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Dal borgo Orefici al Carmine. La Napoli del Commissario Ricciardi brilla e vince anche negli ascolti

Cultura | 2 Marzo 2021

Puntata ricca di sorprese e colpi di scena nel finale di stagione del commissario Ricciardi, dove si sono evidenziate zone di Napoli ricche di storia, tradizioni e identità.

Le tradizioni immortali

Sullo sfondo, sempre Napoli e le sue immortali tradizioni.
L’ultima puntata della prima stagione è incentrata sulla storia d’amore – che resiste nel tempo – tra un artigiano orafo e la vedova di un primario del vecchio Policlinico di Napoli. Dunque molte scene sono girate in una zona di Napoli che ha avuto i meriti di creare alcuni dei gioielli più importanti del mondo.

Arte orafa napoletana

Un ex voto completamente in oro, un gioiello definito “un’opera d’arte”, sigilla l’amore impossibile tra i due ma ci dà la possibilità di apprezzare la magnificenza dell’arte orafa napoletana nei secoli.
“Ex voto”, tradotto in modo letterale dal latino, significa “a seguito di un voto“: si tratta, infatti, di  doni di vario genere – soprattutto raffigurazioni di parti corporee in argento, targhe con incisioni di ringraziamento e così via – offerti a Dio o ai santi (e ancor prima agli spiriti e in seguito agli dei) in cambio di una grazia ricevuta o a seguito dell’adempimento di una promessa fatta. Gli ex voto sono, a tutti gli effetti, una comunicazione diretta di devozione e speranza fatta dall’uomo alla divinità, l’espressione personale e, insieme, collettiva, di una fede intrisa di pietà e venerazione. Questo loro aspetto “collettivo” rende gli ex voto anche un documento storico e di costume, una preziosa testimonianza dal forte valore artistico e simbolico.
A Napoli, ne possiamo ammirare tantissimi in molte chiese: da quelli del Gesù Nuovo a quelli di Santa Maria del Purgatorio ad Arco.

Il borgo orefici

Girando per il borgo orefici, tra mura secolari e capolavori come la stupenda chiesa di Sant’Eligio maggiore, possiamo già capire l’importanza che nei secoli ha rivestito questo genere di artigianato per l’economia della città.

Verso la fine del XVII secolo, il Marchese del Carpio, viceré di Napoli, stabilì l’obbligo di esercitare l’arte degli argentieri e degli orefici unicamente nella zona del borgo, creando di fatto un monopolio a favore della corporazione, che nei secoli si è evoluta, diventando un consorzio cui hanno aderito la quasi totalità degli operatori orafi della città.

I primi riconoscimenti dell’arte orafa con Federico II

Dal 1220 Federico II decise di promuovere a Napoli importanti lavori di restauro e abbellimento urbano. Riorganizzò la pubblica amministrazione, la giustizia, l’esercito e anche il commercio, regalò alla città la prima Università di stato della storia: lo “Studium”.

L’arte orafa ebbe i primi riconoscimenti da Federico II, con la ratificazione di fondamentali norme con cui si intendeva determinare e garantire la qualità dei manufatti. I provvedimenti del sovrano stabilivano l’obbligo per i maestri dell’arte di esplicitare la qualità dei loro manufatti (che doveva essere per l’oro non inferiore ad un valore di otto once d’oro puro per libbra e per l’argento non meno di undici once d’argento puro per libbra).”

La Napoli sveva e gli orefici

Nel 1266 Carlo d’Angiò ottenne la corona del regno del Sud, con Napoli capitale. La società cittadina fu organizzata in Sedili, organismi democratici capaci di mediare fra il monarca e gli interessi del popolo. Nonostante una forte pressione fiscale ci fu uno sviluppo dell’artigianato e del commercio, la popolazione aumentò notevolmente e Napoli divenne la prima metropoli d’Italia ed una delle più importanti in Europa.

Gli orefici, al tempo di Carlo I, quando ebbero la maggior parte delle botteghe nei pressi della chiesa dedicata al loro protettore Sant’Eligio, si organizzarono in una corporazione. Questi luoghi iniziarono ad essere già citati allora come Strada degli Orefici.

