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Da Falero a Neapolis: l’evoluzione della nostra città

Racconti di Partenope | 1 Dicembre 2020

In questo secondo episodio di Racconti di Partenope, (come preannunciato in quello precedente) passeremo in rassegna gli svariati mutamenti dalla nostra città. Napoli infatti, prima di essere tale, ha cambiato tante volte volto. E, a dire il vero, ha cambiato tante volte pure il nome. Come se, la nomenclatura attribuitagli, a seconda dell’età, rispecchiasse in toto l’animo della società che lì vi si insediava. Partenope, che mi piace definire femmena verace, sembra essere nata da una pietra di tufo santa, che conobbe vari nomi e altrettante forme di città, le quali, pur trasformando il Golfo delle Sirene, non intaccarono mai quella cifra di singolarità che, ancora oggi, lo contraddistingue.

Prima di Partenope: Falero

Forse non tutti sanno che molto prima di Partenope, ma anche prima che il culto delle Sirene raggiungesse la Campania, qui è esista una città ben più antica. I partenopei, infatti non sono stati i primi abitanti del Golfo napoletano e, di rimando, Partenope non è stata la prima città fondata lungo questo litorale.

Ma, partiamo dall’inizio.

Durante il periodo arcaico della cultura greca, vale a dire, l’età della Grecia Antica, qualcuno già abitava la costa napoletana. Si tratta di un’insediamento urbano antichissimo, sempre firmato dai  greci. Naturalmente. Ma non da quella popolazione mitica e gloriosa a cui siamo soliti rimandare la mente quando pensiamo all’ellenismo, che, è chiaro, fa parte di Napoli, ma non nello specifico della Napoli alle sue origini prime.

Questa piccola città, fondata dalle civiltà pelasgiche, prese il nome di Falero, è sorse probabilmente sulla collina di Pizzofalcone (oggi Montedidio – Quartiere S. Ferdinando). Purtroppo per lo studio dell’epoca Antica della città, ma in generale, anche della Grecia, disponiamo di pochissimi richiami o fonti accertate. Il mondo preellenico è, infatti una realtà storica, oltre che lontana, decisamente oscura, dal momento che scarseggiano le testimonianze a riguardo.

E, quelle pervenuteci, sono nella maggior parte dei casi opere letterarie. Greche o latine. Non a caso è Erodoto (storico della Grecia Antica, considerato da Cicerone “il padre della Storia”) a raccontarci delle vicende e delle caratteristiche di queste popolazioni. Ma non solo. Anche Virgilio e Tacito, rispettivamente nel VII libro dell’Eneide e negli Annales, ci riveleranno i nomi di queste genti arcaiche. E proprio i tre autori, scriveranno nelle loro opere che furono i Rodii a sbarcare per primi sul nostro litorale. Subito dopo, i mitici Teleboi. Popolo originario dell’Acarnanania, regione greca a strapiombo sul mare.

I primi abitanti del Golfo partenopeo

Rodii e Teleboi. Sono questi, dunque, i nomi dei primi abitanti della nostra città. Ma perché si spostarono dalla loro regione natia? Ce lo spiega sempre Erodoto, il quale, racconta che queste popolazioni, furono cacciate dal proprio luogo abitativo e, per questo, decisero di mettersi in viaggio. E  così, abbandonate le sponde del fiume Acheloo, partirono alla volta della costa meridionale, imbattendosi nel Golfo di Napoli.

Chiaramente, il clima mite e la natura del territorio campano ne favorirono lo stanziamento. Purtroppo, come abbiamo già ribadito, le notizie relative a questo sbarco sono pochissime. Ma possiamo sempre avvalerci dell’opera virgiliana e del resoconto storico tacitiano. E, tanto Virgilio quanto Tacito, scrivono che i Teleboi furono a tutti gli effetti i primi abitanti della Campania. Lo storico romano dal canto suo, aggiunge: «Capreasque Telebois habitatas tradit». Quindi, stando a quanto asserisco questi autori, i Teleboi avrebbero abitato prima Capri. Poi, si sarebbero spinto fino al nostro litorale.

E anche gli storici contemporanei,  soprattutto quelli del secolo scorso, sono convinti che i Teleboi, dopo aver fondato Capri, fondarono la città di Falero,  nome che in greco antico significa «fulgido», e che, spulciando gli annoverali delle polis greche, fu attribuito ad altre sei o sette città. Senza contare che, la letteratura greca, come quella di Licofrone per esempio, o quella di Bisanzio, confermerebbe tale teoria. Da questi scritti, infatti, si percepisce chiaramente che, prima della famosissima Partenope, sia esistita una piccola città chiama Falero. Come, d’altra parte, dimostrano anche i reperti archeologici rinvenuti ai piedi della collina di Pizzofalcone.

