fbpx
giovedì 21 gennaio 2021
Logo Identità Insorgenti

CRISI

Noi, lavoratori a chiamata dei musei, ancora una volta dimenticati dal Governo

Economia | 3 Novembre 2020

È di poche ore fa la notizia, per nulla inaspettata, della volontà da parte del governo di chiudere mostre e musei in tutta Italia. A una settimana dalla chiusura dei teatri e dei cinema, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pronunciato, nel corso delle sue comunicazioni alla Camera, le fatidiche parole che gettano nello sconforto più totale tutti coloro che nei mesi scorsi si sono impegnati affinché la cultura potesse nuovamente riprendere nel nostro paese, adeguando l’accesso nei siti culturali con l’acquisto di termoscanner, disinfettanti e con il ricorso ad ingressi contingentati.

Negli ultimi mesi i grandi e piccoli musei pubblici e privati della penisola hanno investito nella sicurezza, rendendo i propri spazi atti al distanziamento sociale, molto più di tanti altri luoghi. Prenotazioni online, controllo della temperatura, sorveglianza attenta per evitare assembramenti e per sollecitare il pubblico ad indossare la mascherina non sono bastati a salvare, almeno per una volta, il mondo della cultura da ulteriori restrizioni. Pur non essendo ancora ufficiale, in assenza del D.P.C.M. che si prevede nelle prossime ore, è chiaro a tutti che la situazione è questa: i musei e le mostre chiuderanno.

Ad anticiparlo nella serata di domenica era stato il ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini che, in diretta da Fabio Fazio alla trasmissione “Che tempo che fa”, ha esordito, esortato dal presentatore che si chiedeva il perché della chiusura dei teatri e dei cinema e non di altre realtà culturali, dicendo che con i passi avanti che avrebbe fatto il Governo –  parola infelice –  avrebbero chiuso anche i musei.

Quei musei in cui, e lo sa benissimo il nostro ministro, a lavorare ci sono tante persone che non riceveranno, come è già successo con la precedente chiusura, nessun bonus e nessuna cassa integrazione. “Grazie” – e le virgolette sono obbligatorie data la circostanza – all’esternalizzazione dei servizi di accoglienza, bookshop e biglietteria molti operatori dei beni culturali non rientrano assolutamente nelle fasce tutelate, in quanto i tanto cari “contratti a chiamata” che cooperative e aziende giustamente – è un loro diritto – utilizzano a patto di sgravi fiscali, non tutelano in nessun modo quei lavoratori che per trenta giorni o forse più – ce lo dirà il tanto atteso D.P.C.M. – non lavoreranno. Per chi non lo sapesse il contratto a chiamata è una tipologia contrattuale “autonoma” in cui un committente assume un lavoratore che svolge delle attività; una sorta di professionista che però non ha la partita iva. Se per motivi che vanno dalla malattia o alla semplice voglia di prendere un giorno di ferie – magari durante una festività o ricorrenza – colui con cui si è stipulato il contratto manca di adempire al suo dovere, di conseguenza quella giornata vale come nulla; in soldoni non c’è nessuna retribuzione. Ora è chiaro che i limiti di questa tipologia contrattuale sono fortemente debilitanti e che chi, durante l’apertura dei musei e delle mostre negli scorsi mesi, ha avvertito sintomi influenzali è dovuto restare a casa perdendo qualsiasi tipo di retribuzione. Cosa ancora più complicata per chi invece il covid se l’è beccato davvero, magari restando a casa per settimane intere in attesa di guarire.

Questa forma contrattuale, molto utilizzata nel mondo dei beni culturali, ha già provocato lo scontento di quanti a marzo, convinti di aver firmato dei co.co.co o contratti di collaborazione assimilabili a lavoro dipendente, si sono visi rigettare dall’Inps la domanda per l’ottenimento del bonus da 600 euro di cui in Italia hanno usufruito un po’ tutti. Questi lavoratori non sono lavoratori a nero, hanno un regolare contratto – e su questo non si discute – che però, per assurdo, già in circostanze particolari e ancor di più adesso che c’è una pandemia in atto, non garantisce nulla.

È per questo che quello che è accaduto poche ore fa getta semplicemente luce su una verità nota a tutti ma sottaciuta ai più: la cultura, per il nostro paese industriale e laborioso, non è lavoro. È un hobby a cui si dedicano nel tempi libero quei lavoratori che evidentemente per il nostro paese svolgono lavori “seri”. Non interessa a nessuno se in questi luoghi esistono delle persone che con quel lavoro ci vivono e che non hanno nessuna tutela, rischiando addirittura di non avere di che mangiare a fine mese. Un lavoratore a chiamata questo mese guadagnerà zero euro, ma ai tanti come me direte ancora che andrà tutto bene, vero?

Martina Di Domenico

Un articolo di Martina Di Domenico pubblicato il 3 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 3 Novembre 2020
#Dpcm   #mostre   #musei  

Articoli correlati

Economia | 19 Gennaio 2021

L’INTERVENTO

Cara Moratti, ti spieghiamo perché è il Sud il motore dell’Italia

Beni Culturali | 18 Gennaio 2021

BILANCI

Musei: i numeri del primo giorno di riapertura

Economia | 15 Gennaio 2021

NUOVI PROGETTI

Nasce AmaSud: un portale per le aziende del Meridione