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CROWFUNDING PER LA RICERCA

Mario, giovane di Napoli: “Raccolgo fondi per studiare chi combatte la camorra”

Altri Sud, Attualità, Economia, Istruzione, scuola, università, NapoliCapitale | 22 Ottobre 2015
mario trifuoggi
Mario Trifuoggi è un ragazzo di Napoli che vive a Londra. Dopo aver conseguito una laurea in relazioni internazionali in Italia e una in sociologia nel Regno Unito, ha vinto una borsa di studio per il dottorato della Scuola in Science Sociali dell’Università di Trento, tra gli atenei più rinomati del settore. Il concorso di ammissione, oltre alla valutazione titoli, prevedeva un esame scritto e la presentazione del progetto di ricerca. Quest’ultimo, nel suo caso, anche avvalorato da una pubblicazione scientifica su una rivista internazionale. Tuttavia, il collegio di dottorato ha costantemente scoraggiato la sua ricerca, esercitando una pressione tale da porlo di fronte a un bivio: cambiare progetto o dimettersi (perdendo diritto alla borsa ora e per sempre). “Ho scelto la seconda opzione non solo perché ritengo di aver subito un trattamento ingiusto, ma soprattutto perché sono convinto del valore civico della mia ricerca. Questa campagna, pertanto, è anche una sfida contro la distanza che separa l’accademia dalla società. Poiché non posso più usufruire di borse di dottorato statali (né soddisfo i criteri di residenza previsti per l’assegnazione di quelle britanniche), vi chiedo di darmi una mano a continuare la mia attività di ricerca contribuendo a sostenere i costi del dottorato che inizierò alla Goldsmiths University di Londra”. Così nasce la campagna di crowfunding di Mario. Ma la cosa che ci preme maggiormente spiegarvi è l’oggetto della sua ricerca: “Un’inchiesta sugli spazi contesi tra stato e criminalità organizzata” ovvero sul popolo che insorge ai soprusi, “l’orgoglio e la capacità di reazione di Napoli”. Il dottorato di Mario, dunque, sarà incentrato sul rapporto tra spazio urbano e criminalità organizzata a Napoli. “In particolare, mi occuperò dell’azione collettiva dei cittadini che decidono di opporsi alla Camorra, come nel virtuoso esempio offerto dall’esperienza dei beni confiscati alle mafie”. Lo abbiamo raggiunto – via social – a Londra per capirne di più.

Perché aderire al tuo crowdfunding?

Il bello del crowdfunding è proprio che non esiste una sola risposta: la partecipazione dal basso consente di aggregare sensibilità e motivazioni diverse le une dalle altre per uno scopo comune. Nel mio caso ci sono due ragioni principali che emergono dai commenti che ricevo per la campagna. La prima riguarda direttamente il tema della mia ricerca: c’è interesse affinché si parli di Napoli e di Camorra (e più in generale del Sud e delle mafie) in una prospettiva diversa dal solito, spostando l’attenzione sulle tante forme di resistenza che i cittadini praticano quotidianamente, di solito nel generale disinteresse dei media. La seconda ha a che fare con “la ricerca” in senso lato: molti si sono stupiti di scoprire che il mio progetto non abbia trovato spazio nel dottorato di sociologia dell’Università di Trento, dove avevo vinto la borsa di studio, e hanno deciso di contribuire alla campagna per premiare la mia scelta di lasciare un posto pagato in nome della libertà di ricerca.

Quali le realtà di cui ti occuperesti nella tua ricerca su Napoli?

Mi interessa studiare soprattutto gli spazi contesi tra Stato e criminalità organizzata, dove la Camorra gode talvolta di un certo consenso ma dove incontra anche la resistenza di molte persone che si organizzano dal basso per cambiare le cose. Per esempio, l’esperienza dei beni confiscati nel casertano, su cui ho condotto una ricerca pubblicata di recente dall’International Journal of Sociology and Social Policy, è emblematica del fatto che la relazione dei territori con la Camorra sia molto più dinamica di come viene spesso dipinta. Anche a Napoli (e in tutto il Meridione) ci sono tanti altri casi, magari meno eclatanti, che riguardano l’impegno quotidiano di associazioni, movimenti e cittadini intenti a destreggiarsi nelle zone grigie della città. Sociologicamente parlando, m’interessa capire come le persone vivono questi spazi urbani gravati dalla presenza dei clan e quali fattori incidono di più sulla scelta di scendere a patti con lo status quo o, in un certo senso, di insorgere contro di esso.

