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Napoli celebra Michele Prisco: descrisse limiti e debolezze della borghesia partenopea

Libri | 11 Novembre 2020

Ricorrono nel 2020 i cento anni dalla nascita di Michele Prisco (nella foto in alto, in un ritratto di Augusto De Luca).

E Napoli, la città che ha amato e dove ha vissuto (era nato a Torre Annunziata il 4 gennaio 2020) lo celebra con il convegno inaugurale “Michele Prisco tra radici e memoria”, organizzato dall’Università “L’Orientale” mercoledì 18 novembre. A partire dalle ore 9.30 si aprirà la prima sessione del convegno, introdotta dal presidente del Comitato Carlo Vecce e le relazioni di Antonio Saccone, Paola Villani e Guido Cappelli. Ermanno Corsi presiederà la seconda sessione, con gli interventi di Patricia Bianchi, Laura Cannavacciuo, Margherita De Blasi e Francesco D’Episcopo.

Nel pomeriggio dalle ore 15:30, dopo i saluti di Annella Prisco seguiranno altre due sessioni, presiedute da Nino Daniele: interverranno Mariolina Rascaglia, Donatella Trotta, Francesca Nencioni, Annalisa Carbone, Silvia Zoppi Garampi, Alessia Pirro, Giuliana Adamo e Gianni Maffei.

Infine alle ore 16:30 la presentazione in anteprima del documentario “Michele Prisco: il signore del romanzo”, per la regia di Giorgio Tabanelli.

La commemorazione in onore dello scrittore proseguirà inoltre nel mese di dicembre a Roma, con la giornata di studio “Michele Prisco tra giornalismo e critica”, nella sede della Società Dante Alighieri.

Un altro appuntamento commemorativo si svolgerà ad aprile 2021 anche a Milano, città alla quale Prisco era legato non solo da affetti familiari, ma anche perché era la sede della casa editrice Rizzoli, cui restò fedele per tutta la vita per la sua produzione di scrittore: l’Università Cattolica del Sacro Cuore si è resa disponibile ad ospitare un convegno di studi su Michele Prisco nella sua dimensione europea.

Michele Prisco è stato uno scrittore apprezzato sia dal pubblico che dalla critica che ne amò subito lo stile ricco e pastoso. Anche il cinema lo scoprì, dando vita a Una spirale di nebbia, che vinse lo Strega, con una fortunata versione cinematografica del suo romanzo omonimo.

Nei suoi primi libri (La provincia addormentata, Gli eredi del vento e soprattutto Figli difficili) Prisco descrisse la borghesia partenopea, con tutte le sue debolezze e i suoi limiti, fra cui l’incapacità di proporre per Napoli alternative concrete a una situazione di stagnazione sociale e economica che ne impediva lo sviluppo. Successivamente lo scrittore, pur continuando a sviscerare il mondo delle classi medie della sua città, cercherà di inglobare nella sua analisi anche i ceti più popolari, senza però mai introdurre nei suoi romanzi quelle connotazioni macchiettistiche e di folklore che saranno tipiche di gran parte della letteratura napoletana del dopoguerra.

Raccontava in un’intervista: “E’ una Napoli mediata, filtrata. Sono un narratore di una certa provincia, di una Napoli particolare. Ho la sensazione che Napoli sia una città poco raccontabile, a meno che non si talloni la cronaca, per cui si finisce con lo scrivere un libro che non regge il passo con la realtà. Quando ho scritto “La dama di piazza”, tra il 1958 ed il 1961, che è la Napoli storicizzata, ancora conservava una sua struttura, una sua fisionomia, una sua identità. Vivere a Napoli oggi è molto triste, questa città, non dico che uno deve conquistarsi ogni giorno, ma con la quale si è in polemica quasi ogni giorno. Di questa necessità ad un certo momento di svicolare, forse sarà vigliaccheria, di non parlare di questa Napoli così come èoggi. Ed è una cosa amara.”

Walter Mauro, critico letterario, ne parlava così: “Michele Prisco ha preso le distanze dal neo-realismo anche se nei suoi primi libri, fino al 1957, ha compiuto un’operazione propedeutica nei confronti di quello che Prisco considera l’inevitabile, indispensabile scavo nell’uomo e dall’altra parte segna la nascita, l’organizzazione di un laboratorio di scrittura che ä sicuramente tra i più affascinanti della nostra letteratura.” “Una scrittura che è andata via via raffinandosi e che ha rappresentato un po’ l’alternanza indispensabile a quella che era la progettazione dolorosa, drammatica dal punto di vista esistenziale, dei contenuti. Michele Prisco è stato il testimone non soltanto di cinquanta anni di storia, ma direi di cinquanta anni di dequalificazione dell’Io, di cinquanta anni di degrado dell’essere, di annullamento della figura umana, dei valori tradizionali e, puntualmente lo troviamo nei suoi libri, nella concentrazione che attraverso i suoi romanzi si è verificata nei confronti dei tanti personaggi che ha creato… la scrittura è in Prisco come riscatto della vita, scrittura come momento mai ripetitivo di uno scrittore la cui coscienza sta nel confronto, nella sfida con la parola e con il linguaggio… Scrittura anche come attività, come azione reattiva nei confronti della precarietà del reale, nei confronti delle carenze del vitale quotidiano. Questa è una forma di autoesaltazione che sicuramente colloca Prisco tra gli stilisti della nostra letteratura. Però sarebbe un grave errore, una grave scorrettezza critica considerare questa elaborazione della forma come fine a se stessa nei confronti del contenuto. Cioè in Prisco si verifica continuamente un forte potenziale di mediazione fra quell’arte per la vita, che inevitabilmente lo deve accompagnare perché come giustamente dice Vito Moretti “lo stoicismo incombe”, la storia è sulla nostra testa, e dal cui protagonismo Prisco prende sempre le distanze, e la vicenda, l’avventura umana delle vittime della storia. E ricordo in proposito che Alfonso Gatto scrisse un meraviglioso libro di poesia intitolato “La storia delle vittime”. E Michele Prisco ha creato attraverso i suoi romanzi tante “vittime della storia”.

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 11 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 11 Novembre 2020

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