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La ripartenza delle pizzerie non è una gara tra chi sforna più pizze

Agroalimentare | 29 Aprile 2020

Probabilmente questo virus ci ha reso tutti un pò bipolari: passiamo dall’entusiasmo al catastrofismo, dalla speranza all’allarmismo, da una visone positiva del futuro alla più totale incertezza sul domani.

Siamo vulnerabili, suscettibili. Ed è in questi contesti sociali minati economicamente e psicologicamente che un grande ruolo e una grande responsabilità hanno gli organi di stampa. Tutti. Dal nazionale al locale, dalla grande testata cartacea al piccolo sito on line seguito da poche centinaia di lettori.

Non tutti però riescono ad intercettare quanta responsabilità abbia la suddetta stampa nel creare un clima di panico e del tutti contro tutti. Che non solo alimenta le nostre paure ma mina una possibile ripresa, sia economica che personale.

Tra titoli di giornale ingannevoli, racconti distorti e personalissime interpretazioni sta prendendo strada nelle ultime ore una querelle tutta napoletana del settore food di quante pizze siano state sfornate nei primi giorni della ripresa delle attività per la consegna a domicilio.

Stiamo dando, letteralmente, i numeri. E non sono numeri che raccontano nel complesso un tentativo di ricominciare del settore quanto il numero delle pizze sfornate pizzeria per pizzeria. Tizio ne ha fatte di più, no è stato Caio a farne di più, e giù con articoli acchiappa click con tanto di classifica del “più forte” con 700 pizze fatte e consegnate – cosa umanamente impossibile considerando anche l’arco di tempo in cui le pizzerie possono stare aperte e il fatto che stiamo parlando di consegne a domicilio – e con l’elenco delle pizzerie che assolutamente non potete non chiamare.

Questa situazione che stiamo vivendo avrebbe dovuto far scattare in noi un senso di responsabilità, soprattutto tra chi racconta, tra chi si fa portavoce di una realtà che vuole ricominciare. Perchè dietro tutti noi ci sono grandissimi sacrifici, economici e psicologici. E bisogna avere rispetto per il lettore, per chi ci dona la propria storia, per noi stessi e per il nostro lavoro.

Da quando è stata ufficializzata la delibera che permette alle pizzerie  –  pensiamo anche ai bar, ai ristoranti, alle pasticcerie, ai pub – di riprendere dopo circa 50 giorni con il delivery è stata per tutti gli addetti ai lavori una corsa contro il tempo, un affrontare continui bivi tra l’apro e non apro, sanificazioni, regolamentazioni, paure, investimenti economici.

Pensiamo a tutte quelle attività che sono ancora chiuse, che non ce l’hanno fatta ma che stanno mettendo in campo tutte le proprie energie per ricominciare almeno con l’asporto il 4 maggio. Pensiamo a chi era pronto e mezz’ora prima dell’apertura  è stato fermato per cavilli e sbagliate interpretazioni burocratiche.

Pensiamo a chi non si sente tutelato economicamente e non ce la fa. A chi getta la spugna.

Non è il momento di gare. Non è il momento di classifiche.

Il racconto sulla pizza napoletana merita di più. Merita solidarietà , verità, imparzialità, merita quante più voci e quante più storie possibili. Merita che nessuno si senta giudicato. Una pizza, cento pizze: qual è la differenza quando stiamo tutti lottando per non affondare?

La pizza, con il suo mondo, rappresenta la storia e la cultura di questa città. E la storia e la cultura possono essere tra le nostre potenti ancore di salvezza.

Sarebbe il caso di cambiare scenario, di dare vita ad una nuova narrazione dove non esiste più il tutto contro tutti, il peggiore o il migliore ma solo racconti di vita, di famiglie, di aziende, di persone che sono portatori di un mestiere che è patrimonio dell’umanità.

Valentina Castellano 

Ph Roberta Basile / Kontrolab – tutti i diritti riservati

Un articolo di Valentina Castellano pubblicato il 29 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 29 Aprile 2020

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