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COVID & ECONOMIA

Italia spaccata: è giusto ripartire tutti insieme?

Economia | 28 Aprile 2020

Fanno discutere le decisioni del Governo relative alla cosiddetta Fase 2, ufficialmente in vigore in Italia a partire dal prossimo 4 maggio. Nel nuovo Dpcm firmato dal premier Giuseppe Conte, come era prevedibile, si è deciso di considerare il Paese come un organismo omogeneo e indivisibile, nonostante una buona parte di esso sia riuscito a limitare i danni e a contenere il contagio grazie a una osservanza ligia delle disposizioni emanate in questi mesi da Governo e Regione. Conte e la sua equipe di esperti – in sostanza – ci mettono tutti sulla stessa barca, assecondando le volontà dell’area produttiva del Paese e condannando, difatti, centinaia di migliaia di micro attività meridionali a una lenta e irreversibile agonia, con queste ultime destinate a chiudere molto tempo prima delle grandi aziende del Nord.

Come documentato nel recente dossier dello Svimez infatti, mentre per le Regioni del Nord il lockdown impatterà più intensamente sull’occupazione dipendente (per l’effetto della concentrazione territoriale di aziende di maggiore dimensione e solidità), al Sud, invece, aggredirà soprattutto i lavoratori indipendenti, con una platea di oltre 800 mila unità, inevitabilmente destinata a incontrare maggiori difficoltà di ripresa nel breve-medio termine. La sedicente locomotiva d’Italia, la Lombardia, si ritrova nei fatti ad assumere le sembianze di un’enorme palla di piombo che rischia di trascinare sul fondo l’intero paese.

Ed è giusto così, secondo qualcuno. Vi abbiamo mantenuto fino a oggi! Continuano a sostenere i vari Feltri, i Fontana e i Zaia di turno. Ma è facile vincere con le carte truccate – diciamo noi – è facile, ad esempio, rubare dal piatto del Sud 840 miliardi di fondi pubblici in diciassette anni senza colpo ferire. E buona parte dei meriti va attribuita all’inetta classe politica meridionale, troppo impegnata a fomentare inutili schermaglie locali e a spartirsi poltrone per accorgersi che a livello nazionale – come si dice da queste parti – si sono fottuti a Filippo e pure ‘o panaro. 

I dati

Il Governo poteva forse valutare il fenomeno per macroaree, e ragionare su restrizioni più o meno incisive cadenzate nel tempo. Partiamo dai dati: l’82% dei contagiati, in Italia, si trova nelle regioni del Nord mentre soltanto il 3.3% del totale risiede al Sud. Se immaginiamo il Paese diviso in due entità distinte e separate si potrebbe tranquillamente affermare che una delle due parti si trovi ancora impantanata nell’emergenza, mentre l’altra, seppure collocata in un’area geografica ad alto rischio, può guardare al futuro con un ragionevole ottimismo e immaginare di allentare – in maniera graduale e con le dovute precauzioni – le briglie delle restrizioni.

Non siete ancora convinti? Ritorniamo su alcuni dati degli ultimi giorni: venerdì 24 aprile in Lombardia sono stati registrati 1091 nuovi contagi, sabato 25 +713 e domenica 26 +920; in Campania, venerdì scorso, ci sono stati 25 nuovi positivi, sabato ne erano 32 e domenica 26 aprile appena 18. In Calabria, ad esempio, nell’intero weekend si sono registrati soltanto 10 casi. In Abruzzo ne erano 24 venerdì e 29 sabato (circa l’1% dei tamponi analizzati). In Molise e Basilicata si registrano da giorni zero contagi (0 contagi!).

Nelle scorse settimane l’Osservatorio Nazionale sulla Salute ha effettuato un’analisi con l’obiettivo di prevedere la data entro la quale attendersi l’azzeramento dei nuovi contagi basandosi sui dati della Protezione Civile forniti dal 24 febbraio al 17 aprile. Secondo gli esperti la fine dell’emergenza Covid-19 in Italia avrebbe avuto tempistiche diverse a seconda dei territori più o meno esposti all’epidemia. Dallo studio dell’Osservatorio emerge una spaccatura netta tra Nord e Sud, con la Campania che è destinata a raggiungere quota zero contagi a ridosso della prima decade di maggio mentre la Lombardia (insieme alle Marche) verso la fine di giugno. Circa 50 giorni di scarto. Un mese e mezzo che può essere determinante per un piccolo commerciante del Sud.

In attesa

La verità è che Confindustria preme sugli apparati istituzionali affinché le attività produttive del Nord riprendano a funzionare a pieno regime, non tanto perché si teme, come qualcuno ha lasciato intendere in questi giorni, che il Sud possa improvvisamente sottrarre quote di mercato al Nord ma più semplicemente perché i rivali di settore europei attendono l’occasione buona per rosicchiare fette di mercato al tessuto industriale italiano.

Insomma, nell’attesa (e nella speranza) che i numeri al Nord calino in maniera decisa, la domanda ci appare legittima (soprattutto in considerazione delle chiusure regionali): è giusto fermare tutto il Paese quando ci sono intere Regioni che fanno registrare poche decine di contagi alla settimana?

E ancora: se le parti fossero state invertite, in una “padania” in odore di autonomia differenziata e popolata da galoppini come Feltri, Del Debbio, Sallusti e company, siamo certi che Lombardia, Veneto e Piemonte ci avrebbero attesi come stiamo facendo noi oggi, senza proferir parola? Avrebbero davvero rinunciato alla loro produttività pur di salvare il fratello d’Italia infetto e moribondo?

Noi la risposta la conosciamo già.

Antonio Corradini

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 28 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 28 Aprile 2020

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