata bruscamente qualche settimana fa.

La svolta antimperialista di Morales

Sulla scia dei più noti colleghi e amici antimperialisti Hugo Chavez in Venezuela e Luiz da Silva “Lula” in Brasile, El Indio (come era chiamato in patria per via delle sue origini indigene) ha lottato contro la globalizzazione aziendale che rischiava di trasformare il suo paese nell’ennesimo “appezzamento di terra” capitalistico. Sotto il suo governo infatti la Bolivia ha nazionalizzato le compagnie elettriche e di gas naturale.

Secondo i dati del Center for Economic and Policy Research (CEPR) l’economia del paese è cresciuta di circa il 5% annuo e il PIL pro-capite di oltre il 50% in 13 anni, cifra considerevole per un’economia sudamericana. Lo sviluppo di un paese povero però è spesso accompagnato da crescenti disuguaglianze tra le classi, Morales è riuscito invece a distribuire la crescita accompagnandola con:

Morales – che è anche il primo leader indigeno della Bolivia – è riuscito inoltre a favorire l’integrazione degli indios nella società, trasformando una nazione tristemente nota per l’apartheid anti-indigeni in un paese unito e accogliente. Il governo ha approvato le leggi anti-razzismo, gli indigeni sono stati inclusi ai massimi livelli del governo e delle forze armate, le lingue e la cultura indigene venivano celebrate sotto Evo.

Risultati ottenuti sfidando non solo l’oligarchia americana ma anche quella boliviana, fatto questo che solleva molti dubbi sui reali motivi che hanno spinto Morales alle dimissioni.

Golpe o rivolta popolare?

È più di un mese che il mondo si interroga sulle cause che hanno spinto Evo Morales a dimettersi e a fuggire da La Paz chiedendo asilo politico in Messico: si è trattato di un golpe orchestrato ad arte dall’esercito (con la regia di qualche forza imperialista) oppure è stata colpa dei suoi stessi errori Orwelliani che lo hanno spinto a commettere atti incostituzionali (come l’abolizione del numero massimo di mandati) e presunte frodi elettorali?

L’ex Presidente naturalmente non sembra avere dubbi, come dichiarato in un’intervista al Der Spiegel:”È stato un colpo di stato programmato da molto tempo. Non è stata una dimissione volontaria, mi sono dimesso per non uccidere ancora più boliviani ” e poi ancora “è una cospirazione degli USA”.

Le dimissioni di El Indio e l’inizio della fine

Tutto è cominciato il 20 ottobre scorso, giorno in cui l’Organizzazione degli Stati americani (Osa) ha denunciato presunte irregolarità nelle procedure elettorali volte a favorire Morales. L’annuncio dell’Osa ha scatenato un generale malcontento con manifestazioni antigovernative e blocchi stradali. Molti settori dell’esercito e della polizia non hanno esitato ad appoggiare gli scioperi e schierarsi prima con i manifestanti e poi con l’opposizione.

Il 10 novembre il Presidente si è visto costretto rassegnare le dimissioni a seguito dell’esplicita richiesta del comandante delle forze armate, che pare abbia contribuito ad infuocare gli scontri con violenza gratuita e istigazioni nei confronti dei manifestanti.

Oltre a Morales anche il suo vice e i presidenti di Camera e Senato hanno lasciato le rispettive cariche governative.

Gli unici ad averne tratto dei benefici sono stati i membri dell’opposizione, in particolar modo l’ex senatrice Jeanine Anez, autoproclamata Presidente ad interim della Bolivia. La Anez ha provveduto immediatamente a sostituire tutti i ministri con una compagine proveniente dall’opposizione (antisocialisti e conservatori) salvo poi inserire un rappresentante indios al Ministero della Cultura e Turismo con l’evidente intento di salvare le apparenze.

La neopresidente non si è limitata solo alla sfera politica ma ha sostituito parte della leadership militare e dei capi delle principali società di proprietà statale. Una vera e propria controrivoluzione che potrebbe cancellare l’eccellente lavoro fatto da Morales negli ultimi 14 anni.

A provocare la preoccupazione di molte organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International è stato un decreto presidenziale, il 4078, firmato il 14 Novembre scorso, promulgato per concedere “potere illimitato alle forze armate”, potere che i militari stanno esercitando sulle minoranze indigene, gli agricoltori e i cocaleros, che più di tutti rappresentano il presidente uscente e i suoi successi.

Le responsabilità di Morales e le mistificazioni di Trump

Come anticipato, sulla perdita di consensi Evo Morales non è esente da colpe e, come molti capi di stato terzomondisti, ha finito per rimanere accecato dalla sua stessa luce.

Nel 2016, non potendosi ricandidare per un terzo mandato, ha indetto un referendum popolare al fine di abolire il limite dei due mandati previsto dalla Costituzione, perdendo per un pugno di voti. Ignorando i risultati del referendum ha corso per un terzo mandato facendo ricorso alla Corte Suprema boliviana. Decisione disapprovata da molti in Bolivia, sia dall’opposizione conservatrice che dalle comunità indigene che consideravano e considerano ancora Morales come un vero e proprio Dio.

Alle ultime elezioni ha gareggiato con una ventina di avversari, tra cui il liberista ed ex presidente Carlos Mesa. Le elezioni sono state vinte per lo 0,5% dei voti oltre la soglia di accettazione (secondo la legge boliviana, un candidato può vincere con il 40% dei voti solo se ha  almeno il 10% di voti in più rispetto all’avversario) con il 47% dei voti contro il 36,5% di Mesa.

E’ stato a quel punto che l’OSA e l’amministrazione Trump hanno approfittato dello scarto irrisorio per denunciare frodi e interruzioni dei conteggi nel momento in cui Morales stava perdendo terreno.

