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Dal successo letterario a quello teatrale per “Così parlò Bellavista”. Ma la Napoli raccontata da De Crescenzo esiste ancora?

Ciento 'e sti juorne | 7 Gennaio 2019

Per la rubrica “Ciento ‘e sti juorne”, oggi 7 gennaio, nel giorno di San Luciano, vogliamo fare gli auguri e rivolgere un pensiero affettuoso a Luciano De Crescenzo, che da poco ha varcato la soglia dei 90 anni.

Come napoletani non possiamo non essere riconoscenti a quell’ingegnere, appassionato di filosofia, che nel 1976, alla soglia dei cinquant’anni, decise di dare una svolta alla sua vita, abbandonando un posto da dirigente all’IBM di Milano, per dedicarsi a quella che sentiva essere la sua vocazione: diventare uno scrittore.

Un esordio da record come scrittore, con 600 mila copie vendute

Per mettere alla prova le sue capacità narrative, Luciano De Crescenzo scelse la materia che gli era più congeniale, l’argomento che aveva sviscerato in tanti anni di osservazione diretta e di approfondite riflessioni, ovvero Napoli e la napoletanità.

Ne venne fuori un piccolo capolavoro, “Così parlò Bellavista”, il libro che divenne un caso letterario grazie all’incredibile e inaspettato boom di vendite, oltre 600 mila copie. Un romanzo che lo fece conoscere non solo in Italia, ma anche all’estero, tradotto in tante lingue e persino in giapponese, con cui inaugurò la sua lunga carriera di scrittore di fama internazionale. Da quell’esordio De Crescenzo non si è più fermato, pubblicando negli anni ben 50 libri, quasi tutti dedicati alla divulgazione della filosofia, e vendendo nel mondo circa 18 milioni di copie.

Eppure dopo aver scritto tanti bestseller di successo, Luciano De Crescenzo continua ad essere ricordato dai napoletani soprattutto per quella sua opera prima, che ha avuto l’innegabile merito di fotografare quella Napoli e di tramandarla ai posteri a futura memoria.

E volle farlo non solo con le parole, ma anche attraverso un racconto per immagini, pubblicando sempre con Mondadori nel 1979 una raccolta di suoi scatti per immortalare il modo di vivere dei napoletani a cavallo fra gli anni ’70 e il post terremoto, la loro filosofia di vita, sospesa fra ironia e disincanto.

Dopo il boom letterario, il successo anche al cinema

Ma se la Napoli di Bellavista è entrata a far parte dell’immaginario collettivo è stato soprattutto grazie al film del 1984 che l’ha tradotta in immagini, luoghi e personaggi indimenticabili.

Un vero e proprio cult movie, “Così parlò Bellavista”, un film corale con grandi interpreti del cinema e del teatro napoletano, le cui celebri battute sono entrate nel linguaggio di tutti i giorni: dal “cavalluccio rosso” all’ “abbonamento addu Natascia”,  dall’ “incrocio a croce uncinata” fino alle sorelle Finizio e al monologo di Marina Confalone – che vinse per quell’interpretazione un David di Donatello – impegnata a litigare con la lavastoviglie che non ne vuole sapere di funzionare.

E qualsiasi napoletano capirà esattamente di cosa stiamo parlando citando una di quelle battute o scene memorabili del film, come quella dell’ascensore che vede il professore napoletano confrontarsi col milanese Cazzaniga, per poi finire col rivedere l’idea che si era fatto su di lui. Un grande insegnamento sull’importanza del dialogo, contro i pregiudizi, che si conclude con la celebre battuta: “Si è sempre meridionali di qualcuno”.

Il debutto al San Carlo per la trasposizione teatrale

Un successo che dura da oltre 40 anni e che è stato prima editoriale, poi cinematografico e da quest’anno anche teatrale. Ieri sera, infatti, si è conclusa al Teatro Diana, dopo più di 20 repliche da tutto esaurito, la tappa partenopea della tournée che porterà in giro per la Campania e anche fuori regione la trasposizione teatrale di “Così parlò Bellavista”. Una messa in scena che a settembre ha avuto un debutto d’eccezione sul palcoscenico del Teatro San Carlo, per rendere omaggio ai 90 anni di Luciano De Crescenzo e che Identità Insorgenti aveva raccontato dedicando un’ampia pagina alla biografia dello scrittore-regista.

La commedia è diretta da quello che nel film era il futuro genero del professore, l’attore Geppy Gleijeses, che adesso veste i panni che furono di De Crescenzo, contornato da attori del calibro di Marisa Laurito e Benedetto Casillo.  Una ventata di napoletanità che saprà divertire anche chi non è nato all’ombra del Vesuvio, prendendo vita sotto i riflettori ancora una volta la Napoli di Bellavista.

La Napoli di De Crescenzo e quella di Eduardo De Filippo

Viene da chiedersi, però, se quella Napoli raccontata da De Crescenzo esista ancora o sia solo una rappresentazione scenica, se ha resistito al trascorrere del tempo.

Quella Napoli che De Crescenzo definisce “l’ultima speranza che resta alla razza umana”. Una Napoli che, in fin dei conti, non era poi molto diversa rispetto a quella raccontata da Eduardo De Filippo, perché nell’arco di tempo intercorso dalle sue prime commedie all’uscita del libro di De Crescenzo, il modo di ragionare, la filosofia di vita dei napoletani sostanzialmente non erano cambiati.

