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CINEMA E IDENTITA’

Un documentario “Napoletani en Barcelona” per raccontare la vita dei partenopei in Catalogna

Altri Sud, Cinema, Cultura, Economia, Italia, Lavoro | 8 Ottobre 2014

Martedì 21 ottobre dalle ore 17.30, sala PAN, Palazzo delle Arti di Napoli, via dei Mille 60, proiezione del documentario “Napoletani en Barcelona” del documentarista e sociologo visuale Marco Rossano. Insieme all’autore parteciperanno all’evento il giornalista del Mattino Marco Esposito e l’attore e regista Sergio Sivori, direttore del New Laboratorium Teatro, per discutere del sentimento di appartenenza e identità dei napoletani all’estero e del vincolo che, da lontano, si continua a mantenere con la città. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli.

Il documentario “Napoletani en Barcelona” è un saggio sociologico visuale, integrato nell’ambito di un più ampio progetto di ricerca che Marco Rossano sta svolgendo all’Università di Barcellona.

Protagonista dell’opera la comunità napoletana che risiede nella Catalogna è parte dei movimenti migratori transnazionali che caratterizzano la nostra epoca e che, a differenza di quanto accadeva in passato, grazie alle nuove tecnologie e ai mezzi di trasporto più veloci e più economici mantiene il legame con la propria terra d’origine alimentandolo quotidianamente e, spesso, rafforzandolo attraverso la rielaborazione della propria identità nel nuovo contesto.

Cosa significa essere napoletano all’estero? Cosa fanno i napoletani che hanno deciso di vivere a Barcellona? Quali sono le occasioni di incontro? Quali attività svolgono? Perché hanno lasciato Napoli? Che rapporti mantengono con la propria città? Quali sono le differenze e quali le analogie tra Napoli e Barcellona?

Napoli e Barcellona sono due città molto simili e allo stesso tempo differenti. Entrambe sono città di mare, con una storia in comune, due popolazioni sconfitte con le armi, ma non nell’orgoglio e nella lingua. I napoletani ritrovano a Barcellona alcune delle atmosfere, non solo urbanistiche, lasciate a Napoli, ma possono vivere con una qualità della vita molto più alta. È una città organizzata, funzionale, pulita, dove i mezzi pubblici funzionano ed è soprattutto un luogo che offre molte opportunità di vita e di lavoro. Molti dei napoletani che vivono a Barcellona dicono che la città catalana è come poteva essere Napoli. Altri, invece, affermano che Barcellona è come sarà Napoli.

Tra calcio, pizza, sasicce e friarielli, cornetti portafortuna, ma anche teatro, musica, attività politica e vita quotidiana, il saggio sociologico visuale “Napoletani en Barcelona” descrive uno spaccato di napoletanità lontano da Napoli, senza la presunzione di analizzare il fenomeno nella sua globalità, ma solo con la volontà di puntare l’obiettivo su una parte della vita dei napoletani che vivono a Barcellona e raccontarne i momenti di aggregazione e socialità e il forte sentimento identitario che in molti casi si riscopre lontani dalla propria terra.

Senso di continuità con le proprie origini, la nostalgia rafforza il senso di identità personale, alimentando la speranza che si traduce in progetto. Il progetto diventa una storia.

Anzi tante storie. Quella di Chiara, tifosa del Napoli, di Matteo, ricercatore, di Alex pizzaiolo e di Diego, proprietario di un piccolo ristorante, ma ci sono anche gli attori Sergio, Stefania e Daniela e Pasquale che, invece, fa il drammaturgo, mentre Sandra è architetto, Emanuele farmacista, Marcello ha una società di comunicazione. Cosa li unisce? Sono napoletani e vivono a Barcellona.

Il documentario racconta i loro sogni, le loro speranze, i successi e gli insuccessi, gli aspetti positivi e quelli negativi legati alla scelta di vivere in un paese straniero.

Il progetto di ricerca di cui il documentario “Napoletani en Barcelona” prende spunto da un’inquietudine personale, autobiografica, che si è sviluppata a differenti livelli; uno generale di descrizione del fenomeno migratorio, un altro ristretto a un gruppo di persone – i napoletani che vivono a Barcellona – e, infine, un ultimo livello relativo all’individuo attraverso la narrazione delle proprie esperienze di vita.

