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CORONAVIRUS

La Musica Lirica tra le categorie più penalizzate dalla crisi

Spettacolo | 22 Maggio 2020

Tra le categorie più penalizzate dall’emergenza Covid e del blocco di ogni attività, chi vive di Teatro Lirico e di Musica è uno di quelli che ancora attendono una soluzione. Parliamo dei dipendenti dei teatri, ma ancor più di coloro che, da professionisti solisti, hanno dovuto interrompere contratti vedendosi annullare performance con grave crisi personale e professionale ancorché economica. Perché se i dipendenti dei teatri sono stati sostenuti dalla cassa integrazione, per la categoria dei solisti da sempre legata alle occasioni conseguenti a loro esibizioni e delle possibilità di scritture successive è realmente un effetto domino che, sulle lunghe distanze, va a inficiare anche possibilità in divenire.

Al Sud vantiamo numerosi nomi di spicco tra queste eccellenze della Lirica, e Maria Grazia Schiavo è una delle più apprezzate in questi ultimi anni. Napoletana, ammirata al San Carlo ma anche nei teatri di tutto il mondo (ha cantato, tra l’altro, con Plácido Domingo) si è fatta conoscere ed è riconosciuta ovunque come soprano capace vocalmente e tecnicamente, e la sua frustrazione successiva al lockdown e all’interruzione delle performances è forte, e attende fiduciosa il momento della ripresa. Ecco le sue parole in merito.

“Oltre due mesi di clausura. E chi l’avrebbe mai immaginato? Io che sono abituata ad andare in giro per il mondo, conoscendo persone e interloquendo con loro, abituata a sorridere e a respirare a pieni polmoni per dar vita alla mia anima, alla mia voce.
Mesi in cui ho cantato per ricordare a me stessa che questo è “solo” un periodo, che finirà, come ogni cosa … E dopo? Come ci rialzeremo noi artisti? In tempi normali veniamo trattati come un lusso, come qualcosa da sfoggiare, qualcosa di cui, in fondo, si può fare a meno. Noi che viviamo di quel che guadagnamo “in recita”, se capita di ammalarci proprio durante gli spettacoli non percepiamo nulla… e così vanno in fumo mesi di lavoro, di case affittate, di viaggi acquistati, di tasse da dover pagare. Ma tanto noi siamo dei privilegiati, amiamo il nostro lavoro e per questo dobbiamo sentirci fortunati. Si ma le bollette, il mutuo, la scuola dei figli, vogliono essere pagati puntualmente ogni mese… ma noi viviamo con la testa tra le nuvole, siamo creature effimere, viviamo d’arte… Oltre sessanta giorni rinchiusa con me stessa, le mie paure, le mie ansie, le mie incertezze per quello che sarà. E sotto le dita ti vedi cancellare le produzioni fino a chissà quando, forse si rimandano, forse le annullano … E nonostante tutto dentro di me c’è una fiammella accesa che mi fa sperare, sorridere, svegliarmi al mattino con la voglia di mettermi al pianoforte e cantare, studiare, sperimentare, imparare. È pazzia la mia? Chissà … In fondo, noi artisti un pò pazzi lo siamo, altrimenti come potremmo affrontare il palcoscenico? Mi manca l’odore del Teatro. Quello che in pochi sentono, quello che quando entri ti fa venire le farfalle nello stomaco e ti da la sensazione di essere entrata in un luogo sacro, quello che trovi tra le quinte, nei camerini, l’odore degli abiti da scena, della lacca dei parrucchieri, del trucco…mi mancano le luci di scena, le risate con gli attrezzisti prima di entrare in scena, sentirsi parte di un meccanismo magico che ha le sue leggi precise e matematiche, il silenzio prima che l’orchestra intoni la prima nota, l’ansia prima di cantare la prima nota, mi manca tuffarmi nei personaggi a cui do vita ogni volta che canto….se questo è un privilegio farò di tutto affinchè nessuno me lo tolga. Ma senza pubblico questo privilegio non ha ragione di esistere. Io canto per dare emozione, questo è il mio mestiere.”

Un altra voce (è il caso di dirlo) che fa sentire forte il suo disagio è quella del baritono Claudio Sgura: pugliese di Ostuni, ha al suo attivo tantissime performances, ed oggi è forse il più apprezzato barone Scarpia grazie alle numerose rappresentazioni della “Tosca” da lui sostenute nel ruolo, alcune anche a Napoli.

