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CAOS CARCERI

Nuovi contagi negli istituti campani: terrore e violenza corrono tra le sbarre

Diritti e sociale | 10 Aprile 2020

È passato appena un mese dalle proteste carcerarie scoppiate all’inizio di Marzo per l’emergenza covid negli istituti di pena dello Stivale: all’inizio di questa settimana sono ricominciati i tumulti, a partire dal carcere di Secondigliano a finire con quello di Santa Maria Capua Vetere, dove i familiari dei detenuti protestano tutt’ora.

Le proteste sono iniziate lo scorso weekend, con la battitura delle sbarre nel carcere di Secondigliano, per una falsa notizia riguardante un detenuto infetto con la febbre, che si è poi scoperto avere un semplice attacco di asma, con una febbre scomparsa nella serata di lunedì.

La notizia si è poi diffusa, ed ha mobilitato i detenuti di un carcere dove effettivamente ci sono casi di contagio: è la casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, dove sono stati registrati 3 contagiati: un medico, un infermiere e un detenuto (un ex deputato sotto processo per mafia, ricoverato all’ospedale Cotugno di Napoli dopo un test positivo al coronavirus). Nella giornata di Mercoledì 8 aprile altri 3 casi confermati: 6 dunque gli infetti nella casa circondariale di Caserta. Dalla dirigenza del carcere è stato ordinato lo screening della sezione interessata, e sono stati effettuati 130 tamponi a fronte di circa 1200 detenuti.

La rivolta nel carcere del casertano è cominciata domenica, alla notizia del primo recluso contagiato: i detenuti hanno bloccato i padiglioni Tamigi e Nilo, protestando contro le scarse misure di sicurezza sanitaria. “Da Marzo non è cambiato assolutamente niente – racconta Erminia Chianese, sorella di un detenuto – sono arrivate poche mascherine sia per i detenuti che per le guardie penitenziarie: gliele facevano mettere solo durante le videochiamate (che dopo questa rivolta ci sono state tolte), per tranquillizzare i parenti.”

Voci di abusi e videochiamate vietate

Arrivano dal carcere voci di abusi: qualcuno riesce a raccontare di essere stato picchiato coi manganelli e che hanno tagliato barba e capelli a tutti… addirittura pare che a qualcuno siano saltati i denti.  Lo raccontano le famiglie, che hanno ricevuto a malapena chiamate dai propri cari carcerati: pare che le videochiamate siano state proibite (per evitare di mostrare lividi?). Non si è più detenuti, ma prigionieri.

“L’articolo 27 della Costituzione a Santa Maria è morto – ci racconta Pietro Ioia, il garante dei diritti dei detenuti per la città di Napoli – la direttrice del carcere di Caserta ha giustificato questi eventi dicendo che le guardie penitenziarie si sono difese dai detenuti che portavano olio bollente: tutto questo è ancora da vedere, la realtà è che ai detenuti è stata negata la videochiamata per non far vedere i lividi. Da marzo – continua Ioia – la psicosi per il coronavirus è aumentata sia tra i detenuti che tra i loro cari, e ciò che speravamo non accadesse si è concretizzato a Santa Maria Capua Vetere, dei detenuti sono stati picchiati. Le carceri si stanno attrezzando, ma le mascherine sono poche e la paura resta alta: diverse organizzazioni ci hanno donato delle mascherine che in questi giorni distribuiremo.”

“La salute è un diritto di tutti/e, amnistia e indulto subito!” si legge sugli striscioni dei parenti dei detenuti fuori Poggioreale, Secondigliano e Santa Maria Capua Vetere: i familiari chiedono maggiori sicurezze per i loro cari, l’amnistia e l’indulto per poterli liberare dalle catene di un sistema carcerario che non dà alcuna speranza al detenuto e lo punisce solamente ma lo riconsegna senza armi ad un mondo dove la criminalità resta una via per campare: c’è bisogno di riabilitare i detenuti, ma soprattutto dargli una società che gli offra un’alternativa, che può partire solo dai diritti e dal lavoro. E dalla salute, di questi tempi…

Ciro Giso

Un articolo di Ciro Giso pubblicato il 10 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 10 Aprile 2020

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