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BOMBE ESTIVE

Ordigni inesplosi, la direzione di Pompei tranquillizza il pubblico: “Nessun pericolo”

Beni Culturali | 8 Luglio 2019

Inizia con Pompei e una vera e propria “bomba” la rubrica “Sherlock ” su il Fatto quotidiano a cura di Antonio Padellaro e Marco Travaglio. Una “non notizia” articolata in sei pagine di “esclusiva” a cui verrebbe da rispondere: “elementare Watson ” come da copione.

Ma veniamo ai fatti. Molti scordano che la storia dei disastri subiti dall’antica colonia romana annovera anche l’ultima guerra mondiale. Migliaia di turisti la visitano quotidianamente ormai da qualche secolo con la convinzione che sia rimasta cristallizzata e “congelata ” così come era fino a pochi giorni prima di quel fatidico giorno (di agosto? ottobre?) del 79 dopo Cristo, anno della terribile eruzione che la seppellì insieme a Ercolano ma anche ad altri centri minori come Oplonti, Stabiae e l’entroterra vesuviano con le sue ville. Invece si dimentica che proprio durante la seconda guerra mondiale il sito archeologico vesuviano fu bombardato e colpito irrimediabilmente in alcuni punti distruggendo case ed edifici.

L’inchiesta: 10 bombe inesplose a Pompei

Il Fatto quotidiano titola “10 bombe nel sottosuolo di Pompei” gettando il panico in una calda domenica d’estate: “Per la prima volta nell’inchiesta esclusiva di “Sherlock” vengono resi noti documenti esclusivi dell’Aerofototeca nazionale. Strisciate aeree e rapporti ufficiali in cui si documentano – con le immagini prodotte dagli Alleati per scopi di ricognizione durante la “Campagna d’Italia” del 1943-1945 – le 165 bombe sganciate su Pompei: dagli spezzoni incendiari da 4 libbre/1,8 kg fino alle grandi “cookie” HC da 4.000 libbre/1.800 kg chiamate anche le “grandi demolitrici”. Sono 96 gli ordigni che, nel corso degli anni, sono stati localizzati, in base alla documentazione e ai rilievi dei danni provocati su strade, ville, muri del sito archeologico. Ma le altre 70 bombe cadute nelle aree ancora non scavate dove si trovano? Quante quelle inesplose? Quali sono i rischi per archeologi e operai in un sito che attrae ogni anno 3 milioni di visitatori? E quali piani di bonifica, se ci sono, che la Soprintendenza metterà in atto?”.

Osanna: area della Regio V bonificata come da legge

“In riferimento all’articolo di oggi de Il Fatto quotidiano “Le 10 bombe di Pompei” circa la presenza di eventuali ordigni bellici presenti nell’area dei nuovi scavi, la Direzione del Parco Archeologico di Pompei chiarisce quanto segue.

Presso i nuovi scavi della Regio V, rientranti nel vasto progetto di messa in sicurezza dei fronti di scavo (perimetro che circonda l’area non scavata) previsti dal Grande Progetto Pompei, le attività di indagine sono soggette a una rigida procedura di progettazione e controllo in tutte le fasi. Non è un caso che vi siano coinvolte professionalità differenti, (dagli ingegneri agli antropologi ai vulcanologi, e geologi oltre agli architetti, archeologi e restauratori ) ciascuno per la sua competenza.
Nel progetto di scavo come in tutti i progetti in generale, è previsto l’obbligo da norma di inserire nel piano di sicurezza la bonifica da ordigni bellici in aree che sono state soggette a bombardamento negli anni passati. Il Parco archeologico di Pompei ha regolarmente redatto il progetto di bonifica, che è eseguita dal Genio Militare che ne ha la competenza. Metro per metro è stata effettuata la bonifica dell’area, che viene ripetuta anche in caso di necessità, per eventuali saggi. Come per la regio V, la bonifica viene eseguita per tutti i progetti dell’area archeologica, tra cui il progetto in corso della nuova recinzione del sito. Nessun rischio, pertanto, né per gli addetti ai lavori che effettuano gli scavi, né per i turisti che visitano l’area”.

