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CORRETTORE DI NAPOLETANO

L’orrenda lingua degli sponsor di San Gregorio Armeno

Lingua Napoletana | 6 Ottobre 2020

In questi giorni è apparso davanti alle botteghe di San Gregorio Armeno un cartellone pubblicitario di un’azienda salernitana produttrice di caffè, scritto in napoletano, che recita:

Avimm fatto o’ terno

o’ ccafè a’ ciorta o’ presèp

È una grafia sciatta, scritta a caso, in maniera del tutto arbitraria, sbandierata in uno dei luoghi simbolo della città di Napoli. A volte le vocali finali sono scritte, a volte no, così, un po’ a sentimento. E il problema non è solo questo.

Non c’è niente di nuovo, ci direte, e noi non possiamo che darvi ragione: è così che il napoletano viene scritto un po’ dovunque. Su internet, nei cartelloni pubblicitari, la scrittura del napoletano sembra essere il regno dove liberarsi di tutte le assillanti regole grammaticali, pretese invece senza possibilità di deroga quando si scrive in italiano.

Eh già, perché, l’avrete notato, per l’italiano la situazione è quella diametralmente opposta: tanto che c’è chi pensa che anche un discorso ben argomentato venga invalidato da un accento grave su un perché, da un qual’è con l’apostrofo o da un indicativo al posto di un congiuntivo. Provare per credere.

Il napoletano ha delle regole?

Non è solo colpa di chi scrive. Complice una didattica rimasta arenata all’epoca fascista, la scuola italiana continua a trasmettere, in maniera sia diretta che indiretta, l’idea che esista una Lingua e una Grammatica, quella italiana, e delle lingue senza grammatica, i dialetti.

In realtà, sebbene il napoletano non abbia una grafia né una varietà standard, ciò non vuol dire che chiunque può inventare la sua grammatica estemporanea ogni volta che lo scrive. I linguisti consigliano di attenersi, nello scrivere, a una grafia storica, con accorgimenti che si fondano sulla conoscenza della fonetica e della morfosintassi della lingua.

Dove è sbagliato e perché

Ecco gli errori principali.

Innanzitutto il trattamento delle vocali finali, che è una delle questioni fondamentali della grafia napoletana. In avimm e presèp, la parola è troncata, come se finisse in consonante e non ci fosse nulla dopo. In realtà non è così: basta provare a pronunciarlo per rendersene conto. La vocale finale in queste parole c’è ed è la cosiddetta “vocale indistinta”, un suono rappresentato come [ə] nell’alfabeto fonetico internazionale. Naturalmente nel nostro alfabeto non abbiamo alcun segno per rappresentare questa vocale, perciò si preferisce tendenzialmente mantenere le vocali etimologiche, quelle che esistevano prima di essere ridotte a vocali indistinte. Perciò qui dovremmo avere: avimmo, presepe (meglio ancora presebbio).

Altro grave errore. È vero che l’articolo in napoletano ha l’apostrofo, ma non basta metterlo a casaccio: l’apostrofo si mette prima dell’articolo e non dopo, per cui avremo ‘o terno, ‘o ccafè.

Il motivo è che l’apostrofo sta a indicare un’aferesi, ovvero la caduta di fonemi, in questo caso di una consonante, all’inizio della parola. Questa è infatti la storia dell’articolo: da lu/la/li a ‘u/’a/’i in altre zone della Campania, ‘o/’a/’e a Napoli e dintorni.

Perciò, noi proponiamo:

Avimmo fatto ‘o terno!

 ‘o ccafè, ‘a sciorta, ‘o presebbio

Vogliamo rivolgerci direttamente agli artigiani di San Gregorio Armeno, depositari di una tradizione simbolo di Napoli, che hanno permesso che questa sciatteria venisse esposta ovunque in una delle vie più iconiche della città. Consideratelo un atto di cura amorevole nei confronti della vostra lingua, fate correggere questa scritta!

Teresa Apicella

Un articolo di Teresa Apicella pubblicato il 6 Ottobre 2020 e modificato l'ultima volta il 6 Ottobre 2020

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