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CAOS SUDAN

L’esercito spara sul futuro dei sudanesi: 60 morti e 400 feriti

Altri Sud, Mondo | 5 Giugno 2019

Sembrano passati anni da quando abbiamo raccontato delle vittorie sudanesi nel golpe pacifico dello scorso aprile contro Omar Al Bashir, partito dagli studenti e finalizzato dall’esercito che, dopo alcuni tentennamenti, si schierò dalla parte dei manifestanti promettendo una transizione affidata alla società civile.

Il leader delle milizie e Presidente ad interim, Abdel Fattash al-Burhan, ha disatteso le proprie promesse portando l’esercito a trasformarsi, in poco più di un mese, da alleato a oppositore e da oppositore a nemico.

Il sit-in però è rimasto lì, davanti al quartier generale delle Forze Armate nel centro di Khartoum fino a pochi giorni fa e, tramite il suo organismo più rappresentativo, l’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento (Afc), ha continuato a chiedere ciò che gli spetta di diritto, un Governo Civile di transizione.

Da un dittatore all’altro. Al-Burhan soffoca nel sangue il sit-in

La reggente Giunta militare di transizione (Gmt) si è dimostrata totalmente incapace al dialogo fino a che, il 3 giugno scorso, Al-Burhan ha dato l’ordine di smantellare il sit-in, questa volta alla maniera dell’ex dittatore Al-Bashir.

In poco tempo ha scagliato contro i manifestanti le forze di sicurezza, l’esercito, la polizia e i battaglioni della milizia che hanno affogato nel sangue le proteste.

Secondo il sindacato dei medici almeno 35 persone, tra cui un bambino di 8 anni, sono rimaste uccise nella retata di Khartoum e i feriti sarebbero stati un centinaio, alcuni in gravi condizioni.

I leader della protesta hanno risposto alzando la voce e dichiarando la “fine di tutti i negoziati”, incitando la popolazione alla disobbedienza totale.

Immediatamente dal mondo occidentale sono giunte dure condanne ai militari, ognuno con un suo slogan, da “attacco brutale” degli USA a “la priorità resta il trasferimento di potere a un’autorità civile” dell’UE fino alla (solita) richiesta di “cessate il fuoco” dell’ONU.

Condanne sono arrivate anche dal mondo arabo ma queste sono ancora più effimere. La lega araba infatti, insieme alla Russia, grande sostenitrice di Al-Bashir, puntano a una transizione in continuità con il regime, non hanno dunque alcun interesse ad un Governo civile.

Giunta Militare “Elezioni entro 9 mesi”. Secco no dei manifestanti

Per le strade di Khartoum continuano le repressioni 

Il giorno dopo l’annientamento del sit-in il Gmt ha annullato formalmente qualsiasi accordo con l’opposizione e convocato nuove elezioni entro 9 mesi. Piano immediatamente respinto dai movimenti di protesta che continua a chiedere “totale disobbedienza civile”.

Mentre dalle scrivanie del mondo occidentale continuano ad arrivare inutili condanne verbali, l’esercito continua a colpire manifestanti disarmati con tutte le forze a propria disposizione.

Dal giorno della repressione di Khartoum il bilancio delle vittime, secondo il sindacato dei medici, è salito a 60 e oltre 400 feriti.

Amnesty International ha pubblicato ieri un rapporto in cui parla di un “violento attacco militare contro un accampamento di manifestanti disarmati nella capitale con almeno 13 morti e oltre 100 feriti” mentre Al Jazeera parla di ospedali sgomberati e medici picchiati o arrestati.

Intanto, dopo aver respinto la concessione del governo militare di elezioni entro 9 mesi, i manifestanti continuano a sfidare i militari erigendo nuove barricate per le strade della Capitale. “Respingiamo tutto quello che è contenuto nelle dichiarazioni di al-Burhan” ha dichiarato Madani Abbas Madani, un esponente dell’Afc, invitando tutta la società civile a rimanere in piazza fino al cambio di governo.

Le divisioni dell’ONU e la prospettiva di un nuovo Darfour

La tensione è altissima, per prevenire nuovi attacchi ieri sera il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è riunito d’urgenza per votare una risoluzione.

Assemblea che si sarebbe conclusa con un “nulla di fatto” dal momento che Cina, Russia e Kuwait si sono rifiutati di condannare gli attacchi etichettandoli come “questioni interne sudanesi” e dal momento che sia Russia che Cina sono tra i cinque membri permanenti e con potere di veto del Consiglio di Sicurezza, qualunque iniziativa resta bloccata.

Ora, non sappiamo se la vita di un bambino di 8 anni e di 60 persone disarmate siano da catalogarsi come “questioni interne”.

Ciò che è certo è che se l’ONU continuerà a mostrarsi miope nei confronti dell’evidente conflitto di interessi della Russia (e della Cina), grande sostenitrice di Al-Bashir e contraria ad una transizione civile, la situazione non cambierà e ci troveremo ad affrontare una nuova Crisi del Darfour.

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 5 Giugno 2019 e modificato l'ultima volta il 5 Giugno 2019

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