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CORONAVIRUS

Il Cura Italia non salverà piccole imprese e lavoratori: serve liquidità

Economia | 25 Marzo 2020

Quasi alla fine della terza settimana di quarantena e dopo il decreto Cura Italia la prospettiva che l’emergenza sanitaria stia tramutando in piena emergenza economica – come ha affermato Il Presidente del Consiglio Conte in uno dei suoi discorsi – è sempre più reale. Sempre più vicina.

La priorità ora per il Governo, e di sicuro per tutti noi, è la protezione del bene più importante: la vita. Ma non possiamo non pensare o riflettere sullo scenario economico e dunque sociale che si sta preparando, e che certamente si realizzerà da qui a breve.

“Non fermeremo la produttività del Paese”, ha detto Conte, ma di fatto ogni settore dell’economia che non è considerato essenziale, è fermo. E non si sa per quanto tempo ancora. Lo stop della capacità produttiva e dunque degli incassi ha penalizzato ogni settore ma in particolare le medie e piccole imprese, gli artigiani e i commercianti.

Poco più di due settimane fa abbiamo raccolto il grido d’allarme del mondo food napoletano rispetto all’incubo della crisi economica che si sarebbe concretizzata di lì a poco, come conseguenza delle misure restrittive per contenere la diffusione del virus. Poi è stata la volta degli imprenditori campani, riuniti sotto la sigla di “Uniti per le Imprese” che dal primo giorno di quarantena hanno dato vita a una petizione per sottoscrivere richieste e aiuti concreti.

A che punto siamo ora? Questi lavoratori, imprenditori, commercianti, artigiani si chiedono ancora, e sempre di più, come faranno a pagare le spese, le bollette, i fitti, i mutui, se le loro attività resteranno chiuse ancora e fino a data da destinarsi?

Abbiamo ricordato che quando parliamo di economia parliamo di lavoratori, di famiglie, di uomini e donne che hanno investito nelle loro attività, e nei loro progetti, risparmi di una vita, prospettive, sogni. E che ora si trovano di fronte ad una situazione di incertezza e immobilità economica che potrebbe portarli a perdere tutto quello che hanno costruito.

Le associazioni di categoria hanno preso le loro posizioni sin dal primo giorno dopo la pubblicazione del Decreto, molte delle quali spingendo e diffondendo iniziative come petizioni e richieste formali di altri aiuti allo Stato.

Eccone alcune.

Le posizioni delle Associazioni di Categoria

Costanzo Iaccarino – Federalberghi Campania

“Non sono soddisfatto del contenuto del Cura Italia – sostiene Iaccarino –  Per esempio, sarebbe stato preferibile se fosse stata prolungata la Naspi, riportandola alla stessa durata della vecchia indennità di disoccupazione. In questo modo, l’Esecutivo avrebbe potuto garantire una maggiore tranquillità a tutti i lavoratori stagionali del comparto turistico che in questa annata vive davvero un momento drammatico come dimostrano diversi studi internazionali, in base ai quali le imprese attive nel settore sono destinate a perdere circa il 70% del proprio fatturato. E non sappiamo ancora quanto l’emergenza legata al Coronavirus durerà in Campania e nel resto d’Italia. Nel complesso anche altre misure mi hanno destato più di una perplessità, quindi mi auguro una rapida revisione del decreto.”

Vincenzo Schiavo – Consefercenti Campania

“Il credito d’imposta del 60% su botteghe e negozi? Non porta a nulla. Anzi, il 60% di credito d’imposta per il fitto di un’attività commerciale dovrebbe spettare al titolare o al proprietario dell’immobile, proposta che ho già trasmesso al Governo. Così l’esercente avrebbe maggiore liquidità per sostenere la propria famiglia oppure i dipendenti dell’impresa. Inoltre, abbiamo chiesto lo stop a mutui, leasing, finanziamenti per tutti gli imprenditori. Gli impegni già assunti devono essere posticipati di almeno sei mesi, solo in questo modo eviteremmo tanti fallimenti. E devono cambiare anche i parametri di accesso al finanziamento bancario per le piccole e medie imprese che ottengono liquidità solo se non sono in sofferenza con gli istituti di credito oppure se non hanno personale in cassa integrazione.”