L’idea nasce dopo la lettura del saggio “In Fuga dal Sud” (2009) del sociologo Francesco Maria Pezzulli e della relazione sullo Stato dell’Economia del Sud Italia pubblicata nel 2009 dallo SVIMEZ, l’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria del Mezzogiorno, la quale afferma che, tra il 1997 e il 2008, circa 700mila persone hanno abbandonato il Sud. Il 24% di queste ha studi universitari, l’87% proviene da Campania, Puglia e Sicilia. Secondo il rapporto SVIMEZ del 2014, negli ultimi dieci anni stiamo assistendo a uno svuotamento delle città meridionali che ha fatto registrare, dal 2002 al 2011, 97mila abbandoni a Napoli, 23mila a Palermo, 14 mila a Bari e Caserta, 10mila a Salerno e Foggia.

Una migrazione che si potrebbe definire “culturale”, presente da sempre, ma che non aveva mai raggiunto le attuali proporzioni. Non si emigra più solo per lavorare, o sopravvivere. Fra quelli che partono, ci sono anche persone senza problemi economici, che trovano fuori dai confini italiani, la propria dimensione di vita. L’aspetto negativo del fenomeno è che non si tratta di una libera scelta. Si potrebbe paragonare quasi a un’espulsione, o meglio, ad una forte spinta ad andarsene alla ricerca di una dimensione di vita che le persone, soprattutto giovani, non potrebbero raggiungere rimanendo nel proprio paese se non ricorrendo ai tradizionali canali di amicizie, raccomandazioni e accordi politici. Una situazione politica, sociale ed economica dell’Italia e, soprattutto, delle regioni meridionali che sta facendo perdere, all’intero paese, una potenziale classe di professionisti, amministratori, ricercatori, imprenditori, lavoratori, manager.

Nel mondo globalizzato, la “migrazione culturale” può, però, essere un fenomeno temporale e lo sviluppo delle nuove tecnologie e dei mezzi di trasporto, che permettono di viaggiare a prezzi ridotti e in tempi rapidi, consentono di restare in contatto e di mantenere viva la relazione con il paese di origine, la famiglia e gli amici. In quest’ottica, la comunità napoletana di Barcellona, in grado di coniugare il forte attaccamento alle proprie radici e la capacità di esportare, a livello internazionale, le proprie tradizioni artistiche, musicali, gastronomiche e folcloristiche, rappresenta un esempio rivelatore di questo tipo di migrazione.

Più che studiarne le cause, la ricerca di Marco Rossano si concentra sui modi attraverso i quali, essa si costruisce e si articola, con l’intento di mostrare l’internazionalità di questo collettivo il quale, pur mantenendo e alimentando la propria tradizione culturale d’origine, riesce a condividerla con la comunità ospite, in un continuo processo di ridefinizione e rielaborazione identitaria.

Per analizzare più da vicino il fenomeno, Marco Rossano ha partecipato personalmente alle attività organizzate dai napoletani, o alla presenza di napoletani, sempre accompagnato dalla videocamera, per osservare e descrivere gli avvenimenti e realizzare interviste entrando in contatto, nel corso di numerosi eventi culturali, politici, di intrattenimento, con molti conterranei. Grande collante sociale, veicolo di socializzazione e palcoscenico privilegiato dal quale osservare la realtà il calcio, rappresenta, per i napoletani a Barcellona un importante momento di aggregazione. Per assistere alle partite del Napoli si riuniscono in bar, pizzerie e ristoranti napoletani in cui si servono e si preparano piatti tipici della tradizione partenopea.

Le interviste con la videocamera hanno dato vita, ad un’analisi documentaristica utile a raccogliere dati e opinioni e realizzare il saggio sociologico visuale. Si tratta, in tutto, di 24 interviste in profondità, due delle quali sono solo registrazioni audio, il resto anche video, selezionate fra oltre un centinaio di soggetti, per un totale di 16 ore di materiale registrato a cui bisogna aggiungere quello raccolto nel corso di eventi specifici, come partite di calcio, concerti, etc.

Lo strumento audiovisivo è un elemento fondamentale di investigazione; integra due mezzi che utilizzano linguaggi differenti che, insieme, permettono di sviluppare un progetto e dare una visione più ampia della ricerca, fornendo una forma ideale per raccontare storie, comprendere l’intensità delle emozioni, registrare i movimenti di una moltitudine variopinta. L’audiovisivo non è un mezzo che sostituisce altre forme e metodologie di analisi, ma è uno strumento con un linguaggio e un codice proprio che aiuta a tradurre e comprendere l’intensità di alcuni comportamenti che, con la sola scrittura, andrebbero persi.

Certo è che “Napoletani En Barcelona” conferma, ove mai ce ne fosse bisogno, che per un napoletano dove c’è un altro napoletano c’è casa. E Barcellona, indubbiamente, per i napoletani è casa.

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 8 Ottobre 2014 e modificato l'ultima volta il 30 Aprile 2017

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