PARTENOPE: Sirena, donna o città?

Dopo Falero, naturalmente, fu la volta di Partenope che molto spesso (ma erroneamente, lo ribadiamo) viene considerata il primo esemplare urbano della nostra città. In realtà, come abbiamo appena visto, la fondazione di Napoli ha origine in, e con, Falero. Allora, a questo punto la domanda sorge spontanea: come si è passati dalla cittadina fondata dai greci arcaici, a quella che, sovente, il nostro racconto mitico ci tramada?

La maggior parte di noi conosce, a ragione, la leggenda classica della Sirena Partenope. Vicenda fascinosissima, tramandataci da storici, scrittori e poeti e, ancora oggi in uso comune. E, c’è da dire che, anche se questa storia della seconda fondazione della città, sia stata più volte trasformata dalla fantasia e dalle credenze ingenue, in realtà, pare nasconda una base di verità.

Soprattutto se facciamo riferimento non alla leggenda della Sirena, quella che, come racconta Ovidio, si dette la morte perché non riuscì a sedurre Ulisse, e giunse a Napoli nel suo corpo morto di creatura leggendaria. E che, poi, dal suo ritrovamento, ne fu fondata la città. Esiste, infatti, un’altra leggenda che narra di questa fondazione. Ed è proprio a questa che dobbiamo fare riferimento, nel tentativo di dipanare quel connubio di Storia e immaginazione che avvolge, da sempre, la storia della nostra città. Perché, questo secondo mito, un po’ meno conosciuto, pare abbia, addirittura, una valenza storica più forte, o quanto meno, molto più accertata della prima.

Il secondo mito di Partenope

A tramandarcelo furono Stazio e Licofone. Stando a queste narrazioni, Apollo, in seguito al messaggio premonitrice  di una colomba, avrebbe indirizzato verso il nostro Golfo una graziosa ragazza, una femmena, direi io, figlia di Eumelo re della Tessaglia. E questa ragazza, ovviamente, si sarebbe chiamata proprio Partenope. A questo punto, l’etimologia del nome risulta essere interessante.

Perché Partenope in greco è una parola composta, formata da due vocaboli, «Partenu» e «opsis» che significano, grosso modo, «sembianze di vergine». E il termine vergine, a ben vedere, ricorre spesso nella storia delle Sirene. Dalla loro trasfigurazione in creature fantastiche, per metà donna e metà pesci, dunque impossibilitate alla riproduzione. O, ancora, facendo solo riferimento alla ricorrenza del termine, lo troviamo molte volte come aggettivo che accompagna le nella maggior parte delle narrazioni a loro dedicate.

Tant’è che, le sirene, sono spesso definite proprio vergini di mare. Ma anche «vergini simili a cigni» (Kerényi 1994), o ancora «vergini piumate» (Euripide). Quindi, in passato, il richiamo associativo tra la storia di questa fanciulla che ha, quindi, un nome che richiama a questa caratteristiche delle sembianze di una virgo, e il culto di Partenope, stessa, «vergine sirena», (Scholia del XII sec.) potrebbe essere stato semplice, dunque, è da considerare.

Ad ogni modo, non avendo fonti certe a sufficienza, non possiamo  propendere verso l’una o l’altra ipotesi. Allora, ci basti sapere che, stando a questa tradizione, proprio come la sirena, anche la giovane tessalese sarebbe morta subito dopo aver raggiunto le nostre spiagge. E le sue genti, accorse presso l’isolotto di Megaride (attuale Castel dell’Ovo), l’avrebbero, poi, seppellita.

La leggenda termina con una  menzione ai Teleboi, i quali, avrebbero introdotto il culto della Sirena Partenope nella città dopo aver scoperto il sepolcro di questa vergine omonima. Almeno, questo è quanto riporta Francesco Ceva Grimaldi nella sua opera, Della città di Napoli dal tempo della sua fondazione sino al presente del 1857. Il Ceva Grimandli asserisce, quindi, che per tutta una serie di concordanze storiche, ma anche facendo attenzione allo studio etimologico del greco antico, questa seconda versione del mito sarebbe molto più attendibile della prima.

Tuttavia, come per grossa parte della Storia di questo periodo, le fonti scarseggiano e, come si è già ampliamente detto, non abbiamo nessuna certezza, né per ciò che riguarda la data di fondazione della città e né tantomeno per ciò che riguarda il  luogo in cui è stata seppellita Partenope. La collocazione della sua tomba, sia che si sia trattato di una mitica sirena o di giovane vergine, è ancora oggetto d’analisi e di discussioni storiche. Alcuni asseriscono che si trovi nei pressi di Megaride, chi, invece, presso quella porzione di terra oggi chiamata Sant’Aniello a Capo Napoli.