“Quando da ragazzo mi chiedevano che lavoro avrei voluto fare da grande, rispondevo il Cantante Lirico. Con sorriso ironico mi davano una pacca sulla spalla e mi auguravano di cuore di trovarmi un lavoro serio e stipendiato. All’epoca mi arrabbiavo tantissimo e non riuscivo a capire il perché … L’ho capito solo in questi ultimi mesi. Sono arrabbiato anche perché in questo periodo i mass media hanno parlato della situazione grave della musica, facendo riferimento agli artisti di musica leggera, ai concerti, ai grandi eventi e lasciando alle spalle il mondo della lirica. Proprio in Italia che è la culla dell opera e siamo invidiati da tutto il mondo proprio per questo, ed anche oer la bellezza architettonica dei Teatri. Metti La Scala, il San Carlo e tanti altri teatri. Per cui concedetemi lo sfogo. La Lingua Italiana è esportata nel Mondo grazie all’opera lirica, soprattutto in Asia dove le produzioni artistiche stanno crescendo. Cosa succede in Italia? I teatri sono in crisi, hanno chiuso i battenti e non sappiamo quando riapriranno. Credo saranno gli ultimi ad aprire. Nessuno di noi si aspettava una cosa del genere e d’improvviso hanno cancellato tutte le produzioni mandando tutti a casa. Gli operatori dello spettacolo non sono dei privilegiati, anzi. Ci sono quelli che lavorano in smart working, quelli in cassa integrazione ed i precari con contratti legati alla durata dello spettacolo, come noi cantanti lirici, i direttori d’orchestra , i registi, tutti professionisti che appunto lavoriamo per tutta la durata del contratto e che purtroppo lo Stato, nonostante quello che paghiamo di tasse, non ci tutela per nulla in casi come questo. Forse lo Stato non ha capito che dietro ad una produzione ci sono tanti e tanti lavoratori dietro le quinte che lavorano sodo 24 ore su 24 e che in questo momento sono a casa in attesa che qualcuno decida di intervenire. Io spero proprio che con l’emergenza Covid19 si possano mettere in chiaro alcune cose e che capire un sistema come questo ha bisogno di regole proprie. Di uno statuto del lavoratore dello spettacolo che ci tuteli. Perché non dimentichiamo mai che il Teatro è parte integrante della Società e della Cultura, a cui dobbiamo tanto.”

Concludiamo questo che da semplice resoconto si è rivelato un vero inno alla Bellezza della Cultura e della tradizione lirica musicale con le parole sentite e vibranti di Clarissa Costanzo, giovanissimo soprano casertano ma napoletana di adozione, che ha conseguito il titolo di studio al Conservatorio San Pietro a Majella col massimo dei voti e la menzione speciale, la quale, oltre ad aver già vinto numerosi concorsi internazionali, ha al suo attivo esperienze importanti al fianco di nomi di prestigio come il baritono Leo Nucci, e ha dovutaffrontare la crisi proprio nel momento in cui la sua formazione stava vivendo un’esperienza fondamentale, quella di un’opera studio presso l’accademia del Teatro Alla Scala.