Gli angioini e gli orefici

Nel 1285 salì al trono Carlo II d’Angiò, che si dedicò al miglioramento del patrimonio monumentale della città: ne ampliò le mura, ristrutturò il Castel dell’Ovo e risistemò il Maschio Angioino, costruito dal padre. Fu anche un ottimo legislatore.

Nel 1305 i maestri orefici transalpini Etienne Godefroy, Guillame de Verdelay e Milet d’Auxerre realizzarono il busto reliquiario di San Gennaro che ancora oggi è custodito nella Cappella del Duomo a Lui dedicata.

Nel 1306 Carlo II impose l’obbligo del punzone per garantire la qualità dei lavori e il titolo dell’oro e dell’argento.

Da Roberto d’Angiò alla Regina Giovanna

Nel 1309 salì sul trono di Napoli Roberto d’Angiò, amante dell’arte e della letteratura. Promosse la costruzione della chiesa di Santa Chiara e durante la sua dominazione fiorì lo stile gotico. Morto Roberto, nel 1343, gli succedette per quarant’anni Giovanna, sua nipote, un personaggio che, con i suoi comportamenti frivoli e dissoluti, creò alla città di Napoli non pochi problemi.

La scuola francese durò fino al tempo di Giovanna I, quando si impose una scuola di orafi locali e comparvero i primi punzoni con i nomi degli artigiani più insigni.

Il 23 settembre 1347 la Regina Giovanna concesse agli orafi napoletani di eleggere i propri rappresentanti, scegliendo fra i maestri quattro consoli con il compito di curare gli affari dell’arte e convocare, quando necessario, l’assemblea degli iscritti.

La nascita della Corporazione degli orafi

Nel 1380 la sovrana ufficializzò le associazioni di mestiere nate spontaneamente, nacque così la Corporazione degli Orafi.

Già in epoca angioina, grazie alla Regina Giovanna I d’Angiò, gli artigiani napoletani impiantarono il primo nucleo operativo tra quelle mura.

Una tradizione che è arrivata intatta sino a noi e, come spesso accade in questa città, ha attraversato tutte le classi sociali.

Un anello per ogni napoletano

I maestri orafi, nei secoli, hanno creato tanti pezzi pregevoli, per il tesoro di San Gennaro, per le numerose chiese di Napoli e non solo, per la nobiltà e le classi più abbienti, ma hanno anche servito la devozione popolare con numerosi ex voto, hanno creato gioielli per matrimoni e per nascite. Hanno, insomma, soddisfatto davvero ogni esigenza, in ogni epoca.

Il tesoro di San Gennaro

Tra quelle strade, in quei vicoli, in quelle botteghe furono realizzati alcuni dei pezzi più importanti della collezione del tesoro di San Gennaro, la collezione più ricca del mondo – di recente, è stato lanciato un appello – condiviso anche da Maurizio de Giovanni, affinché il culto di San Gennaro diventi patrimonio UNESCO.

Nel cuore di Borgo Orefici oggi una targa ricorda Matteo Treglia, orafo napoletano “non inferiore a Cellini” per la creatività nel realizzare la Mitra di San Gennaro, il gioiello più prezioso del mondo, oggi ammirabile nel bagliore delle sue 3694 pietre preziose in una sala del Museo del Tesoro di San Gennaro.

Il Tarì a Marcianise e la Bulla, nel Borgo, per insegnare l’arte orafa

Oggi, pur restando in vita la solida tradizione orafa napoletana, le attività commerciali legate all’oreficeria sono state in parte spostate al Centro Orafo “Tarì” a Marcianise. Il borgo ha perso la sua polarità ma è ancora possibile farsi un giro tra quelle mura ed acquistare gioielli di impareggiabile pregio.

E qui c’è ancora la scuola di oreficeria che insegna antichissime lavorazioni.

Sul modello delle antiche corporazioni, il Consorzio Antico Borgo Orefici (nato nel 2000) ha fatto nascere la scuola di formazione per orafi: “La Bulla”,  a via duca di San Donato, proprio nel cuore del borgo, dal nome del gioiello romano che aveva valore di amuleto e poteva contenere dei portafortuna fra le due valve.