Accuse rispedite al mittente dal CEPR che, in una chiara analisi elettorale post voto, ha certificato la regolarità delle elezioni affermando inoltre che il conteggio ufficiale non si è mai fermato fino alla comunicazione dei risultati. L’unico conteggio interrotto, come previsto dalla legge, è stato il cosiddetto “conteggio rapido”, un conteggio non ufficiale fatto a fini statistici.

Il conteggio ufficiale, che è l’unico risultato valido e vincolante, è andato avanti fino all’annuncio dei risultati.

In breve, non vi fu alcuna frode elettorale da parte di Morales, ma la disinformazione e la rabbia, più che giustificata, dei cittadini contro la corruzione, hanno portato nel paese imponenti manifestazioni.

Poco dopo, la storia di Evo Morales in Bolivia è giunta tristemente all’ultimo atto. Le dimissioni rappresentano però il culmine solo “mediatico” di un’escalation di eventi confusi e strumentalizzati.

Il Ruolo degli Stati Uniti

Naturalmente per gli Stati Uniti&co guai a catalogare gli eventi come “Golpe”. Donald Trump ha tirato in ballo la solita canzoncina della democrazia facendo leva sugli errori commessi da Morales: “Dopo quasi 14 anni e il suo recente tentativo di aggirare la costituzione della Bolivia e la volontà del popolo la partenza di Morales mette al sicuro la democrazia e apre la strada al popolo boliviano perché la sua voce venga ascoltata” sostenendo dunque che le dimissioni sono state il frutto di “una rivolta popolare”.

Per fortuna gli USA sono in piena campagna elettorale e il Senatore democratico Bernie Sanders ha parlato di colpo di stato senza mezzi termini, quasi a voler ridicolizzare il tycoon, affermando un concetto molto semplice: “Quando i militari intervengono, a mio avviso, si chiama colpo di stato”.

Alla Casa Bianca sono soliti appoggiare e impugnare rivolte nei paesi ricchi di risorse energetiche in sud america, come insegna il recente caso del Venezuela.

La Bolivia è un importante fonte di gas naturale e minerali come il litio, cosa che la rende estremamente appetibile per le multinazionali. Gli Stati Uniti hanno da sempre un attenzione particolare nel paese andino. Per molti anni, la USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale) ha finanziato progetti per promuovere le imprese nella Bolivia orientale conservatrice, mettendole contro i movimenti di lavoratori e contadini.

Inoltre, secondo il quotidiano thegrayzone.com, Washington ha una lunga storia di addestramento della polizia boliviana e dei leader militari. Uno dei leader del recente colpo di stato ha frequentato un corso presso il Western Hemisphere Institute for Security Cooperation a Fort Benning, in Georgia.

Il futuro della Bolivia tra massacri e nuove elezioni

Nel paese regna il caos e la violenza non accenna a fermarsi. Il popolo, che erroneamente si era rivoltato contro il suo presidente, adesso è sceso in piazza per riaverlo al governo. I presidi sono fissi e non intendono placarsi.

L’esercito, forte del decreto 4078 (che garantisce piena immunità ai membri dell’esercito), usa il pugno di ferro e i numeri sono agghiaccianti: si parla di 1000 feriti, 35 morti e un imprecisato numero di dispersi. Ultimo brutale attacco quello che è stato definito “il massacro di Senkata” località nei pressi di El Alto, in cui un commando dell’esercito ha forzato un presidio stradale provocando 10 morti e oltre 500 feriti.

Le repressioni non risparmiano nessuno: sindacalisti, politici, giornalisti e chiunque provi ad appoggiare o testimoniare gli attacchi.

Se per le strade va avanti una repressione armata, nelle aule del parlamento la macchina del fango anti-Morales avanza a pieno regime; l’ultima trovata una denuncia al Tribunale dell’AIA per “crimini contro l’umanità” come affermato dal Ministro degli Interni, Arturo Murillo, il quale in una intervista alla radio Patria Nueva afferma che l’ex presidente è colpevole di aver esortato i suoi sostenitori ai blocchi stradali.

Intanto la Presidente ad interim Jeanine Anez ha annunciato elezioni nei prossimi 6 mesi, elezioni a cui potranno partecipare tutti i partiti incluso il Movimento al Socialismo (Mas) di Morales, ma all’ex presidente sarà proibito presentarsi. La cosa però sembra non preoccupare il leader indigeno che, visto il clima d’odio, aveva già annunciato, in un’intervista al quotidiano britannico The Guardian di rinunciare ad un eventuale candidatura per la pace del paese: “Dicono no ad Evo. E allora io dico va bene, non c’è problema” affermando però l’intenzione di voler ritornare nel proprio paese da uomo libero.

Insomma il caos ha avvolto i monti boliviani in una coltre di incertezza e instabilità sia politica che sociale ma la fiamma dell’attenzione dei media si sta pian piano spegnendo e con lei sbiadisce, probabilmente per sempre, la bandiera multicolore “Whipala”, nata per rappresentare i popoli indigeni ma diventata, sotto il governo Morales, un simbolo di integrazione, apertura e orgoglio, tanto da essere affiancata alla bandiera nazionale negli istituti, sulle divise, fuori al palazzo di governo e che adesso è permesso usarla solo per i riti funebri, quelli che non vengono affogati nel sangue dai militari…si, capita anche questo oggi in Bolivia.

La Whipala è in fiamme e probabilmente in quel fuoco finirà per sempre il sogno di una Bolivia libera e del suo Presidente Evo Morales, per “gli amici”, El Indio.

 

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 7 Dicembre 2019 e modificato l'ultima volta il 7 Dicembre 2019

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