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martedì 7 luglio 2020
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CAOS CARCERI

12 morti per le proteste. In arrivo dal governo mascherine e tende pre-triage

Diritti e sociale | 10 Marzo 2020

Con il decreto legge dell’8 Marzo approvato dal presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte sono state imposte importanti misure per limitare il contagio del virus covid-19: queste misure comprendono delle limitazioni anche per i detenuti nelle carceri, che si sono visti mancare, da un giorno all’altro, l’unico contatto con il mondo esterno, con la loro famiglia e le persone che amano.
Questa misura è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso nelle carceri, in particolare al sud, da dov’è partita una vasta rivolta che si è subito estesa in tutta Italia.

Il decreto, all’articolo 2 dice: “I colloqui visivi si svolgono in modalità telefonica o video, anche in deroga alla durata attualmente prevista dalle disposizioni vigenti. In casi eccezionali puo’ essere autorizzato il colloquio personale, a condizione che si garantisca in modo assoluto una distanza pari a due metri.” Significa che i detenuti non possono vedere i loro famigliari per due mesi: un’interruzione dei colloqui mai vista prima d’ora, mentre le loro condizioni igieniche e di sovraffollamento restano le stesse. Potete leggere il decreto integrale qui.

Il 9 Marzo è stato implementato un nuovo decreto – entrato in vigore dalle prime ore di stanotte – che ha esteso la zona rossa in tutta Italia, ma che non prevede nuove restrizioni per i detenuti.

“Da carcerato ci si sente bene solo nell’ora dei colloqui”

“Non è possibile stare due mesi senza vedere i propri famigliari – ci spiega Pietro Ioia, garante dei diritti di detenuti per il comune di Napoli, in prima linea in questi giorni che la situazione nelle carceri è diventata esplosiva e i nostri istituti di detenzione vere e proprie polveriere. “Specialmente oggi – aggiunge Ioia – in condizioni di abbandono da parte delle istituzioni, oltre che di sovraffollamento: da carcerato ci si sente abbandonati, ci si sente bene solo nell’ora di colloqui con i famigliari. Vedersela tolta così, di impatto, è stato troppo, per troppi: perché poi nelle celle sono in sovrannumero. E queste misure allarmano i carcerati, che si sentono in pericolo”.

Tanto per cominciare nelle carceri rispettare la distanza di sicurezza è pura utopia. La limitazione di rispettare “distanza di sicurezza” imposta dal decreto, è  in contraddizione con la reale condizione dei detenuti, che vivono anche in 10 nelle celle, come carne da macello.

I reclusi delle carceri (di Poggioreale, Secondigliano, Salerno-Fuorni, Palermo, Bari, Foggia, Milano, Modena…) vivono in ambienti sporchi, fatiscenti, che non garantiscono la minima sicurezza dal punto di vista sanitario, né rispettano la loro dignità.

La protesta parte dal Sud, i detenuti chiedono uguaglianza e di non correre rischi per la salute

È proprio dalle carceri del Meridione che è partita la rivolta, dove a Salerno centinaia di detenuti, nella sera di Sabato 7 Marzo, si sono arrampicati sui tetti dei padiglioni e barricati in segno di denuncia, rivendicando in una lettera il rispetto reale delle loro condizioni igieniche.

In una lettera, pubblicata da Carlo Tarallo, proprio quelli di Fuorni hanno chiesto tampone per i detenuti e per il personale penitenziario e sanitario presenti nel loro istituto; assistenza immediata per chi soffre di gravi patologie, e soprattutto la concessione di pene alternative, come i domiciliari, per poter prevenire l’emergenza covid-19, oltre che la possibilità di poter effettuare davvero videochiamate con i famigliari, dal momento che mancano i mezzi.

Chiedono che nessun detenuto venga trasferito o sanzionato, anche per la paura di punizioni su chi protesta, che spesso portano a veri e propri abusi in divisa: Ioia – facendo l’esempio del carcere di Poggioreale, denuncia i modi barbari con cui sono state sedate le rivolte precedenti, come quella dello scorso giugno: “Succede ad ogni rivolta – ci racconta – a Giugno è nata una sommossa dopo che sono state rifiutate le visite a un detenuto malato, chi ha protestato è stato trasferito e picchiato”.

