giovedì 22 agosto 2019
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CASO SERVILLO

Maurizio Amodio: “Mia nonna, il san Carlo e un insegnamento: gli artisti vanno protetti perché ci salvano la vita”

Attualità, Cultura | 22 Gennaio 2019

Quando avevo dodici anni, mia nonna mi portò al San Carlo a vedere l’opera.
Non una sola volta, ma per un’intera stagione.

Ciò avvenne perchè mio nonno aveva perso ‘e cervelle e c’era, dunque, un abbonamento libero da utilizzare.

Gli era venuta l’arteriosclerosi e dava i numeri.

Questo me lo rese, nei suoi ultimi anni di vita, finalmente simpatico. Quest’uomo severo si addolcì, con la malattia. Divenne capace di carezze inedite, di un candido istinto  a manifestare l’amore con gesti che  non gli avevo mai visto fare prima.

Le maschere del conformismo che la vita sociale ci mette sul viso caddero e venne fuori  pure un’attitudine alla franchezza che lo rendeva eroico, ai miei occhi, a tratti esaltante.

Una volta venne il parroco, a benedire lui  e la casa e, quando entrò in stanza un po’ timoroso, gli chiese “Signor Ceeeeesare, chi sono io? Mi riconosceeeete?”.

Mio nonno, a letto come Eduardo nel terzo atto di “Natale in casa Cupiello”,  aprì mezzo occhio e rispose “Ma chi sì?  ‘O schiattamuort’? Tiè!” e partì  un memorabile gesto dell’ombrello.
La cosa più preziosa che mi venne  da tutto ciò fu, comunque, un’intera stagione al Teatro Lirico più antico d’Europa.

La Cattedrale della Musica e dell’Opera.

Mia nonna non si accontentava semplicemente di portarmi lì, raccomandandomi di far silenzio durante le performance. No. Nei giorni precedenti, si studiava insieme il libretto, mi spiegava la trama, contestualizzava l’opera. Andavo lì preparato. E una volta arrivati a teatro, lei mi portava in giro a farmi visitare quella specie di tempio di legno e stucco.

Con la faccia di culo che le ho ereditato, trovava il modo di entrare ovunque, pure dietro le quinte. E a tutti faceva simpatia questo bambinetto curioso, particolarmente interessato alle ballerine.

Per un anno vidi Wagner, Puccini, Pergolesi,  Stravinsky, Gluck, Mozart, Verdi, Ravel…  Aldo Ciccolini che dipinge Satie, Michele Campanella che affresca Liszt  e Maurizio Pollini nei suoi anni migliori.

Oltre che le gigantesche macchine di scena e l’esercito di uomini che le muoveva.

Mia nonna mi spiegava tutto.

Non dovevo solo vedere e sentire.

Dovevo CAPIRE. Capire ogni cosa.

E la cosa più importante che m’insegnò  fu il rispetto verso gli artisti.

“Gli artisti sono figure sacre, Maurì. Hanno il talento, che è un dono di Dio. I greci ne tenevano addirittura dodici,  di dee delle arti. Si chiamavano Muse.  E sai perchè Dio gli ha fatto questo dono, agli artisti? Per renderci tutti migliori. Per innalzarci. Senza arte, siamo solo animali che si pigliano lauree e vanno a lavorare. È l’arte che ci da un senso, un significato al perchè siamo nati e viviamo sulla terra. Gli artisti li devi rispettare sempre, pure quando sbagliano. Gli artisti
li dobbiamo proteggere”.

Leggo da più parti della polemica su Tony Servillo che ha interrotto lo spettacolo al Bellini, ieri sera, perchè una signora mostrava di non gradire la piéce. Tutti addosso all’attore.

“Ma come si è permesso… Che cafone”.
“La signora ha pagato. Il pubblico è sovrano”.

Ecco, ci siamo: il dio danaro.
L’intramontabile “Pago e pretendo”.
Pure l’arte si compra. Io ho pagato e quindi ho tutto il diritto di umiliare la sacra figura dell’artista.
Che in quel momento è nudo, completamente vulnerabile.
Ieri sera ero al cinematografo a vedere la bellissima pellicola su Van Gogh.
Un’opera allucinata e visionaria.
Dei 70 individui del pubblico, non ce n’era uno, dico UNO, che riuscisse a starsene zitto e buono. Chi sgranocchiava rumorosamente pop corn, chi ruminava quel puzzolentissimo mais tostato, chi chiacchierava, chi rispondeva al telefono, una coppia di stupidi fidanzatini si scattava i selfie… Una ragazza addirittura cercava i quadri di Vincent su Google. Probabile che non ne avesse mai sentito parlare. Tutto ciò dinanzi alla deriva di un genio che tenta di aggrapparsi alla tavolozza, alla luce, ai girasoli, per darsi un senso, per darlo a noi: il pubblico.

Uno specchio dei tempi che stiamo vivendo.
I soldi elevati ad unico valore.
Ho pagato, dunque faccio quello che voglio.
Non puoi pagare? Muori lontano da me.
Io sono la società del benessere, sputo agli artisti, chiudo i porti, tolgo le coperte ai clochard. I poveri devono morire. Gli ultimi devono affogare, dissolversi.

Io devo divertirmi, ho i soldi per farlo.
E il biglietto che ho in mano mi autorizza a considerare l’artista una mia proprietà, uno che nella vita non ha mai lavorato, un poveraccio al mio servizio. È tutto parte di uno stesso problema, di una deriva culturale che ci sta trascinando verso la barbarie.

Ho rimpianto quelle sere al San Carlo.

Il tremore nelle gambe mentre l’orchestra provava. Il sacro rispetto verso quegli uomini e quelle donne che sapevano come far cantare uno strumento.

La mia timidezza, ancora oggi, di fronte a chiunque abbia talento e spende la sua intera vita a coltivarlo.

Perché aveva ragione mia nonna: chi sa suonare, chi sa dipingere, chi sa recitare,chi sa cantare, chi sa danzare, chi sa scrivere è stato inviato sulla terra per salvarci la vita. Per darci un significato.
E non c’è danaro che possa mai ripagare tutto questo.

Maurizio Amodio

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 22 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 22 Gennaio 2019

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