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Dal teatro alle sbarre, l’arte che “libera” e fa volare oltre le grate

Dicono di me | 26 Giugno 2015

DICONODIME20151

 “Delirio Creativo”
Di Raffaele Bruno

Edito da Marotta e Cafiero editori, 10 Euro.

Oggi parla la Napoli teatrale, la Napoli dell’impegno sociale, della tradizione e della lotta, dello scuorno e della fatica, quella sacra e profana, quella piena di luci ed ombre.

Raffaele ci accompagna per mano tra le quinte di questa città, sul palco della guerra, nel foyer della malavita, sul boccascena delle crude verità e delle vite negate.

“Quando un uomo perde la propria innocenza e chi ne è responsabile”?

Si parte da qui,  e si è condotti attraverso un viaggio, talvolta faticoso ed emotivamente molto duro, ma necessario e fondamentale per trovare risposte che diano un senso alle speranze, che le nutrano e le facciano respirare.

Raffaele Bruno è un visionario, un sognatore, un rivoluzionario di quelli che mettono “fiori e sogni” nei loro cannoni.

Questo libro nasce proprio da un sogno, quello di far arrivare l’arte lì dove i sogni restano impelagati, dove ai sogni si sostituiscono gli incubi, lì dove le speranze faticano a farsi strada ed entrare, dove l’anima resta sepolta tra le sbarre e il cigolio di una brandina fatiscente.

“Delirio Creativo” raccoglie sette testi teatrali, messi in scena in questi dieci anni di attività dalla compagnia che dirige Raffaele, che porta lo stesso nome del libro.

Col ricavato, Raffale Bruno vorrebbe riuscire a creare un laboratorio permanente, che permetta a chi ha perso presto la propria innocenza, di ritrovarla e recuperarla attraverso lo studio teatrale, un laboratorio “tra le sbarre”, che riesca a far volare la mente aldilà di quelle grate, che riesca a portare l’anima  ancora a spasso tra sogni ed emozioni.

Raffaele apre con un testo breve, che ci permette di riflettere sul diritto di scelta dell’uomo, sulle possibilità che gli vengono date durante la sua vita, sulle scelte che poi percorre, sull’inconsapevolezza dell’essere umano: Cristo quando nacque non sapeva di essere Cristo, non immaginava il futuro, lui si vedeva solo “un bambino” .

 Continua con il lungo testo teatrale di “Criature”, un testo che scuote e percuote, che fa sperare e credere in un futuro migliore, che incide il cuore emozionando con  parole dirette, scarne e piene allo stesso tempo.

Una radio che colora le vie della città, colori sgargianti o cupi a seconda del vissuto da raccontare.

Radio Napoliacolori che diffonde le note “delle tarantelle”,  che canta la Napoli che “sgarra”, che fa suonare in risposta l’eco di tre parole magiche che tutto possono cambiare se solo in loro si ripone fiducia: speranza, sogni e dignità.

C’è Antonio Anzalone, cantante neomelodico, che non riesce più a guardare la bellezza, non riesce più a credere e sperare e viene accecato dal sorriso così bello e privo di pretese di Maria, quel sorriso gli fa rabbia e lo spaventa, quel sorriso va tolto dalla faccia di Maria e così accade.

Maria, a metà tra la “Vergine” e “una donna qualsiasi”, tanto bella e pura, tanto dignitosa e portatrice di speranze da intimorire chi si “adagia” sulla comodità di una vita sbagliata, chi preferisce non “resistere” ma imporsi con violenza, chi sceglie i riflettori della cronaca nera alla “luce” di una vita onesta.

Maria diversa dal fratello, Giggino o’Pitbull, che segue le mode, che vuole una vita “facile” e senza sacrifici ma che si fa “contagiare” dal sorriso della sorella, che si fa trafiggere da quel “raggio di sole” nonostante “arrivi subito sera”, nonostante quella luce sia stata la condanna a morte della sorella e della speranza.

Raffaele chiama in causa Chiesa e Stato, troppo spesso lontani dalla vita vera, assenti e colpevoli di non “guidare” i sogni di cristiani e cittadini, troppo spesso colpevoli di lasciare il posto libero al “Sistema” che invece ” ‘E criature” le fiancheggia, le assolda, le ricopre di “cura e attenzione”, una cura allo stillicidio della dignità umana, una cura che non dà tempo al tempo, ma che lo inganna e mette davanti ad anime innocenti la via della disonestà.

Raffaele come cercando un “fil rouge della speranza” nella “matassa del grigiore” delle scelte “omologate” prosegue con un “flashback” al Carnevale di Scampia, una festa di impegno e di allegria, di musica e libertà, di colori e sogni condivisi da chi ci crede ancora,  di semina di dignità e raccolta di onestà.

 Nel viaggio tra le righe poetiche e “carnali” di questi testi teatrali, Raffaele ci conduce in luoghi diversi e affini allo stesso tempo, con delicatezza e sensibilità, rabbia e amore ci fa toccare con mano i dolori della guerra e il “sudore” fiero della “fatica” dei lavoratori di un tempo, di quei nonni che ricordiamo come portatori di valori sani come l’umiltà e la dignità.

La guerra vista come crescita personale ma anche come “gabbia”,  “gabbie trasparenti” ma piene di dolore anche per i reietti della società “tratteggiati” con estrema sensibilità dallo scrittore, che ci “sbatte” davanti agli occhi il dramma di un barbone fuori al Duomo e quello di un pazzo, “ostaggio” di un ospedale psichiatrico, “celle” diverse ma sempre prive di libertà e comprensione, “scatole” prive di buchi per far respirare l’anima, stanze nelle quali dovremmo entrarci tutti per “vedere” meglio, per “amare” di più, per non “dormire”.

Lo scrittore formula il suo personale “j’accuse”, in troppi “dormono” non vedono, non sentono e si lasciano vivere.

Raffaele non riesce a “stare fermo”, non può non “urlare” il suo grido di speranza, Raffaele sa che deve buttare “mille” ami ogni giorno per cercare di riempire almeno un pò il suo secchio di pesci.

 Raffaele ci contagia parlandoci con cuore e passione, Raffaele crede in quello che porta sul palco, Raffaele è un miracolo d’amore che crede nel “miracolo” della vita.

“…Io credo che ognuno di noi sia un unico, irripetibile miracolo d’amore.

…E credo che ognuno di noi abbia almeno un’altra persona da salvare

facendole dono del proprio amore”.

Non si può che concordare con le parole di un grande amico dell’autore,  Stefano Benni:

“Una musica di dolore e speranza insieme, forse solo a Napoli la puoi suonare così forte”.

Un immenso grazie per le emozioni, la pelle d’oca e la voglia di “impegno” che queste parole mi hanno trasferito.

Un ringraziamento di cuore anche a Loreto Terranova e Laura Santaterra per le splendide illustrazioni che “accompagnano” con passione queste parole.

E’ proprio vero: “Bisognerebbe avere più Lelli” sulle nostre strade.

Viviana Trifari

 

 

 

 

 

 

 

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 26 Giugno 2015 e modificato l'ultima volta il 26 Giugno 2015

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