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A Napoli il 4 maggio era l’ammuinato giorno dei traslochi

Identità | 27 Aprile 2020

Dopo molte settimane trascorse nelle quattro mura domestiche, gli italiani non vedono l’ora di riassaporare la libertà perduta. Ormai è evidente che il rientro alla vita normale sarà molto graduale, ma la data su cui si concentrano le maggiori attenzioni è sicuramente quella del quattro maggio.
Se per la maggior parte degli italiani questa data non evoca alcun ricordo, chi conosce bene le tradizioni del popolo napoletano sa bene che a Napoli il 4 maggio ha un significato ben preciso.

Nel 1587, infatti, il vicerè spagnolo don Juan de Zuniga stabilì che tutti i traslochi dovessero avvenire il primo maggio di ogni anno, al fine di concentrare la confusione delle operazioni in un’unica giornata dell’anno.
Nello stesso giorno ricorreva però la festa dei Santi Filippo e Giacomo e il popolo era abituato a festeggiare con banchetti, canti e balli; il vicerè don Pedro Fernandez de Castro decise quindi, nel 1611, di spostare al 4 maggio la data dei traslochi, facendola coincidere con il giorno in cui gli inquilini avrebbero dovuto pagare una delle tre rate quadrimestrali dell’affitto (‘o pesone).

Pertanto tutti gli “sfratti” (a Napoli c’è l’abitudine di definire “sfratto” qualunque operazione di trasloco) dovevano avvenire entro le ore 18 di quel giorno, creando una confusione immensa nella capitale meridionale.

Con il passare del tempo è stato liberalizzato il mercato dei traslochi, rendendo possibile cambiare appartamento in qualsiasi giornata dell’anno, ma il ricordo è rimasto impresso nella cultura popolare tanto che l’autore napoletano Diego Petriccione, nel 1931, ha dedicato a questa giornata la commedia teatrale “‘O quattro ‘e maggio”, famosa anche per la versione cinematografica “Non mi muovo!” dei fratelli Eduardo, Peppino e Titina De Filippo.
Nel 1918, invece, il cantautore Armando Gill aveva scritto la malinconica canzone “”E quatt ‘e maggio”, nella quale evoca le vicissitudini di un povero commerciante costretto a traslocare continuamente nell’impossibilità di pagare un canone d’affitto (‘a mesata) sempre più alto.

Con il tempo anche questi riferimenti culturali hanno perso la loro importanza ma nel linguaggio popolare si utilizza ancora l’espressione “quatt ‘e maggio” per indicare una particolare confusione o, comunque, un grande cambiamento.

In questo momento sappiamo che, usciti dalle nostre case, ci aspetta un periodo che potrebbe essere difficile per tante persone. Per questo motivo, senza cedere alla rassegnazione, possiamo ricorrere alla cultura napoletana per affrontare con filosofia la situazione, affidandoci in particolare agli ultimi versi della canzone di Alberto Gill:

“Core, fatte curaggio,
‘sta vita è nu passaggio.
Facímmoce chist’atu quatt’ ‘e maggio,
che ce penzammo a fá,
si ‘o munno accussí va?”

Giovanni Castellano

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 27 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 27 Aprile 2020

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