Da Partenope a Neapolis: l’evoluzione della città

Probabilmente, non sapremo mai la verità sulle origini di Partenope. Questa impossibilità, naturalmente, è dovuta a quella perenne promiscuità, tra mito e realtà, propria di questa Storia e delle fonti di questa età. Però, proprio queste fonti, anche se in parte risultano essere corrotte dalla fantasia, e anche in virtù deiritrovamenti archeologici (ricordiamo che il sottosuolo napoletano conserva le tracce di tutte le vite di Napoli, e delle diverse forme che ha assunto nei secoli) ci danno la certezza che Partenope città sia stata fondata, e sia stata, meravigliosamente, esistita.

E, stando sempre alla leggenda, questa cittadina preellenica fu  di una bellezza unica, tanto,  da scatenare le ire e l’invidia degli abitanti di Cuma. Pare, poi, che da  questo risentimento, ne sia derivata una guerra disastrosa. E Partenope, cittadina piccola e disarmata, vi fu clamorosamente distrutta. Ma, sempre ricostruendo miticamente gli eventi, la distruzione di Partenope, polis cara all’Olimpo, avrebbe suscitato l’ira degli dei, i quali, gettando i Cumani in pasto ad un contagio, ordinarono loro di fondare una nuova città, sempre devota alla sirena. Allora i cumani, per sopravvivere, fecero quanto voluto dagli Dei e fondarono una città nuova. Neapolis Appunto.

Ora, per quanto sia fascinosa questa versione mitica della fondazione di Neapolis, dobbiamo dire la verità. La storia ci racconta altro. Infatti, stando a quanto scrive, magistralmente, nella sua ricostruzione, Vittorio Gleijeses (1881)  i cumani erano interessati ad insediarsi sul nostro litorale, al fine di avere il controllo di tutto il golfo. Per questo inaugurarono delle lotte contro la piccola Partenope che, effettivamente, fu distrutta e, nel 530 a.C., cessò di esistere.  Poi, come scrive Catulo (che non è il poeta, ma uno storico romano), solo dopo la definitiva vittoria dei greci sugli etruschi, era il 474 a.C., i cumani decisero di costruire una città nuova, di loro spontanea volontà, a ridosso di Partenope, che a questo punto divenne Palepoli: letteralmente «città vecchia», in contrapposizione con Neapolis, «città nuova».

Neapolis greco- romana: cultura dell’immortalità 

Diverse quindi sono le sorti storiche di Neapolis, della quale, infatti, a differenza di Partenope, possiamo ricavare una data più o meno precisa per la sua fondazione, che sarebbe avvenuta intorno il 470 a.C. circa.

In realtà, un’antica necropoli scoperta nei pressi di Porta Capuana, ma anche alcune monete rivenute durante gli scavi, potrebbero aiutare gli storici ad ufficializzare questa data. Ma, non essendo ancora stata stabilito da chi di dovere, noi non possiamo ancora dare questa notizia come certa.

Mentre, per quanto riguarda il nome di Neapolis, quello sì:è assolutamente confermato, dai riscontri delle molte iscrizioni rivenute e risalenti all’epoca greco-romana. Del resto, Neapolis era un nome largamente diffuso, usato non solo per la nostra città, ma per tutte le nuove fortificazioni elleniche. Eppure, come afferma Erri De Luca in un bellissimo monologo, gli abitanti di Neapolis, in qualche modo, si ingegnarono, tanto, da trovare la chiave di volta che avrebbe reso la loro città unica, leggendaria.

Diversa dalle altre, Παρθενόπη, nuove città.

Conclusioni

Ed effettivamente, Napoli leggendaria e unica lo è tutt’ora: basti pensare che è la sola al mondo ad aver conservato la struttura della polis che era stata creata dai Greci. Così passeggiare per le vie del nostro Cento Storico (non a caso patrimonio dell’Unesco) equivale a dire camminare in una struttura, quella dei decumani e dei paralleli che ha circa 3000 anni.

Qui, in questa città, è possibile mangiare una pizza a portafoglio e respirare al contempo la cultura del popolo di Neapolis. Possiamo percepire le vibrazioni della cultura mitica di un popolo, lontanissimo nei secoli, che riesce a riverberare a noi contemporanei la sua maestosità. Perché, dallo sport alle strutture, fino alla civiltà gentile, Neapolis non aveva eguali.

E fu una vera e propria metropoli della Storia Antica. Femmena, come l’abbiamo definita in apertura, perché figlia del culto di Partenope e di tutte le divinità femminili che hanno accompagnato gli abitanti di Neapolis nella loro mirabile impresa di renderla immortale.

E, a quanto pare, ci sono riusciti.

Un articolo di Flavia Salerni pubblicato il 1 Dicembre 2020 e modificato l'ultima volta il 1 Dicembre 2020

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