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Con Sepùlveda se ne va un sognatore dallo spirito guerriero

Arte | 16 Aprile 2020

Aspettavo che arrivasse quel giorno. Non vedevo l’ora che giungesse la data del 13 marzo, per poter incontrare di persona a Palazzo Zevallos – dove era atteso per un incontro speciale nell’ambito della rassegna Napoli Città Libro di quest’anno – uno scrittore e un uomo che avevo imparato ad apprezzare per il suo garbato ma deciso modo di raccontare la vita, che si trattasse della storia di un gatto e della gabbianella a cui aveva insegnato a volare (metafora di una vita in cui nulla può essere dato per scontato, e ognuno ha da imparare qualcosa) o di storie che spiegassero il senso di vivere per qualcosa. E lui aveva molto da raccontare, e molto avrebbe ancora raccontato se questo maledetto nemico invisibile non avesse deciso di portarcelo via.

Un sognatore e un guerriero

Un sognatore, che attraverso le sue favole trasmetteva messaggi fruibili a tutti, ma che nascondevano un carattere guerriero sempre pronto a nascondersi dietro un sorriso per celare un universo di sofferenza interiore dovuta alle ingiustizie sociali che aveva sempre combattuto, di persona prima che sulla carta. Suo nonno era stato un anarchico andaluso, fuggito in Sud America in quanto condannato a morte; egli stesso nacque in una camera d’albergo dove i suoi genitori si erano rifugiati per scampare ad una denuncia politica. Un guerriero nel sangue, che aderì agli ideali del Partito Socialista Cileno ed entrò a far parte della guardia personale del Presidente Salvador Allende, accanto al quale si trovava al momento del colpo di stato di Augusto Pinochet, subendo l’arresto e la tortura, costretto per mesi in una cella minuscola dalla quale venne fuori grazie all’intervento di Amnesty International, e per evitare l’ergastolo, dovette lasciare il paese, anche perché nel frattempo le sue convinzioni politiche si erano tradotte nella drammaturgia di testi contro il regime.

Attraversando il Sud America, visse sulla sua pelle le situazioni di ingiustizia sociale che si vivevano in paesi come l’Uruguay, il Cile, l’Equador e il Nicaragua, dove si unì ai  guerriglieri delle Brigate internazionali Simon Bolivar, e solo dopo la vittoria della rivoluzione si trasferì in Europa, dove il suo lavoro di giornalista si alternò all’impegno per Greenpeace come membro dell’equipaggio. Potè tornare in Cile solo nel 1989, e fu da questa data che iniziò ufficialmente il suo lavoro di scrittore, come se un cerchio si fosse chiuso e fosse arrivato il tempo di eviscerare tutto il suo vissuto.

Ma non lo fece quasi mai in forma diretta, molto spesso si avvalse della forma narrativa delle metafore, raccontando di personaggi e di animali come fossero mezzi di contatto per costruire ponti tra una fantasia molto spiccata e la cruda realtà alle cui regole non riuscì mai ad uniformarsi del tutto, anche nella vita privata. Anche nella malattia, il suo sembra ora uno scontro, l’ultimo, con un male a cui egli non si voleva piegare, essendo stato ricoverato sin dal 27 febbraio al Central University Hospital of Asturias di Oviedo. Ora il guerriero riposa. E ha lasciato un vuoto enorme, e un’umanità più povera di storie e di vita, orfana di una grande persona.

Sepùlveda e il suo Cile

Per chi, come me, si è trovato a viaggiare nei territori da lui descritti, non è difficile comprendere da dove derivasse tutta la sua energia: un territorio ricco di contraddizioni, dal Grande Norte coi suo deserto di Atacama, alla Terra del Fuoco coi suoi ghiacciai, passando per le meravigliose e lussureggianti colline attorno a Santiago. Un favola antica, tramandata in terra cilena, racconta che il buon Dio, al termine della creazione del Mondo, avesse una enorme quantità di materiale avanzato: deserti, fiumi, laghi, spiagge, colline, ghiacciai… E allora, prima di concedersi il meritato riposo, le raggruppò tutte assieme, e creò il Cile. Ecco, una favola bella e ricca, come lo è il Cile e come lo era la fervida fantasia di un grande scrittore, che proprio nel filone di quella favolistica innata volle concretizzare la sua mania di raccontare la vita, con tutte le sue contraddizioni e varietà, proprio come la sua terra natìa. Il Cile è così.

Ad Antofagasta, nel Grande Norte ti ritrovi a osservare uno scenario lunare, dove dal deserto più arido spuntano enormi edifici a fare da scudo, lungo la costa, ad un territorio che si arrampica lungo le pendici delle Ande con le sue interminabili favelas, per impedire che eventuali tzunami possano irrompere da un Oceano Pacifico solo nel nome, ma che in realtà è insidioso come un rettile nascosto in una tana. Questa località fu fiorente come miniera d’argento, e le sue cave, oggi dismesse, sono un cazzotto nello stomaco se paragonate al grosso Casinò che gli si oppone, dall’altro capo della collina. Fu un un porto attivo (il più importante prima che venisse equipaggiato quello di Santiago) proprio per esportare in europa il prezioso minerale.

Chi vive qui sono per lo più discendenti dei vecchi minatori, e anche se oggi la situazione sembra quella di una città in via di ammodernamento, appena oltre il primo sguardo puoi vedere le assurde condizioni di vita in edifici ancora legati a memorie degli anni sessanta o prima cavi elettrici che attraversano la città sospesi in grovigli assurdi sulle strade lunghe e attraversate da auto e mezzi pubblici ormai datati. E poi, le favelas. In giro, incontri spesso disgraziati ancora con in dosso la tuta da minatori, e la testa fuggita lontano, con discorsi farneticanti; e di contro, una fede arroccata sull’unica speranza che si fa certezza nelle chiese, qualla di un riscatto ultraterreno. Di contro, Santiago è una città sconfinata, che dalle colline circostanti si stende letteralmente a perdita d’occhio, e lì sì che la civiltà si è sviluppata, con ottimi collegamenti sotterranei e un angolo di mondo dove è ancora possibile trovare una enclave, Los Dominicos, dove i colonizzatori avevano costruito un mercato per consentire agli indios di realizzare i propri articoli e venderli per mandarli nel Vecchio Continente. Ma anche qui, alle pendici delle Ande, ritorna la contraddizione delle favelas, che nessuno sembra voler vedere.

Ecco, questo è il mondo che Luis Sepùlveda si è portato dentro, un mondo, tra l’altro, fino a poco prima dell’arrivo del Covid 19 era di nuovo senario di nuovi, assurdi scontri sociali: un paradiso perduto dove nessuno ha la certezza del domani, come ai empi del Brasile, quando le monete in vigore si alternavano da un giorno all’altro tra Cruseros e crusados, rendendo l’economia instabile come una foglia al vento. E queste contraddizioni, il nostro autore se l’è portate dentro, fino all’ultima contraddizione di questo mondo moderno, e raccontate ogni giorno un po’ per non scoppiare, sapendo che l’unica maniera per non farsi avvelenare è assorbire il veleno un poco alla volta, nascondendo la smorfia di dolore interiore dietro un sorriso, e raccontando al mondo, attraverso le favole, che un mondo migliore è pur sempre possibile.

Sergio Valentino

Un articolo di Sergio Valentino pubblicato il 16 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 16 Aprile 2020

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