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CRESCIUTA A PANE E MARADONA

Non pensavo potesse accadere: invece è morto D10S

Sport | 25 Novembre 2020

Ho 29 anni, non ho mai visto giocare Diego, ma sono cresciuta a “pane e Maradona”. Quando ero piccola mio padre mi intratteneva con le videocassette delle partite del Napoli. Ogni volta che vedevo un gol di D10S chiedevo di riavvolgere il nastro, volevo vederlo ancora. Poi sono cresciuta, e con il mio papà sono andata allo Stadio. Ricordo la corsa al biglietto per il Goodbye al calcio di Ciro Ferrara. Ovviamente non ce ne fregava niente di Ciro, ve lo dico francamente. Era balzata fuori la notizia che Maradona vi avrebbe partecipato. Potevamo mai restare a casa? Ovviamente no.

Per me sarebbe stata la prima volta. Ve l’ho detto, non avevo mai visto Diego. Ma mio padre si. E quella sera era emozionato ed agitato, come se fosse stato il preludio al primo appuntamento con Carmela, vale a dire, sua moglie. Nonché mia madre.

E io percepivo l’emozione di mio padre, e la sentivo mescolarsi con la mia. Ero in ansia. Salimmo rapidi e rapiti i gradoni della curva A. Con noi tutti gli amici che, prima di me, accompagnavano mio padre allo Stadio. Un attesa interminabile, boati incredibili, bandiere con il volto di Maradona in tutte le salse. “Olè, olè, olè olè, Diego, Diego!”. Tante voci, un solo cuore. Le sento rimbombare fino alle viscere.

Mi emoziono.

Poi, all’improvviso, tra i fumogeni e le grida entra in campo Diego. Era lui, in carne ed ossa, sotto di me. Stringo mio padre, lo tiro per un braccio. Ma lui non mi sente, non mi risponde, è in trance. Sembra voglia sporgersi dalla balaustra, lo strattono, mi agito, non capisco niente.

E come me, non capisce niente nessuno, siamo tutti imbambolati. Come se avessimo visto l’apparizione della Madonna. Di più. Molto di più. Tutti si agitano e gridano, piangono, esultano. Nessuno veste più gli abiti abituali. Siamo tutti lì. E siamo tutti per Diego.

Oggi, la notizia che Maradona è morto, l’ho letta di sfuggita. Sul cellulare. Lo stesso che dopo pochi minuti ha iniziato a squillare. “Flavia, Maradona è morto”. “Ma è morto davvero?”. “Vedi che Maradona non c’è più”. Tutti mi scrivono, come se fossi una sua familiare. Di questo sono orgogliosa. Ma non ci voglio credere. Allora raggiungo i miei colleghi di Identità insorgenti. Da anni mi fido solo delle notizie che girano nel gruppo della Redazione.

Leggo quella del Direttore, Lucilla. Allora è vero. Cazzo. Inizio a piangere. Tremo. Mia madre mi sente, prova a parlarmi ma ho già chiamato babbo. “Che c’è Flavia a papà?” dice “sto lavorando”. Ho un nodo alla gola, non ce la faccio. Ma poi prendo coraggio, mi dico, se non io, chi può dirlo a mio padre?

“Babbo, devo dirti una cosa. Però devi sederti. Maradona è morto”. Silenzio abissale al di qua e al di là della cornetta. Poi un singhiozzo, due tre. Siamo io e papà, iper-conessi e scossi per la notizia.

“Flavia, ma che mi stai dicendo? Maradona è morto? Diego mio”.

Attacco, non riesco a rispondergli, perchè è vero. É morto Diego suo, Diego mio, Diego nostro.

E lo piange tutta la città.

Flavia Salerni

 

Un articolo di Flavia Salerni pubblicato il 25 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 26 Novembre 2020

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