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Così Cutolo si raccontava a Marrazzo. Una pagina da “Il Camorrista” per gentile concessione della Polidoro Editore

Libri | 18 Febbraio 2021

Negli anni Settanta la camorra, da fenomeno locale, si trasforma in una grande macchina di potere, una mostruosa piovra che allunga i suoi tentacoli su un’intera regione. Raffaele Cutolo è l’artefice di questo cambiamento, un ragazzo di Ottaviano arrestato per avere ucciso un uomo in seguito a un banale litigio. In carcere Cutolo costruisce il suo potere, il suo carisma, il suo ruolo “prestigioso” di capo di un’organizzazione che si estende in tutta Italia: la Nuova Camorra Organizzata.

Giuseppe Marrazzo con questo libro costruito sulle testimonianze e le rivelazioni del protagonista, compone un diario del “professore”. Una storia esemplare e allucinante, ma soprattutto una storia vera, raccontata con il piglio del grande romanzo d’azione.

Pubblichiamo, per gentile concessione di Alessandro Polidoro Editore, “La sfida a’ o malommo”, uno stralcio del Quarto Capitolo de “Il Camorrista” storico libro di Marrazzo su  Raffaele Cutolo – scomparso ieri dopo 4 decenni di detenzione nel carcere di Parma –  ripubblicato lo scorso anno, dopo 35 anni dall’uscita, dalla Alessandro  Polidoro Editore.

La sfida a ‘o malommo

Quando alla fine degli anni Cinquanta arrivai nel carcere di Poggioreale, ero un ragazzo sballottato da destra a sinistra, da tutti, dalle guardie, dai superiori ma soprattutto dai detenuti più forti. Mi si riproponeva dentro ciò che avevo lasciato fuori.

Trovai altri Astoria, altri Maisto, altri Scamardella, altri privilegiati. Mi difesi con l’astuzia e con i denti. Avevo l’aspetto di un signorino, magro, elegante, i capelli biondi ondulati, gli occhi chiari e una cura della persona che in galera si è portati ad accentuare anche di più.

Riuscii a sottrarmi alle prove più umilianti. La condanna per omicidio mi offriva una certa garanzia. Ma incuteva già rispetto il vedermi assorto nella lettura in cella, scrivere, o circolare durante le ore di aria con un libro in mano. Tra gli ignoranti, anche la cultura più elementare incute ammirazione, una certa stima. Essere riuscito a sottrarmi alle prove più umilianti fu, comunque, anche un colpo di fortuna. Psicologicamente, è importante reagire subito e con decisione.

Quando un detenuto più anziano mi ordinò di andargli a svuotare il piolo e di pulirgli la cella, gli risposi di non esserne in grado.

«A casa non l’ho mai fatto», risposi. Da un’aggressione e forse da una coltellata nello stomaco mi salvò l’intervento di un altro compagno più ragionevole. «E bravo, prufessò», esclamarono in coro, «sei assolto».

Fu la prima volta che mi diedero ironicamente il titolo di professore, anche per via degli occhiali da miope con le stanghette d’oro, che mi conferivano l’aspetto di insegnante di scuole medie.

Ma la mia fama di professore si consolidò lentamente anche con una quotidiana, paziente disponibilità verso chi non sapeva né leggere né scrivere.

Una condizione di inferiorità atroce per i carcerati che li priva dei contatti più immediati con i familiari, con gli avvocati, con gli amici. Si vive alla mercé di una persona in grado di scriverti anche una semplice cartolina, un saluto, un ricordo.

La grafomania è stata una delle forze principali della mia penetrazione nel mondo carcerario e anche della mia affermazione.

Grazie alla scrittura, avevo stretto contatti con detenuti di tutti i bracci anche perché il riconoscimento non viene soltanto dalla capacità di mettere insieme una lettera ma anche dall’abilità di saper indirizzare un avvocato o di chiedergli di intervenire attraverso i vari passaggi di una causa, in un modo o nell’altro.

Si diventa un po’ anche consigliori, insomma, ma soprattutto si sviluppa un rapporto di sudditanza tra chi sa usare la penna e gli altri, i derelitti analfabeti, gli ignoranti, i ladri, la massa di sbandati che finisce col pagare conti assurdi alla Giustizia per un furto o uno scartiloffio da quattro soldi.

Sono diseredati verso i quali ho sempre avvertito un sincero senso di protezione e di tenerezza. All’interno del carcere essi formano una forza bruta, una massa di manovra determinante, di sicura efficacia.

(Da “Il Camorrista, le origini del male” di Giuseppe Marrazzo, Alessandro Polidoro Editore)

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 18 Febbraio 2021 e modificato l'ultima volta il 18 Febbraio 2021

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