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De Luca e la tentazione del sovrano illuminato

Politica | 21 Aprile 2020

di Giovanni Castellano

Vincenzo De Luca è riuscito a imporsi nello scenario politico nazionale quale uomo d’ordine capace di mettere in riga una popolazione indisciplinata, utilizzando un approccio paternalistico che ha origini antiche. Una prospettiva storica può fornire una chiave interpretativa critica del “fenomeno De Luca”

In questo periodo di grande emergenza alcuni personaggi si sono imposti nell’immaginario collettivo degli italiani. Le giornate degli italiani sono infatti scandite dai tristi bollettini giornalieri di Angelo Borrelli e dalle periodiche apparizioni di Giuseppe Conte, attese con estrema ansia da una popolazione impaurita, mentre sullo sfondo aleggia lo spettro di Mario Draghi, pronto a guidare un futuro governo di unità nazionale.

In tale scenario Vincenzo De Luca è stato in grado di acquisire una notorietà e un consenso inaspettato, riuscendo ad emergere come l’uomo forte capace di imporre ordine e disciplina ai suoi cittadini, proiettando in questo modo la sua figura ben oltre i confini regionali.

Il Presidente della Regione Campania, dopo aver sottovalutato il pericolo nella prima fase dell’emergenza, ha successivamente trasformato il momento di difficoltà in una grande opportunità per rilanciare la propria immagine in vista delle imminenti elezioni regionali, rispolverando l’abito da sceriffo indossato durante il suo mandato di sindaco della città di Salerno. Ad ogni decreto del governo centrale il governatore risponde infatti con una propria ordinanza maggiormente restrittiva in una sorta di competizione al rialzo.

La ricerca dell’uomo forte non è una prerogativa italiana, né tantomeno campana, ma è una tentazione inevitabile quando si è costretti a fronteggiare un momento difficile e non c’è da stupirsi se in alcuni Paesi le decretazioni d’urgenza possono diventare la scusa per concentrare i poteri nelle mani di figure autoritarie.

La specificità politica e culturale di De Luca emerge in maniera prepotente assistendo ai suoi monologhi quotidiani nei quali, con estrema teatralità, non lesina colorite metafore per stigmatizzare il comportamento dei suoi interlocutori, dal governo centrale al cittadino che passeggia nel parco.

Nei suoi lunghi interventi fa sfoggio, in ogni occasione utile, di una grande cultura di stampo umanistico, propria di un uomo meridionale che ha insegnato storia e filosofia e si è formato nella scuola del PCI. Una cultura umanistica da contrapporre all’arida cultura tecnicistica prevalente nel dibattito politico nazionale ed internazionale.

Il politico salernitano, inoltre, tende ad enfatizzare la sua estrema pazienza; la pazienza tipica di un buon padre che si affanna per aiutare una famiglia in difficoltà, ma che è costretto a redarguire e punire continuamente i figli indisciplinati.

In questa visione non vi è alcuno spazio per il confronto democratico, non esiste alcun rapporto paritario tra i cittadini e le autorità politiche. Ben prima dell’emergenza, il governatore campano invitava la popolazione ad occuparsi di cose legate alla loro vita privata, come quando, rispondendo ad una donna che protestava contro la chiusura di un ospedale napoletano, le chiedeva se avesse fatto la pastiera.

In tale prospettiva pre-giacobina i cittadini sono incapaci di partecipare al dibattito politico e devono necessariamente affidarsi ad un uomo saggio che, con immenso spirito di sacrificio, si assume la responsabilità di guidare un popolo indisciplinato.

La monarchia borbonica ha costituito un valido esempio di “dispotismo illuminato” capace di creare un legame fortissimo con il popolo, con il patto implicito che quest’ultimo non si occupasse di politica. Mentre altri sovrani europei  vennero a patti con i nuovi ceti emergenti, concedendo loro di partecipare alla vita politica del Paese, a Napoli il Re Lazzarone preferì coltivare l’alleanza con il “popolo basso”, il quale si accontentava di un tozzo di pane.

Nella seconda metà del Novecento questa visione è stata ereditata da alcune figure carismatiche (a partire dall’armatore monarchico Achille Lauro) in grado di creare un legame diretto con la popolazione napoletana, basato su un vincolo di tipo clientelare nel quale il potere elargiva sussidi economici in cambio del semplice sostegno elettorale, scoraggiando in questo modo la partecipazione attiva delle classi popolari al dibattito politico, diversamente da quanto accadeva in altre aree del Paese.

Nella società post-moderna, invece, la classe politica ha perso il proprio ruolo egemone nell’organizzazione della vita comunitaria e, nello stesso tempo, ha smesso di immaginare differenti modelli di società. Lo scenario politico si è dunque trasformato in un triste gioco delle parti dove ogni attore non può fare altro che scegliere un ruolo da interpretare.

Vincenzo De Luca è stato abile nel costruire l’immagine di un uomo d’ordine pronto a sacrificarsi per guidare un popolo senza regole e ridare dignità a una regione spesso dimenticata dal governo nazionale. In questo modo il politico salernitano si è distinto come un leader carismatico che, coniugando una severità teutonica con una cultura di stampo umanista tipica del mondo meridionale, ha superato i confini regionali lanciando una sfida alla classe politica nazionale incapace di imporsi con la stessa forza.

La foto è tratta dalla pagina Fb Vincenzo De Luca Imperatore dell’Universo.

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 21 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 21 Aprile 2020

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