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IL PUNTO

La crisi del Napoli spiegata con gli errori e lo sguardo volto al passato di De Laurentiis

Sport | 17 Dicembre 2019

Ve la ricordate la famosa scena di “Così parló Bellavista” in cui Rachilina, la domestica di casa alle prese con un nuovo ma capriccioso modello di lavastoviglie, si domanda – stizzita e imprecante – come mai la macchina proprio non volesse saperne di funzionare? Ecco, trasportate quel monologo domestico dal 1984 al 2020 e otterrete l’attuale (e confusionario) stato d’animo che, da sabato sera, ha definitivamente attanagliato il tifoso del Napoli.

Per sommi capi, potremmo adattarlo più o meno così: “E l’allenatore ve l’avimme cagnate, ‘o figlio l’amme cacciato, ‘o modulo che ve deve fastidio l’amme accunciate. Che ve manca? E dicitele ca’ nun vulite fatica’!”.

Non ci è mai piaciuto, né interessato far parte del partito dei “ve lo avevamo detto”, soprattutto quando si tratta del Napoli: preferiremmo sempre fare magre figure e ritrovarci smentiti, piuttosto che vedere realizzata anche la più piccola perplessità sulle sorti della nostra squadra del cuore.

Ogni regola, però, ha la sua eccezione.

E questa eccezione ha preso piede e forma lo scorso martedì sera quando, all’indomani della qualificazione agli ottavi di Champions League, il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis ha sollevato Carlo Ancelotti dall’incarico di allenatore della squadra azzurra. Una decisione che ha colto tutti di sorpresa, le cui ragioni – soprattutto alla luce della recente crisi di spogliatoio che ha colpito il Napoli – non potevano e non dovevano esaurirsi nei deludenti risultati fin qui raccolti in campionato.

Anche voi – i nostri lettori – vi siete nettamente espressi contro l’allontanamento dell’allenatore emiliano.

Esonerare Ancelotti in quel preciso momento della stagione, infatti, avrebbe consegnato ai calciatori, co-responsabili della crisi tutt’ora in corso, l’alibi perfetto del fallimento della propria guida tecnica. C’era una sola cosa da non fare: De Laurentiis l’ha puntualmente attuata e messa in pratica.

Il cortocircuito

Ci si augurava che il patron azzurro fosse in grado di mettere in campo il coraggio necessario per compiere quelle scelte, utili e funzionali, a porre un freno a questa emorragia tecnico-emotiva che sta dilaniando la stagione del Napoli. Ci si augurava che De Laurentiis continuasse a ragionare e a comportarsi in maniera ostinata, contraria e soprattutto impopolare.

È accaduto esattamente l’opposto.

Anzi, De Laurentiis si è perfettamente allineato agli slogan dei suoi detrattori e vi si è, invero, letteralmente consegnato, delegittimando in un sol colpo quel modus operandi che, negli ultimi 15 anni, aveva contribuito in maniera decisa e decisiva a rendere il club azzurro una mosca bianca nel panorama calcistico italiano.

Perché il Napoli smarrito di oggi altro non è che il prodotto delle sue errate valutazioni gestionali degli ultimi mesi.

Ha iniziato la stagione con due dei perni della rosa, come Mertens e Callejon, in scadenza di contratto. Si è sostituito alla direzione tecnica della squadra con la decisione di un ritiro – seppur non punitivo – rivelatosi dannoso oltre che anacronistico, per poi comminare multe a destra e a manca nel goffo tentativo di ripristinare leadership e ordine in uno spogliatoio di per sé pericolante e poggiato su equilibri eufemisticamente precari.

In estate, verosimilmente in virtù di avanzate richieste economiche troppo esose, non ha ceduto l’unico elemento che, alla luce soprattutto della stagione precedente, aveva mostrato segni di intolleranza e incompatibilità con il nuovo corso tecnico: Lorenzo Insigne. Viceversa, con l’esonero di Ancelotti – che i suoi errori li ha senz’altro commessi – ne ha praticamente incrementato peso, credito e importanza all’interno dello spogliatoio e agli occhi dei suoi stessi compagni di squadra.

Da ultimo, e non per importanza, ha assecondato quella sete di machismo e di “maglia sudata” della frangia più rumorosa e populista del tifo, sostituendo uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio con un profilo, come quello di Rino Gattuso, sì promettente e competente (il suo Milan 2018/19, per risultati, è stato il migliore degli ultimi otto campionati di Serie A giocati dai rossoneri), ma iconicamente legato alla retorica del pugno duro e del sergente di ferro.

Siamo e saremo i primi tifosi del nuovo tecnico azzurro, ma la mossa di affidarsi a Gattuso altro non è che l’ennesima dimostrazione di quanto lo sguardo di De Laurentiis sia rivolto al passato, a quel 4-3-3 di sarriana memoria praticato anche dall’allenatore calabrese e più volte citato – oseremmo dire, osannato – dallo stesso presidente nelle sue ultime uscite pubbliche.

Il passo del gambero

E’ da questi piccoli particolari che s’inquadra ancora meglio la decisione di esonerare Ancelotti, con cui De Laurentiis ha rigettato la possibilità, da lui stesso fiutata e coltivata, di aprirsi ad un progetto di più ampio respiro tecnico e aziendale.  Nel momento di maggiore difficoltà, in cui i ranghi andavano serrati e compattati, ha scelto la via più breve.

Quella del gambero: un passo avanti, per poi ritirarsi e farne due indietro. Avrebbe dovuto e potuto legittimare le proprie scelte e la propria posizione, anche e soprattutto nei confronti degli ammutinati di inizio novembre. Si è, invece, rifugiato in un maldestro e nostalgico tentativo di restaurazione storica di tempi passati e solo apparentemente dorati.

A Gattuso, soprattutto dopo quanto visto sabato sera contro il Parma, servirà sicuramente del tempo prima di poter incidere nella testa e nelle gambe dei calciatori. La preoccupazione, però, è che senza le dovute contromisure a livello societario, ciò che accade fuori dal campo continuerà comunque a influenzare – pesantemente e negativamente – ciò che si proverà a sviluppare sul rettangolo verde di gioco.

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 17 Dicembre 2019 e modificato l'ultima volta il 17 Dicembre 2019

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