Tra le richieste aggiunte a quelle dei detenuti di Salerno, che riassumono quelle dei reclusi nelle carceri di tutta Italia, si sono aggiunte le richieste di amnistia e indulto da parte dei comitati e le organizzazioni a difesa dei diritti dei detenuti. La voce di una rivolta si è subito sparsa alle altre carceri, arrivando a Napoli e poi fino al Nord, nelle carceri di Milano e Firenze.

La rivolta di Poggioreale, i morti di Modena e Rieti e gli evasi di Foggia

Al carcere di Poggioreale le proteste sono cominciate nella sera di sabato, e si sono ripetute dalle prime ore del pomeriggio DI Domenica 8 Marzo, quando i detenuti dei padiglioni Milano e Livorno, sono saliti sui tetti degli edifici in segno di protesta, fino al pomeriggio di ieri.

Sulle strade di Via Nuova Poggioreale una catena di camionette e volanti della polizia hanno provato a bloccare i familiari dei detenuti, che sono arrivati in segno di solidarietà: nel carcere di Poggioreale la situazione di sovraffollamento è agli estremi, con circa 2200 detenuti a fronte dei 1600 posti disponibili, in un luogo che dovrebbe avere come “missione principale” quella di rieducare, e dove invece, ci racconta ancora Ioia, “la Camorra riesce a mettere piede e a comandare”. Distruggendo ancora di più le possibilità dei detenuti di integrarsi nella società.

La protesta dei detenuti di Poggioreale contro le misure intraprese per contenere il contagio del Coronavirus

Posted by Identità Insorgenti on Sunday, March 8, 2020

La rivolta dei detenuti comunque prosegue: finisce da una parte e ricomincia da un’altra. Ad esempio i detenuti hanno protestato a San Vittore e a Foggia, dove sono evase decine di reclusi, mentre a Palermo, questo pomeriggio, sono intervenuti anche i carri armati dell’esercito. Da Modena arriva la notizia che 9 detenuti sarebbero morti – sui loro corpi nessun segno di lesioni – e qualcuno dice che i decessi sarebbero dovuti all’overdose per uso di stupefacenti. Verità tutte da accertare. Tre vittime anche a Rieti mentre a Pavia due guardie carcerarie sono state sequestrate. Si sono intensificate le proteste agli istituti di detenzione di Secondigliano, dove i parenti dei detenuti hanno bloccato le strade e appeso striscioni in solidarietà ai detenuti, e a Santa Maria Capua Vetere: quindici detenuti, approfittando dell’ora d’aria, si sono arrampicati sui tetti. Anche al carcere di Carinola segnaliamo l’arrivo di parenti accorsi in solidarietà.

Una delegazione ha incontrato il direttore di Poggioreale

Aggiornamenti da Poggioreale, dove ieri pomeriggio una delegazione di familiari di detenuti, assieme a Pietro Ioia, ha avuto un incontro con il nuovo direttore del carcere, assieme al direttore sanitario e al comandante delle forze dell’ordine: “Ci hanno accertato che non ci sono casi di infezione da Covid, informandoci che il conteggio dei rivoltosi sale all’incirca a 900 detenuti. Hanno danneggiato l’impianto idrico ed elettrico, perciò c’è bisogno di manutenzione. La protesta è rientrata ed è tutto sotto controllo, ma resta sempre un’incognita se continuerà.”

“Ci sono stati dei contusi tra i detenuti – continua Ioia – la polizia ha dovuto fare una carica nel carcere, e diversi parenti si sono lamentati che i carcerati siano stati picchiati dalle guardie penitenziarie, ma chiaramente accade sempre in mezzo a una rivolta. I colloqui non possono essere ripristinati dal direttore, che ci ha riferito che questa scelta riguarda il Ministero. I pacchi dalle famiglie possono essere comunque consegnati ai detenuti. Ci saranno delle ripercussioni di livello giudiziario, oltre che le partenze. Il governo userà la mano dura, e i carcerati avranno la peggio, con l’opinione pubblica che gli si rivolterà contro.”