L’inchiesta avrà una seconda puntata

Ma pare che Travaglio & Company siano intenzionati a continuare sulla strada intrapresa promettendo una seconda “puntata” dello speciale: “Nella nostra inchiesta – replicano dal giornale diretto da Marco Travaglio – non parliamo genericamente dell’area dei nuovi scavi Regio V, come ci attribuisce la direzione del Parco. Facciamo bensì riferimento, con precisione, all’area non scavata, quella alle spalle dei fronti di scavo, nelle Regiones I-III-IV-V-IX. Per maggiore chiarezza ribadiamo anche, come più volte scritto nel corso dell’inchiesta, che si tratta di aree non aperte al pubblico, come ben sa la direzione del Parco: nessun rischio pertanto per i turisti e i cittadini stessi” e promettono: ” E, visto che Sherlock torna sempre sul luogo del delitto, durante tutta la prossima settimana, a partire da domani, il viaggio a Pompei continuerà, per svelare i misteri ancora sepolti dalla terra nera sotto il Vesuvio”.

I danni della guerra a Pompei

Facciamo un passo indietro e raccontiamo la guerra a Pompei con protagonista Amedeo Maiuri:

Dopo la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, sull’area archeologica di Pompei si erano ripetute segnalazioni di caduta di ordigni bellici vari, non sempre di provenienza nemica, come quelli esplosi dai pezzi della nostra difesa antiaerea posizionati a Castellamare di Stabia. Ma il 19 febbraio 1941 si ebbe una prima preoccupante avvisaglia di quello che più tardi sarebbe accaduto con le incursioni pesanti su tutta l’area campana: due bombe caddero vicino la villa dei Misteri senza procurare particolari danni, mentre a distanza di un mese circa, il 22 ottobre 1941, bombardieri della R.A.F. sganciarono spezzoni incendiari a lato dell’area archeologica. Niente rispetto all’inferno che si scatenò successivamente, a partire dalla seconda metà del 1943, quando divenne evidente il prossimo crollo dell’Asse italo-tedesco a seguito degli sbarchi Alleati in Sicilia ed a Salerno, pesantemente appoggiati da massicci bombardamenti che martellarono e devastarono il territorio campano e le sue principali città.
La prima concreta offesa all’area archeologica di Pompei, si ebbe alle 22,30 circa del 24 agosto 1943 (anniversario della lontana eruzione che nel 79 d.C. la distrusse?), quando gli ordigni caddero sull’area del Foro, dell’Antiquarium e della casa di Romolo e Remo, provocando le prime distruzioni. È lo stesso Maiuri a raccontare la prima incursione: “La prima tragica incursione è avvenuta la sera del 24 agosto alle 22,30… una bomba di medio calibro ha colpito l’angolo nord orientale del Foro, dinanzi all’arco di Druso… altre hanno ridotto a un cumulo di macerie la zona di Porta Marina”. Il 9 settembre gli Alleati sbarcavano a Salerno e così ebbe inizio il calvario quotidiano. Forse l’obiettivo era la postazione tedesca posizionata presso le mura degli scavi, dove coraggiosamente Maiuri si recò di persona chiedendo inutilmente ai soldati di allontanarsi; e così il 13 settembre, con due incursioni portate alle 17,00 e durante la notte, i bombardieri cancellarono parte delle Terme del Foro, la casa della Regina Margherita, gli edifici dei servizi con l’officina restauri, il Tempio di Apollo, i Granai, danneggiando il Foro e con esso anche varie case e blocchi di insule limitrofe. Da quel giorno le incursioni sull’area divennero quotidiane e nella successiva notte del 14-15 settembre, gli aerei colpirono ancora il Foro, la Taberna, la casa di Apollo e la fortificazione sannita. Il giorno 16, ancora in notturna, vennero