“Dallo scorso settembre ho lasciato Napoli, città che considero mia più di qualunque altra e dove ho vissuto felicemente, per intraprendere un percorso importante in qualità di allieva del dipartimento di Canto dell’Accademia del Teatro alla Scala di Milano.
Ho avuto la fortuna di far risuonare la mia voce in dei veri e propri gioielli italiani quali il Teatro Grande di Brescia, il Teatro Donizetti di Bergamo ed infine, a ridosso del lockdown, al Teatro Verdi di Pisa.
Il 23 febbraio è un giorno che avrei voluto richiamare alla memoria esclusivamente per il tripudio di emozioni generate dallo splendido lavoro che svolgo e invece ora mi ritrovo a ricordarlo come il preludio della situazione di disorientamento che viviamo attualmente: mentre io portavo a termine un percorso lavorativo durato diversi mesi che mi ha formata e arricchita moltissimo umanamente e artisticamente, alcuni miei colleghi si vedevano giá cancellare le performances seduta stante nei teatri dove io ero stata solo qualche settimana prima. Iniziava ad aleggiare lo spettro del virus, ma nessuno di noi avrebbe potuto immaginare le rapide che ci avrebbero travolto di lì a poche ore.
Quella di Pisa è stata una recita carica di emozioni contrastanti, tra un vocalizzo e una battuta, un’ultimo istante da immortalare con una foto in costume di scena, e una telefonata agli affetti da rasserenare; mentre leggevamo e sentivamo notizie sull’elevato rischio di contagio del virus che avrebbero portato poi alla condizione inevitabile e a tratti delirante del distanziamento sociale, e tutto ciò che ne consegue, noi ci abbracciavamo per augurare l’un l’altro buona fortuna, cantavamo uno nella bocca dell’altro, attaccati gli uni agli altri, solisti, coro, tecnici, tra sorrisi, baci, strette di mano e pacche sulla spalla, ma con un’angoscia che si stava lentamente insinuando nel cuore, insieme al timore che avrebbero annunciato l’interruzione della rappresentazione in corso d’opera. Fortunatamente questo non è successo, e tutti insieme, coi respiri intrecciati, con il cuore carico di gratitudine, abbiamo intonato, come un inconscio presagio, quel finale dalla musica di potenza inaudita e dal testo beneaugurante che apre alla speranza e al lieto sopraggiungere della tanto agognata serenità. Inoltre solo due giorni prima avevo cantato nel bellissimo foyer del Teatro alla Scala, tra un busto di Puccini e una gigantografia della Callas, tra un amico ritrovato e un un abbraccio a persone che purtroppo non sono più tra noi a causa del virus.
Ho saputo solo dopo circa quattordici giorni di essere stata a contatto con un potenziale contagio eppure sono sempre stata sana, sarà davvero che il canto rafforza le difese immunitarie, oltre ad essere un toccasana per l’anima.
Di lì a poco mi sono ritrovata bloccata dopo il rientro in Campania, a casa dei miei, dove sarei dovuta restare un weekend diventato una quarantena prima ancora che questa parola acquisisse il suo peso effettivo nelle vite di ciascuno di noi e prima ancora che l’allerta toccasse vette esponenziali.
Sapete, è un bel guaio dire ad un artista della mia categoria “stai a casa” perché casa è ovunque ci sia un palcoscenico, casa è il teatro gremito di persone per lo più sconosciute che pongono tutto il loro essere in ascolto. E noi adesso, e chissà per quanto tempo ancora, da quella casa siamo stati esiliati. È strano comunicare ad un artista che bisogna fermarsi per proteggersi da un nemico microscopico che minaccia la sua forza invisibile, quell’aria ch’egli modella dentro con passione e fa vibrare fuori con meraviglia.
È inverosimile mettere a tacere per tanto tempo la sue casse di risonanza a forma di ferro di cavallo e rivestite di velluto rosso, che trasudano storia e altrettanta ne ricevono in ripetuti istanti di creazione, e rimandare tutto ciò data da destinarsi.
È pur vero che il teatro è un luogo in cui ci si tocca con i respiri, in cui si fa conoscenza dell’altro senza mai averlo visto prima e lo si fa attraverso l’aria che vibra, delle mani che si toccano le une con le altre. Il teatro è un’esperienza di condivisione senza eguali.
Pensare ai miei luoghi così silenziosi, pensare che probabilmente per molte delle vittime la mia voce abbia fatto parte degli ultimi momenti musicali della loro esistenza, mi ha impiantato un duro silenzio dentro. Non ho emesso neanche un suono cantanto per circa un mese e mezzo.
Poi la musica stessa mi ha richiamata a sé, è stato necessario ritornare a cantare, salvifico e balsamico, anche se inizialmente non é stato per niente facile ritrovare la concentrazione per poter ripartire dagli ultimi progressi, da quelle ultime piccole conquiste.
Ho ricominciato perché viceversa avrei rischiato di vanificare mesi di intenso, costante lavoro.
Ho avuto l’ennesima conferma di quanto un mestiere d’espressione artistica sia legato indissolubilmente alla vita e che abbia a che fare con un’esigenza, più che un vezzo.
In questo susseguirsi di giorni che sembrano tutti uguali e che invece ci ammantano di sensazioni fin troppo contrastanti, nonché di umori oscillanti, ribadisco a me stessa il senso intimo e profondo della mia vocazione artistica, sulla quale non smetto mai di riflettere. È un bisogno radicato, inestirpabile.
Anche le lezioni di canto proseguono online, sebbene con immaginabili difficoltà. Il canto è un lavoro talmente fisico, e naturalmente anche la didattica ad esso connesso, in cui il maestro controlla il respiro, percepisce da micromovimenti muscolari la resa di questo o l’altro suono. Per interagire in ambito artistico bisogna toccarsi, per ottenere risultati validi non ci sono alternative, stare a distanza è concepibile fino a un certo punto e neanche per troppo tempo.
Cantare non mi manca perché , passata la sensazione di gelo iniziale, sto cantando ma mi manca porgere il mio canto a una moltitudine di cuori in attesa, in ascolto, mi manca la destinazione del suono, lo scopo reale di quel che vuol dire cantare.”

Sergio Valentino

Un articolo di Sergio Valentino pubblicato il 22 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 22 Maggio 2020

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