E nello stesso film i richiami alle commedie di Eduardo sono evidenti, come la scena in cui il “vice sostituto portiere”, Benedetto Casillo, accompagna Cazzaniga al suo appartamento raccontandogli tutto quello che sa del professore Bellavista. Una chiara citazione di “Questi fantasmi”, in cui il portiere, interpretato da Ugo D’Alessio, riassume ad Eduardo tutta la vita del professore che abita di fronte alle finestre della sua nuova casa.

La Napoli di Eduardo e quella di De Crescenzo, dunque, diverse ma sostanzialmente simili nella filosofia di vita tipica della Napoli della seconda metà del ‘900.

Una città che vive di riti, tradizioni e passioni

La Napoli raccontata da De Crescenzo è quella delle tradizioni, dei riti da tramandare di padre in figlio, come quella di fare le passate di pomodoro in casa, un’usanza che fino agli anni ’80 era molto diffusa nelle famiglie napoletane. Con i mercati che a fine estate si riempivano dell’occorrente per farsi le “bottiglie” di pomodori, un rito collettivo che riuniva tutta la famiglia, dai più anziani fino ai più piccoli, ognuno con un compito specifico. E lo stesso Eduardo nella commedia “Non ti pago”, nei panni di Ferdinando Quagliuolo, non si sottrae a questo appuntamento di fine estate con l’immancabile promessa di non ripeterlo mai più, puntualmente disattesa.

La Napoli della superstizione, del mondo onirico, protagonista de “Le voci di dentro” di Eduardo, ripresa anche da De Crescenzo nella scena del “bancolotto” con le due sorelle Finizio. Quando la ricevitoria  di venerdì diventava quasi un “confessionale” dove rivelare all’impiegato sogni o strani eventi successi in famiglia, affidandogli il delicato compito di interpretarli e tradurli in numeri da giocare.

La Napoli dei grandi amori, delle passioni consumate sotto gli alberi del Parco Virgiliano, meglio noto come ‘O parco ‘a Rimembranza, dove per decenni migliaia di coppiette in cerca di intimità hanno trovato il loro angolo di paradiso sotto quei pini secolari nelle auto tappezzate di giornali. Quei pini il cui abbattimento di recente ha provocato un’ondata di polemiche, com’era facilmente immaginabile, più che per motivi ambientali per motivi sentimentali, perché indissolubilmente legati ai ricordi della gioventù di intere generazioni di napoletani.

La celebre invettiva del professore contro la camorra

In “Così parlò Bellavista” grande protagonista è la Napoli dei mercati, dove ci si ferma a fare due chiacchiere con i venditori ambulanti o si perde semplicemente il tempo ad ascoltare i discorsi degli altri, a impicciarsi dei fatti altrui. Un’agorà greca dove, prendendo spunto dalle banalità della vita quotidiana, allargare il discorso a temi più generali, come appunto accade nel film nella celebre scena del “cavalluccio rosso” con protagonista Riccardo Pazzaglia.

La Napoli che non si rassegna ad essere vessata alla camorra che parla per bocca del professore Bellavista, con una delle più dure invettive contro la malavita organizzata rivolta al camorrista interpretato da Nunzio Gallo, che si conclude con un’esortazione “Ma vi siete fatti bene i conti, vi conviene?”

Infine, la Napoli del pallone, che vive di calcio per tutta la settimana. Una Napoli malata di tifo, ma non per il gusto di vincere ad ogni costo, piuttosto per emozionarsi davanti alle prodezze dei propri miti calcistici del momento, come quando “una finta ‘e Maradona squaglia ‘o sangue dint’ ‘e vene”.

Fra luci e ombre, la “Napoli di Bellavista” resiste ancora

Di quella Napoli, che all’inizio del film il regista-scrittore fa definire al tassista, interpretato da Tommaso Bianco, come “una città romantica, ricca di poesia”,  bisogna ammettere amaramente che ogni anno si perde qualcosa.

E lo stesso De Crescenzo già aveva lanciato un messaggio di allarme verso la mancanza di interesse delle nuove generazioni di napoletani verso il mantenimento delle tradizioni, dei riti della napoletanità.

Una contrapposizione fra quella che Marina Confalone nel film chiama “La Napoli che fu”, impersonata da De Crescenzo, e la Napoli del futuro, rappresentata dalla figlia del professore. Uno scontro generazionale che ritroviamo anche in “Natale in casa Cupiello”, fra Lucariello e Nennillo, e che evidentemente si ripropone ciclicamente fra padri e figli, fra innovazione e mantenimento delle tradizioni.

Eppure, nonostante tutto, si può dire che oggi la Napoli di Bellavista esiste ancora e fortunatamente non si è persa del tutto, perché sopravvivono forme di resistenza, o per usare una parola oggi di moda, di resilienza, che si sono sviluppate proprio in questi ultimi anni.

Nella musica, nell’arte, nel cinema e nel teatro, ma anche nella cucina, nell’artigianato, nella valorizzazione delle tradizioni e della lingua napoletana.

E chi ha a cuore quella Napoli ha il dovere di proteggerle, sostenerle, diffonderle in ogni modo, anche semplicemente raccontandole, come cerchiamo di fare quotidianamente con Identità Insorgenti.

Perché, per dirla alla De Crescenzo, le future generazioni di napoletani siano ancora donne e uomini d’amore e che, come dice Luigino il poeta, siano ancora angeli con un’unica ala, in grado di volare solo tenendosi abbracciati.

Sabrina Cozzolino

 

Un articolo di Sabrina Cozzolino pubblicato il 7 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 7 Gennaio 2019

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