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CHIESE CHIUSE

Sant’Agostino alla Zecca

Beni Culturali | 15 Febbraio 2019

Tra via Pietro Colletta e Piazza Nicola Amore troviamo alcuni vicoletti perpendicolari al Rettifilo, in particolare due di essi sono davvero interessanti, piccoli, stretti e oscuri. Entrambi iniziano dopo alcuni gradini e procedono in salita. Si tratta di via dei Chiavettieri e via Sant’Agostino alla Zecca.

I toponimi delle due viuzze già sono indicativi delle attività che un tempo si svolgevano in quei paraggi, l’arte minore del ferro ed il conio della moneta cittadina in epoca angioina. Ma ciò che colpisce è la morfologia del luogo, in salita ortogonale al Corso Umberto.

E con un discreto salto di quota rispetto allo stesso Rettifilo, colmato con l’aggiunta dei gradini.

Ebbene questa è l’estrema propaggine verso Sud-Est dell’antico colle di Monterone sul quale sorse la greca Neapolis e fino al Medioevo vi sorgeva una grande torre muraria angolare come fu verificato durante i lavori del Risanamento di fine ‘800. Era la Torre Ademaria. Naturalmente lo stato dei luoghi nel corso dei secoli è del tutto cambiato ed in particolare con gli interventi del Risanamento alcune situazioni architettoniche sono o del tutto scomparse o private del loro antico contesto.

La vecchia torre Ademaria non esiste più da secoli, esiste però il suo basamento, e su quell’antico bastione sorge ora un’imponente fabbrica religiosa chiusa oramai da decenni, da quella tragica sera del 23 Novembre 1980, quando il terremoto squassò il suo interno, sollevandone il pavimento e lesionandone le strutture.

Percorrendo via Chiavettieri ci troveremmo alle spalle dell’abside mentre invece risalendo l’altra stradina ci troveremmo dinanzi all’imponente mole dell’omonima chiesa di Sant’Agostino alle Zecca e del suo magnifico campanile policromo.

Sensazionale il colpo d’occhio su questa struttura, mai si potrebbe immaginare un vicoletto oscuro terminare dinanzi ad una struttura così imponente, alta quanto un palazzo di otto piani, con un altissimo campanile quadrangolare, costruito in tre materiali diversi, piperno, marmo e laterizio.

La chiesa sorse al principio del XIII secolo accanto alla Zecca cittadina, sostituendo un antico monastero di monache basiliane e fu affidata agli Eremitiani che la intitolarono a Sant’Agostino.

L’edificio fu rifatto nel XVII da Bartolomeo Picchiatti secondo i gusti dell’epoca e completato definitivamente da Giuseppe De Vita nel corso del 1770.

L’interno è grandioso, con una grande nave centrale e due più piccole laterali, scandite da cappelle. Ricchissimi sono gli altari ornati da grandi pale, tra le quali spiccano i numerosi lavori del puteolano Giacinto Diano. Degno di nota il magnifico pulpito del XIV secolo, sorretto da quattro colonne di marmo di Portovenere, intagliato da Vincenzo d’Agnolo. Come già detto è degna di ammi razione l’imponente facciata circondata da una splendida, massiccia e malandata balaustra in piperno. Magnifica la cupola con la grande lanterna finestrata sormontata dal cuore di Gesù.

Quale sarà il destino di questo tempio chiuso al culto oramai da quasi quaranta anni?

Il restauro è quasi completato, l’interno è restituito al suo antico splendore. I dipinti sono in deposito presso la soprintendenza ma gli altari sono pronti ad accoglierli nuovamente, anche l’antico pavimento è stato sistemato. Solamente la facciata è da finire ed è ancora celata dalle impalcature ma non ci vorrebbe poi molto a liberarla, solo la volontà. Il problema è la destinazione e l’affido. La Curia vorrebbe, pare, restituirla agli agostiniani, che in verità sono pochi ed anziani. Problema più complesso per il campanile la cui gestione è parte della Federico II parte del Fondo Edifici di Culto. Utile aggiungere che da recuperare è soprattutto il contesto urbano e sociale della zona, invero degradato assai.

Enzo Di Paoli

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 15 Febbraio 2019 e modificato l'ultima volta il 15 Febbraio 2019

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