Si dice che a Napoli non si combatte la camorra: la tua ricerca dunque smonterebbe quello che noi chiamiamo “Sputtanapoli” e che vuole gli abitanti di questa città descritti come pavidi, incivili o collusi?

Certe rappresentazioni grossolane di Napoli e in generale del Meridione sono smentite quotidianamente dai fatti, tuttavia se ne accorgono in pochi. I media hanno il difficile compito di dover semplificare la realtà ma, alle volte, si resta increduli davanti alla superficialità con cui rinforzano pregiudizi e luoghi comuni. La collusione c’è ed è un aspetto essenziale di tutti i fenomeni mafiosi, ma non è un monolite: è un processo continuamente negoziato tra le istituzioni, la Camorra e la popolazione in cui entrano in gioco interessi di ogni tipo, sopratutto politici ed economici, a cui si può dire no o addirittura ribellarsi apertamente, come fanno in molti. Se la mia ricerca contribuisse anche a far parlare un po’ più questi ultimi, com’è accaduto grazie alle interviste con alcune testate straniere che mi hanno domandato cosa sono i beni confiscati, mi farebbe molto piacere.

Tornerai? Anzi: torneresti? E perché?

Questa è senz’altro la domanda più difficile. Da un lato, non mi sento incentivato a tornare, non solo a Napoli ma in Italia, anche e soprattutto per le difficoltà che affliggono il mondo dell’università; magari i miei problemi con il dottorato a Trento rappresentano un caso particolare, ma le prospettive di carriera nell’accademia italiana sono comunque piuttosto esigue per tutti. Dall’altro, se ho scelto un progetto di ricerca del genere è perché conservo un legame emotivo molto forte con la mia città. Per il momento, sarò contento di tornare in occasione del lavoro sul campo previsto dalla mia ricerca: avrò circa un anno a disposizione per reimmergermi nella vita della città dopo tanti anni di lontananza. In futuro, si vedrà.

Facciamo un appello a chi vuole sostenerti.

Se ho trovato il coraggio di espormi con una campagna pubblica è perché sono convinto del valore civico della mia ricerca. Non si tratta solo del mio percorso di vita (che pure ha ingiustamente subito una battuta d’arresto a Trento, dove mi sono visto costretto a rinunciare alla borsa di studio) ma di qualcosa di più. Il fatto stesso che la ricerca venga finanziata dal basso la configura come un’azione collettiva in sé: contribuire è un modo di prendere parte all’impegno per il cambiamento che in tanti profondono per la nostra città. Anche il più piccolo sostegno avrà un grande significato perché maggiore è il numero dei partecipanti, maggiore sarà l’impatto della ricerca fuori dall’accademia. Per contribuire e per avere altre informazioni sulla mia ricerca basta seguire questo link: igg.me/at/4daysofnaples
Ti chiedo, per chiudere, un commento su questa affermazione di Riccardo Muti: “Io sono uno tosto. Non perché ho studiato a Berlino, a Vienna o a Londra, ma perché ho studiato a Napoli.” Che ne pensi?
Napoli, in tanti sensi, è una palestra formidabile. Il bagaglio storico e culturale della città, incredibilmente ricco e variegato, contrassegna le vite di tutti i napoletani; contemporaneamente, è Napoli stessa a essere una città tosta, che non fa molti sconti e tempra il carattere. Il problema è come evitare che queste risorse si disperdano o restino intrappolate tra le maglie degli atavici problemi della città. Ho grande fiducia nei napoletani e nelle loro brillanti doti individuali; sono più preoccupato, invece, per il destino di Napoli. Ecco, alla base della mia ricerca c’è anche questa convinzione: dobbiamo migliorare la nostra capacità di pensare come comunità e di agire collettivamente.
Lucilla Parlato
Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 22 Ottobre 2015 e modificato l'ultima volta il 30 Aprile 2017

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