danneggiate le Terme centrali, la casa dei Gladiatori, la casa del Labirinto, degli Amorini e del Centauro, mentre il 18 settembre pagavano il loro pegno ancora il Foro, la via delle Tombe e Taberne, il Teatro e la Palestra sannitica. Durante la notte del 19 alcuni ordigni colpirono il Criptoportico, il Cenacolo e varie case e Taberne, il 20 settembre le distruzioni interessarono l’Anfiteatro, l’Antiquarium ed il Tempio di Venere e nel periodo tra il 21 ed il 26, sempre di notte, i maggiori danni furono a carico delle zone periferiche che persero alcune case e insule varie, l’Anfiteatro e la Palestra.Il bilancio finale fu di 165 bombe che avevano danneggiato in modo irreparabile diversi edifici storici, le cui macerie furono oggetto di molteplici scatti fotografici, venendo quotidianamente visitate da Maiuri, che rischiò per questo zelo la sua stessa vita. “Una volta, durante la guerra, mentre un pomeriggio se ne veniva via da Pompei con un suo vecchio scavatore, un aeroplano vide i due ciclisti e mosse potente, con i suoi 1000 cavalli motore e le sue sei mitragliatrici, contro i due piccoli insetti umani in bicicletta e uno, lo scavatore, uccise e all’altro con una pallottola, frantumò il femore, lasciandolo a dissanguarsi sull’erba di un fossatello denso di locustre e di polvere archeologica”. Quel 15 settembre 1943, mentre tentava di raggiungere Napoli, sul ponte della Gatta tra Torre Annunziata e Torre del Greco, Maiuri fu ferito durante un mitragliamento a bassa quota e per due mesi rimase ricoverato presso l’ospedale di quest’ultima località, lasciando totalmente esposta l’area degli scavi alla rabbia dei vinti prima e poi alla sfrenata euforia e saccheggio dei vincitori (entrati in Pompei il 29 settembre 1943): 500.000 uomini della variopinta Armata anglo-franco-americana che “depredarono” Pompei prelevando ogni sorta di reperto e “souvenir” di guerra. Esattamente quello che succederà a Montecassino otto mesi più tardi. A seguito della grave ferita riportata alla gamba sinistra, a Maiuri fu riconosciuta l’invalidità per servizio civile e ciò lo costrinse a utilizzare il bastone per il resto della vita, con un’ andatura claudicante perpetua. Tuttavia, in tali precarie condizioni di salute, riprese il suo impegno quotidiano e riuscì ad evitare danni maggiori al Museo archeologico di Napoli, sia durante le cosiddette “Quattro giornate di Napoli”, che all’arrivo degli americani che volevano adibirlo a magazzino sanitario. Grazie alla loro disponibilità evitò anche danni maggiori alla stessa area archeologica di Pompei, oramai oggetto di continue scorribande e razzie.

L’ultima bomba a Pompei è stata ritrovata nel 2017 in una zona esterna all’area archeologica. Nel 1944 è un pilota inglese che per primo scopre una bomba inesplosa vicino alla Casa degli Epigrammi. Poi altri ritrovamenti, nel 1952 accanto a Porta Capua, nel 1954, nel 1959 un colosso da quattro quintali vicino al Tempio di Venere, poi nel 1961 e tre anni dopo vicino alla torre di Mercurio. Chi scava sa bene che potrebbe trovare ordigni bellici ovunque ma ora più di ieri le moderne tecnologie aiutano a riconoscere un chiodo a una profondità prima impensabile come ammette lo stesso “Il Fatto Quotidiano”, e come per la Regio V, se si dovesse scavare, ci sarebbe un’accurata bonifica anche per le altre Regio “grigie” dove attualmente non si scava.

Susy Martire

Un articolo di Susy Martire pubblicato il 8 Luglio 2019 e modificato l'ultima volta il 8 Luglio 2019

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