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Il “CAMORRISTA DI DIO”, una vita dedicata ai bisognosi

News | 3 Gennaio 2017

Napoli ha alcuni figli camorristi, molti di loro hanno inesorabilmente creato un alone oscuro su questa città, togliendo dignità e vita. Ma questa città è strana, 83 anni fa ha dato i natali a Vincenzo Luise, meglio conosciuto come il CAMORRISTA DI DIO.

Nato nel cuore di Napoli, precisamente a Spaccanapoli, da padre portuale, madre casalinga e primo di tre fratelli, Vincenzo è stato da bambino il classico scugnizzo napoletano, sempre per strada a combinare marachelle.

Poi un cambiamento radicale: è poco più di un ragazzo quando decide di diventare padre camilliano, affrontando, per questo primo obiettivo, gli studi al seminario e qualche anno di convento, tra cui quello di Sora.

Ma questo non gli basta e, a un certo punto, arriva una nuova, coraggiosa vocazione: divenire missionario in uno dei posti più dimenticati da Dio: Africa Sud – Equatoriale, precisamente il Burkina Faso, dove oggi, dopo più di 40 anni, ancora opera con la stessa determinazione e coraggio che aveva da giovane.

È lui stesso che si definisce il “camorrista di Dio”, ricordando le sue origini partenopee ed operando con la caparbietà, il cervello ed il cuore di un vero napoletano.

Di Fratel Vincenzo, a guardarlo oggi, dopo tanti anni, colpisce la sua barba lunga e incolta, i capelli folti e brizzolati, la sua veste bianca in cui spicca il rosso della croce dei camilliani.

Con il suo fuoristrada percorre da anni la periferia di Ouagadougou, capitale dello Stato, sempre carica di medicinali e cibo, raggiungendo cosi anche i villaggi più lontani.

Perennemente tra i poveri, i bisognosi, i malati, e qui, se si parla di malattie, si parla di lebbra, AIDS, dove la morte è una costante.

Fratel Vincenzo si prende cura dei lebbrosi e dei loro familiari, provenienti da Burkina, Mali e Costa d’Avorio, delle donne abbandonate nei villaggi o raccolte per la strada, perché accusate di stregoneria, in realtà solo anziane o un po’ fuori di testa, e, come se non bastasse, di una cinquantina di persone con disturbi mentali; procura loro riso e miglio per l’unico misero pasto di mezzogiorno, del sapone, una coperta. E a Natale un pacchetto di caramelle.

Chi lo ha conosciuto, racconta di un uomo apparentemente rude, la cui bontà si manifesta attraverso ciò che fa. A chi gli chiede come faccia a fare ciò che fa risponde: “Guagliò, ma tu ci credi alla Provvidenza? Adesso che hai visto tutto questo anche tu ti farai Provvidenza, lo racconterai agli amici e lo scriverai”.

Chi ha avuto il piacere di vederlo oltre la sua dimensione di padre camilliano, racconta di un uomo che a Natale, in famiglia, mangiava il pesce intero con lische, code e teste comprese, mangiava la mollica che veniva lasciata sul tavolo, perché la fame fa mangiare tutto, e se a un bimbo cadeva il ghiacciolo per terra d’estate, lui lo raccoglieva e lavandolo sotto la fontana diceva: “è un peccato buttarlo”.

Nei suoi brevi ritorni in famiglia, quando i parenti e gli amici gli chiedevano di cosa avesse bisogno, lui rispondeva senza esitazione: “Ho bisogno di medicine, cibo, matite e quaderni“.

Non aveva e non ha bisogno di nulla per lui. Chi lo ha conosciuto racconta di un uomo che da e vuole rispetto, di un uomo che trasmette serenità e di un prete che diffonde i valori di Cristo. Una figura in cui l’uomo e il prete si confondono in un’armonia estrema.

Ha costruito ospedali, lebbrosari, centri per la cura dell’AIDS: a chi ha perso arti per la lebbra ha procurato protesi, a chi soffre per l’AIDS ha procurato un abbraccio, un sostegno ed una vicinanza.

Ha costruito tra l’altro un ospedale con otto padiglioni, 64 posti letto, un centro ricerche, una casa per gli operatori sanitari e gli ospiti, una cappella. Molti orfani delle zone in cui ha operato, battezzati da lui, portano il nome dei suoi genitori: Giovanni e Giuseppina, un omaggio a chi, con coraggio ed altruismo, ha condiviso la sua vocazione.

Ultimamente è rientrato “per raggiunti limiti di età” in Italia, dove avrebbe dovuto trascorrere in serenità i suoi ultimi anni, ma il “Camorrista“, dopo pochi mesi, ha avuto nostalgia dei suoi scugnizzi, dei suoi poveri e di quelli dimenticati da Dio, lui solo poteva ricordarli, per cui è ripartito, sapendo in cuor suo che l’Africa era ormai diventata la sua terra.

Si chiede spesso se, quando morirà, Dio lo accoglierà in paradiso. A chi gli chiede il motivo di questi dubbi, risponde: “Sì, sono troppo fortunato! Posso fare troppe cose buone, qui, tra questa povera gente… di tutto dovrò rispondere… e che cosa risponderò? Cosa mi domanderà il Signore Gesù?”.

Inutile rispondergli che il Signore non è un contabile, e che comunque la sua contabilità è ben diversa dalla nostra. Fratel Vincenzo Luise, camilliano d.o.c., continuerà a pensarla come gli pare.

Lui forse non lo sa, ma è rimasto un camorrista, solo che oggi è un “camorrista di Dio”. Selvaggio, prevaricatore, simpatico, cuore aperto, mani bucate, sciatto nell’abbigliamento, la veste sempre di traverso, anche se è legata in vita da un’alta cinta di cuoio grezzo.

Napoli e il mondo hanno bisogno di camorristi cosi, dei veri, instancabili, CAMORRISTI DI DIO.

Un articolo di Il Vaporetto pubblicato il 3 Gennaio 2017 e modificato l'ultima volta il 3 Gennaio 2017

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