Mauro Pantano – Federazione Imprese e Professionisti

“Questo decreto non tiene conto del momento drammatico che stanno vivendo le imprese italiane e soprattutto campane – secondo la posizione di Pantano –  Nell’ultimo periodo sono state inaugurate 600 attività nella regione, ma il conto di quelle che hanno dovuto chiudere per cause di forza maggiore arriva a 30mila. L’indotto è praticamente fermo, in sostanza questi soldi non finiranno mai più nelle casse degli imprenditori. E quindi spostare gli adempimenti a fine maggio a cosa serve, se tra marzo e aprile non si è incassato nulla? Per procurare liquidità la soluzione è bloccare ritenute d’acconto e contributi Iva almeno per un anno e sbloccare i Durc (documenti unici di regolarità contributiva). Così incasserebbero denaro anche le imprese in sofferenze con le banche: una situazione diffusa già prima di quest’ultima crisi.”

Vincenzo Moretta – Ordine dei commercialisti di Napoli

“Purtroppo il contributo di 600 euro previsto per professionisti, co.co.co. e lavoratori dello spettacolo è destinato solo a chi ricade nel regime Inps, iscritto alla gestione separata Inps. Per i professionisti iscritti alle casse di previdenza privatizzate, come avviene per giornalisti, architetti, geometri e altre categorie, non è previsto nulla. Perciò il provvedimento è discriminatorio. Anche i 300 milioni di euro destinati ai Ministeri che a loro volta dovrebbero destinarli alle casse private, è solo un palliativo. Magari una somma minore di 500 euro, ma indirizzata a una platea più ampia, sarebbe stata la soluzione più adeguata. La verità è che la coperta in Italia è corta: non abbiamo finora stanziato le somme necessarie per fronteggiare l’emergenza, perciò serve l’intervento dell’Europa.”

Rosario Rago – Confagricoltura Campania

“Il decreto del Governo ha un impatto minimale. Positiva la proroga dei termini per la disoccupazione, ma non c’è la svolta per un comparto assai in difficoltà: l’ortofrutta è in ginocchio, tra problemi legati al trasporto delle merci e i vari decreti che hanno imposto sanificazioni e adeguamenti normativi. Il calo della produzione in Campania ammonta a circa il 50%: la gente va poco al supermercato, addirittura si stanno verificando più casi di merce ordinata, caricata sui mezzi per il trasporto sino all’ordine revocato dai commercianti al dettaglio o dai grossisti. Poi, sugli adempimenti fiscali prorogati ancora non si se poi si dovrà pagare o meno. Le aziende campane e italiane devono fare i conti con l’emergenza di oggi e le necessità di domani. Il che rende necessario anche l’intervento dell’Unione europea.”

Alessandro Condurro – Commercialista e Ceo di Michele In The World

Il problema più urgente per le aziende – sostiene Condurro –  è di aver diminuito drasticamente la capacità produttiva e di conseguenza gli incassi. Questo non da quando sono state chiuse, ma anche da prima. E sebbene in qualche modo il Decreto tuteli i lavoratori, sia nel settore pubblico che nel privato, questi comunque rischiano il loro posto di lavoro se le aziende chiudono.  Le misure previste non saranno in grado di sostenere e far fronte a questa emergenza. Occorrono centinaia di miliardi da mettere in campo e ne sono stati stanziati solo 25. Questa non è un’emergenza di quindici o venti giorni, ci vorrà del tempo e misure adeguate, all’altezza di poter risolvere o quanto meno sostenere la situazione.

 

Gianluca Vorzillo – Uniti per le Imprese

“Il decreto non ha previsto ulteriore aria  per far fronte alla situazione – afferma Vorzillo. Nel decreto manca una via per fornire liquidità ad aziende e piccoli imprenditori che, qualora non arrivasse, nel giro di poco tempo soffocherebbero. Stessa storia per le partite Iva. Il solo rinviare i pagamenti di tasse e tributi altro non fa che allungarne l’agonia. Questo decreto è solo un palliativo: non sta dando alle aziende, piccoli imprenditori e partite iva l’aria per sopravvivere.”

