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CINEMA E IDENTITA'

Intervista al regista di "Il Sud è niente": "Ribellione come via d'uscita dalla rassegnazione"

Arte e artigianato, Cultura, DueSicilieOggi, Identità | 12 Dicembre 2013

sud è niente locandina

 

 

Il film, nelle sale in questi giorni, si chiama “Il Sud è niente”. Il regista invece è Fabio Mollo, nato a Reggio Calabria nel 1980. E’ lui che ha tenuto le fila di questo piccolo miracolo di genialità giovanili, in grossa parte meridionali, quasi tutti esordienti, a cominciare dalla protagonista,  la 20enne Miram Karlkvist, anche lei reggina, che –  è notizia di ieri – rappresenterà l’Italia al prossimo Festival di Berlino nel prestigioso SHOOTING STARS, l’annuale programma, unico in Europa, organizzato dall’European Film Promotion, che seleziona e presenta a una platea di esperti internazionali del settore cinematografico 10 giovani attori da tutto il Continente.

Pensato qui, scritto qui da Mollo con Josella Porto, “Il Sud è niente” non sarebbe mai stato realizzato se non fossero intervenuti due produttori francesi, Jean Denis Le Dinahet (anche lui alla prima produzione) e Sebastien Msika: sforzi ben ripagati, vista la partecipazione ai festival di Toronto, Roma e Torino, l’approdo in una ventina di sale nazionali e il giro prossimo in manifestazioni estere.

Perché non possiamo negarcelo: le opportunità che offrono altri Paesi europei in Italia purtroppo non esistono. Con Fabio, con cui ci siamo inseguiti per qualche giorno, sempre con la volontà di farci raccontare il film e sempre riscontrando una sua felice disponibilità nel volerlo raccontare, ne abbiamo riso, quando finalmente ci siamo raggiunti al telefono, dicendoci che forse al Festival di Venezia sarebbe ora di mettere almeno una sezione Under 50.

Perché in Italia, da qui la risata amara si ragiona così: l’Under 50 è giovane, l’Under 40 giovanissimo, l’Under 30 un poppante senza speranze.

Fabio ha dimostrato, però, che non è così.

Ma andiamo per ordine e cominciamo dal titolo del film. “Il Sud è niente”, storia di ndrangheta e di ribellione coltivata, storia di silenzi e di sogni. Storia che racconta un Sud realista e magico, che diventa simbolo universale di un passaggio di generazione. Ma che è anche un Sud particolare: quel Sud in risveglio di cui tanto ci piace raccontare su queste pagine.

Allora Fabio un titolo un po’ forte per un esordio… che significa “Il Sud è niente”?

L’idea del titolo, ti dico la verità, è una provocazione. In realtà il titolo rappresenta quel manifesto di rassegnazione, noncuranza, vittimismo: di tutti i sentimenti con i quali siamo stati educati per intere generazioni. Volevamo usare queste parole per provocare, raccontare un sentimento di rabbia, speranza e voglia di riscatto. La voglia di ribaltare questa situazione, infatti, nel film, rappresenta quella voglia che ho visto venir fuori nelle nuove generazioni, in questi ultimi tempi.

Tu, ad esempio, che hai avuto molte difficoltà a far produrre e distribuire il film, ma non ti sei arreso…

Ho avuto le difficoltà che incontra qualsiasi persona della nostra generazione. Nonostante le presentazioni internazionali, dall’America a Cannes e la vittoria al 25esimo Festival di Torino, è stato difficilissimo. Alla fine, tra rocambolesche avventure, abbiamo girato con la metà di quel che serviva, senza soldi e senza mezzi. E’ un film a low budget, ma per me era importante farlo: non solo è il mio esordio, ma di quasi tutta la troupe: attori, fotografia, montatore, musicista. Un gruppo di giovani professionisti ai quali lo dovevo. Oltre al fatto che lo dovevo alla mia Calabria, che è una delle regioni che ha prodotto meno in questi anni, nonostante sia ricchissima di talenti.

Noi diciamo sempre che se ti convincono che nulla può cambiare nulla cambierà. Tu sei convinto che qualcosa può cambiare o vedi la via d’uscita solo nella fuga dal Sud?

In realtà il film non dice questo, non suggerisce “la fuga”. Decidere se restare o andare via non è un tema: il tema è il cambiamento, che deve partire dal piccolo, dal quotidano, dalla ribellione…

A Reggio Calabria, la tua città, questo risveglio pare ci sia. E proprio sui temi culturali. Prima la discesa in piazza dei giovani per il Museo della Musica. Ora la difesa a spada tratta dei Bronzi di Riace, che i comitati locali non vogliono portare fuori da Reggio. Da calabrese lo avverti?

Come no! Guarda che io il film ho iniziato a lavorarlo prima del 2006, poi sono stato al Centro sperimentale, fuori dalla Calabria… e in questi anni sono cambiate tante cose. Vedo che sono cambiati anche gli strumenti, che si lavora in modo più concreto, che c’è un laboratorio di idee vivace. Sono ottimista.

Cosa pensi della vittoria di Sorrentino e Servillo agli Oscar europei? Ridà speranza al nostro cinema, cinema di manovalanza meridionale e di attorialità meridionale?

Di bravi registi che raccontano il Sud ce ne sono eccome, penso ad esempio a Crialese. Secondo me il premio a Sorrentino, che tra l’altro è stato pure mio insegnante al Centro sperimentale, era dovuto e necessario e arriva dopo tanti altri film importanti: è un giusto traguardo, che potrebbe portare anche ad altri traguardi, come gli auguro. E spero anche che questo riconoscimento, e il lavoro di Paolo Sorrentino, faranno da apripista a una nuova generazione di registi “da Sud”.

Qui in Campania i ragazzi di #fiumeinpiena, tra cui noi insorgenti, abbiamo portato 100mila persone in piazza per la terra dei fuochi. Lo percepisci questo risveglio, oltre che in Calabria, in generale anche nel resto del Sud?

Certo che lo percepisco, non solo al Sud. Le piazze, rimaste vuote tanti anni, adesso parlano. L’autocoscienza, la condivisione… sono tornate. E arrivano dai ragazzi: è un segnale incoraggiante e concreto.

Allora cosa manca ai giovani meridionali secondo te? La speranza? Le opportunità?

Le opportunità. La mancanza di opportunità sta segnando la nostra generazione in modo trasversale, e anche tra i ragazzi del nord. La mancanza di possibilità di dimostrare il valore e il ruolo di questa generazione è un fatto innegabile in Italia. Siamo in una situazione asfittica, manca il ricambio. Ad esempio mi domando come sia possibile che in Italia i festival più importanti, come Venezia, non assegnino riconoscimenti alla mia generazione. Che siamo invisibili?

Non voglio rubarti altro tempo. Chi vorrà saperne di più potrà consultare la pagina Facebook del film, che è ancora nelle sale, 

Un’ultima domanda: i tuoi prossimi progetti saranno sempre legati sempre alla tua identità? Quanto è importante per te l’identità di uomo del sud?

Sarebbe impossibile fare diversamente e non avrei potuto girare altrove il mio primo lavoro. Il Sud è nel mio dna. Mi piacerebbe nei prossimi lavori continuare a raccontare ancora storie della mia terra, da inserire in progetti internazionali, dandogli un respiro e un significato universali. Il nostro cinema lo merita, come lo merita il nostro territorio. E sono convinto che il futuro è quello.

Lucilla Parlato

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 12 Dicembre 2013 e modificato l'ultima volta il 12 Dicembre 2013

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