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CORONAVIRUS

Al Nord abbiamo tutti un pezzo di cuore: pensieri per chi è rimasto in zona rossa

Attualità | 8 Marzo 2020

Alzi la mano, tra i meridionali, chi non ha un pezzo di cuore al Nord. Un figlio, una figlia, un fratello, una sorella, un cugino, un amico… l’emigrazione fa parte di un percorso ineluttabile per milioni di uomini e donne nati in Campania, in Sicilia,  in Calabria, in Puglia… e lo sappiamo tutti, sulla nostra pelle, quella della gente nata qui.

Secondo l’ultimo rapporto Svimez, sono 2 milioni in poco più di 15 anni,  i meridionali emigrati nelle regioni ricche del Paese. Ed il dato è sottostimato dato che lo Svimez registra solo i cambi di residenza mentre molti giovani meridionali mantengono per molti anni la residenza nel Mezzogiorno, pur studiando o lavorando nel Centro-Nord. Perché i numeri reali sono molto più alti.

Ebbene questi due milioni e più di uomini e donne, da stanotte, non possono tornare giù, almeno fino ai primi di aprile o fino a chissà quando. Stanno vivendo insieme ai cittadini lombardi e delle altre città “blindate” disagi e paure, affrontando le conseguenze del decreto anti-pandemia emanato stanotte dal governo. Non possono muoversi.

Come era scontato e giusto fare, stamattina tutti i giornali hanno ripostato dell'”assalto” alle stazioni di Milano degli “untori” emigrati. Cifre dell’ “esodo”, però, nessuna. Molte immagini e qualche video. Roba triste, angosciante… tragica.

L’edizione di Milano della Repubblica racconta  però che si è trattato di centinaia di persone – ripetiamo: centinaia di persone –  che ieri sera hanno invaso le stazioni del capoluogo lombardo. Stamattina ovviamente tutto era tornato alla “normalità”, se di normalità si può parlare in queste ore.

La cosa triste è che alcuni,  per raccontare dei meridionali all’assalto della stazione hanno usato foto vecchie, a volte addirittura di 10 anni. Una era una vecchia foto della stazione di Milano durante l’esodo da Nord a Sud, però a Natale: sempre per tornare alla cara vecchia emigrazione interna, tema che sfugge ai più, e al fatto che una fetta di tessuto sociale delle regioni più produttive è nata altrove. Ieri però la maggioranza della gente emigrata al Nord è rimasta nella città dove ora vive o lavora, a Milano, Bergamo Brescia, Venezia… Non si è mossa.

In questi giorni in cui i Pepponi e Don Camilli che ci governano dimostrano tutta la propria incapacità di fare fronte comune – invece che guerrette per darsi  colpe a vicenda – di questi silenziosi “reclusi” non parla nessuno, perché ovviamente non fanno notizia.

Però a chi ha aperto la caccia all’untore, o a chi ci propina inchieste a colpi di mouse sul “diffusore numero uno” delle anticipazioni sul decreto, vorremmo  sommessamente suggerire che forse, in questo momento, invece di infuriarci con chi è tornato – ormai poco possiamo e sono state prese tutte le misure possibili per isolarli in quarantena  –  dovremmo essere SOLIDALI con chi, invece, è rimasto.

Perché in Lombardia, nelle altre città “chiuse” – se non vi sentite fratelli d’Italia come molti di coloro che ci leggono e anche come chi scrive – ci vivono anche i nostri figli, i nostri amici, i nostri cugini, i nostri fratelli.

Ecco, vorrei che in queste ore rivolgessimo soprattutto a loro, alle centinaia di migliaia di persone nate qui al Sud, emigrate non sempre per scelta, bloccate nelle zona rosse, lontane dai propri cari, dalle famiglie, dalla propria terra, che vivono i disagi da “fratelli d’Italia”, chiusi nelle loro case al Nord, e che non hanno “assaltato” alcun treno, la nostra attenzione e i nostri pensieri più umani e “meridiani”.

 

 

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 8 Marzo 2020 e modificato l'ultima volta il 8 Marzo 2020

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