Sergio Miccù – APN – Ristoratori Uniti

“Con una petizione sostenuta anche da AMPI – Accademia Maestri Pasticceri Italiani, Associazione Le Soste, Club Richemont, JRE – Jeunes Restaurateurs d’Europe, l’Associazione Pizzaiuoli Napoletani chiede allo Stato azioni concrete: Blocco integrale di tassazione, oneri e contribuzioni previdenziali e assistenziali (sino all’accettabile ripresa del mercato e comunque non prima del 30 dicembre 2020); Ricorso al credito agevolato da parte degli istituti finanziari (con interessi fissi e non superiori al 2%), considerando la solidità dell’impresa in base alla produttività effettuata nel 2018 e 2019, nonché accesso al Microcredito con specifiche agevolazioni per il settore alimentare e della ristorazione; Riconoscimento dello stato di pandemia nazionale e quindi di calamità, per fruire dei risarcimenti previsti dalle attuali polizze assicurative; Garantire il punto di pareggio alle aziende o sospendere immediatamente qualsiasi effetto prodotto da obbligazioni assunte contrattualmente, siano esse di natura pubblica o privata.”

Enzo Fiore – Gruppo La Piccola Napoli

“Noi pizzaioli della Campania, siamo vicino a tutti i contagiati e alle loro famiglie – afferma Enzo Fiore, vicepresidente dell’associazione e titolare di un ristorante a Napoli – voglio soprattutto ringraziare i medici e gli infermieri per il lavoro che stanno svolgendo. Noi siamo in piena crisi. Cosa si aspetta, un gesto estremo per far accendere i riflettori anche sulla nostra categoria? La ristorazione è stata messa in ginocchio dal Coronavirus. Ci hanno chiesto di fare sanificazioni speciali e di accettare poche persone nei locali, di distanziarli. Lo abbiamo fatto. Abbiamo chiuso i locali: è giusto, dobbiamo stare a casa! Ma questo sacrificio deve essere supportato dallo Stato, da tutta la politica, approvando dei provvedimenti che aiutino noi e le nostre famiglie, che ci permettano di pagare i dipendenti e le loro famiglie. Si parla di coscienza e di collaborazione, questo è un caso di emergenza, lo Stato deve conoscere la nostra situazione, deve provvedere. Quindi speriamo, in cuor nostro, che si consideri questo come un “dramma” e si trovi una soluzione con un sussidio affrontare le spese come bollette, affitto e stipendi.”

Liquidità e sospensione dei pagamenti

Liquidità sarebbe dunque la parola chiave, la benzina che potrebbe ancora alimentare il motore della macchina produttiva una volta finita l’emergenza.

Benzina che permetterebbe di onorare i pagamenti,  sostenere i dipendenti e gli stessi lavoratori autonomi. E poi la richiesta maggiore che viene da più parti è prendere in considerazione la sospensione, per tutto il periodo delle restrizioni e dunque dell’inattività, delle spese fisse come fitti, mutui, contributi, tasse.

Il decreto Cura Italia non basta, non può bastare, nemmeno per il momento. Un decreto che continua ad essere allo studio di consulenti, esperti del settore, per dare risposte, o almeno un po’ di chiarezza, a tutte le categorie coinvolte. Quel che è certo è che con  25 miliardi di euro non possiamo parlare di Modello Italia per il sostegno alle imprese e ai lavoratori soprattutto se guardiamo allo scenario internazionale:

Macron ha annunciato stanziamenti per 300 miliardi di euro per salvare le aziende ed evitarne il fallimento. Nessuna impresa sarà a rischio di fallimento –  ha affermato il presidente francese, lo Stato si farà carico del pagamento dei prestiti bancari contratti da piccole e medie imprese. Inoltre, le bollette dell’elettricità, del gas e dell’affitto saranno sospese per le piccole e medie imprese in difficoltà – ha aggiunto Emmanuel Macron.  – Finché la situazione dura, coloro che sono in difficoltà non avranno nulla da pagare, né tasse né contributi. 

In America c’è un piano del governo per 1200 miliardi di dollari. In Germania, la Merkel espone invece un piano per 200 miliardi di euro.

La ripartenza sarà lenta, si dovrà oliare, rimettere in moto tutto il meccanismo e le misure adottate almeno fino ad ora non sono all’altezza di risolvere la situazione. Anche perché è stato dato un tetto massimo a tutti gli stanziamenti.

Lo scenario che si sta paventando di fronte a noi è di emergenza pura, in cui gli imprenditori più lungimiranti che sono riusciti a tenere da parte riserve per far fronte ad emergenze, potranno andare avanti, almeno per alcuni mesi, tutto il resto si troverà di fronte alla chiusura.

Ancora una volta il grido di aiuto dell’intero settore produttivo è: fate presto!

Valentina Castellano

Un articolo di Valentina Castellano pubblicato il 25 Marzo 2020 e modificato l'ultima volta il 25 Marzo 2020

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