Le trattative tra i detenuti e la direzione del carcere continuerà nei prossimi giorni, ci spiega l’avvocato penalista Emilio Coppola: “Poggioreale al momento non è equipaggiata, anche se la situazione è sotto controllo e la mediazione è stata trovata. I detenuti di Poggioreale chiedono semplicemente che non vogliono avere contatti con persone infette, chiedono standard di sicurezza, tamponi per la polizia penitenziara, il potenziamento della farmacia e che chi venga dall’esterno indossi mascherine. Finora fortunatamente non ci sono casi di infetti da Covid in carcere. Dei detenuti – continua Coppola – hanno chiesto delle soluzioni immediate: le chiamate sono state concesse dal direttore, bisognerà concordare con i magistrati di sorveglianza la concessione delle pene alternative.”

Le conquiste dei detenuti: mascherine e tende pre-triage

Ieri, nelle ultime del pomeriggio, il capo della protezione Civile Angelo Borrelli, ha annunciato in conferenza stampa: “Da domani distribuiremo 100 mila mascherine negli istituti penitenziari, dove sono state montate 80 tende di pre-triage” una misura che aumenta la sicurezza sanitaria nelle carceri, ma che non abbatte il problema del sovraffollamento e della fatiscenza degli spazi.

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nella conferenza stampa di ieri sera, ha dichiarato: “Ci auguriamo che queste ‘iniziative’ possano rientrare, stiamo lavorando con il ministro Bonafede per fornire a tutti dispositivi di protezione per consentire i colloqui. Ma è chiaro che non possiamo accettare ciò che sta accadendo, che ci siano delle fughe o dei tentavi di ribellione dove vengono compiuti atti abbastanza gravi.”

I detenuti sono quindi in attesa che questi piani diventino concreti al più presto: la situazione continua a restare tesa, con un totale di 27 istituti penitenziari interessati dalle proteste.

Le richieste dei detenuti: ennesimo passo indietro dello Stato

In quest’emergenza nazionale, l’Italia sta dimostrando una grandissima debolezza nel settore pubblico, che è l’unico che può aiutare ad arginare il contagio del virus, mentre continua ad alimentare il settore della difesa: ma il virus – ahinoi – non si spara. Le situazioni che vediamo svilupparsi giorno dopo giorno sono prodotte dal sistematico smantellamento dei servizi pubblici, dalla sanità al servizio penitenziario. È una contraddizione negare ai detenuti le chiamate, e negargli allo stesso momento le norme sanitarie minime per evitare il contagio, in quello che potrebbe diventare in poco tempo un focolaio del Covid. Il clima che si respira è caotico, ed è frutto di una mancanza dello stato nella vita dei detenuti, che ne hanno ormai perso ogni fiducia.

I detenuti nel nostro paese vivono in contesti che li penalizzano prima di tutto in quanto esseri umani, e poi per il loro ruolo nella società: nel 68% dei casi, i detenuti una volta ‘liberi’ tornano a delinquere (Fonte Ministero della Giustizia), spesso per il contesto sociale in cui sono immersi e a causa delle alternative dignitose che mancano. Bisogna portare uno stato davvero democratico, e davvero fondato sul lavoro, nel luogo dove mette piede il cancro della Camorra, che approfitta della povertà, della disoccupazione, della dispersione scolastica. L’unico modo per evitare di far scoppiare una bomba ad orologeria – sociale e sanitaria – in ogni città d’Italia, è adottare misure che rispettino i diritti e i bisogni primari di chi è recluso, poichè in un’emergenza sanitaria di queste dimensioni, la collettività – se si ritiene davvero civile e democratica – non può permettersi di lasciare indietro gli ultimi della società.

Ciro Giso

Un articolo di Ciro Giso pubblicato il 10 Marzo 2020 e modificato l'ultima volta il 22 Marzo 2020

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