La Madonna del Carmine

Nella puntata andata in onda ieri si intravede anche la festa per la Madonna del Carmine, culto importantissimo per i napoletani. La celebrazione vede ogni anno la partecipazione di migliaia di persone tra fedeli e non, che dopo i caratteristici rituali religiosi, possono assistere al suggestivo incendio del campanile della basilica del Carmine Maggiore. Un rito antico,accompagnato dal suono caratteristico delle tammorre, uno degli strumenti più rinomati della tradizione musicale partenopea.

Fulcro della festa – che purtroppo non si “infiamma” da circa 7 anni – è il santuario del Carmine Maggiore, una basilica risalente al XIII secolo, che da più di 8 secoli è meta di turisti e visitatori che rendono omaggio all’icona della Madonna Bruna. La basilica si erge in piazza del Carmine che, con la vicina piazza Mercato, è stata teatro dei più importanti avvenimenti della storia napoletana: esecuzioni capitali, rivolte, tradimenti, giusto per citarne alcuni.

La basilica

Proprio nella basilica del Carmine,  con il campanile più alto di Napoli, la meravigliosa struttura di stile barocco che troneggia nella piazza omonima, un tempo unicuum con piazza Mercato, area dalla quale sono scaturiti importantissimi eventi storici europei, Ricciardi risolverà brillantemente il suo ultimo caso della stagione.

La piazza e la storia

Quando pensiamo al Carmine pensiamo subito a Corradino di Svevia e il suo estremo sacrificio, a Masaniello e alla sua rivoluzione, al crocifisso miracoloso, ai funerali di Totò e la meravigliosa Madonna bruna. Ma “il Carmine” è anche e soprattutto sentimento popolare, venerazione di un popolo che ‘a mamma d’o Carmine l’ha inserita nel lessico comune, i fuochi e l’incendio del campanile, usanze dalle antiche origini.

Incendio che viene spento solo nel momento in cui arriva il quadro della Vergine del Carmine: una cerimonia alla quale assistevano centinaia di fedeli con curiosità ed emozione.

Un rogo che rievoca un’usanza già nota ai tempi di Masaniello, quando, a due passi dalla chiesa, in occasione della festa, i fedeli erano soliti dare alle fiamme un castello di legno eretto in piazza, in ricordo delle antiche battaglie combattute contro i mori. Nel tempo la rappresentazione dell’incendio fu trasferita alla cima del campanile.

Nel 1647, proprio durante una di queste rappresentazioni, iniziò la rivolta capeggiata da Masaniello contro il viceregno di Spagna. Il capo della rivolta popolare morì proprio nel giorno della festa della Madonna del Carmine.

Vite sospese tra le bellezze di Napoli

Accanto al consueto rompicapo intorno al quale si snocciolano le vicende investigative di Ricciardi, c’è la sua vita, sospesa tra un passato pesante ed un presente che fatica a prendere la giusta direzione. Nell’ultima puntata della serie abbiamo salutato per sempre Rosa, personaggio amatissimo, interpretato da una magistrale Nunzia Schiano. Rosa è la tata di Ricciardi, lo ha amato ed allevato come un figlio, dopo la morte di sua madre. Poi restano le faccende di cuore. Chi sarà la regina di cuori, Enrica o Livia? Lo scopriremo nella prossima stagione ma, per i più curiosi, non resta altro da fare che leggere i libri di de Giovanni.

I dati Auditel del commissario Ricciardi

Nel salutare Ricciardi, in attesa della seconda stagione, evidenziamo l’ennesimo boom di ascolti. Ricciardi vince anche la sua ultima sfida di preferenze, battendo il Grande Fratello su Canale 5 con 5,9 milioni di telespettatori e il 24,7% di share. Il Gf Vip (25,4% e 4,3 milioni).

Drusiana Vetrano

foto di scena di Anna Camerlingo

Un articolo di Drusiana Vetrano pubblicato il 2 Marzo 2021 e modificato l'ultima volta il 2 Marzo 2021

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