venerdì 23 agosto 2019
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DALLA MAPPA LETTERARIA

Da Chiaia a Bagnoli, dal Centro al Vomero: tutte le citazioni su Napoli di De Crescenzo

Attualità | 22 Luglio 2019

Alcuni luoghi di Napoli raccontati da Luciano De Crescenzo: citazioni di strade e luoghi tratti dai suoi libri e “fissati” sulla mappa letteraria di Napoli a cura di Identità Insorgenti.

Via San Gregorio Armeno

«I pastori» continua Bellavista. «Debbono essere quelli di creta, fatti a mano, un poco brutti e soprattutto nati a San Gregorio Armeno, nel cuore di Napoli, e non quelli di plastica che si vendono all’UPIM, e che sembrano finti: i pastori debbono essere quelli degli anni precedenti e non fa niente se sono quasi tutti un poco scassati, l’importante è che il capofamiglia li conosca per nome uno per uno, e sappIa raccontare per ogni pastore ‘nu bello fattariello: “Questo è Benito che non teneva voglia di lavorare e che dormiva sempre, questo è il padre di Benito che pascolava le pecore sopra alla montagna e questo è il pastore della meraviglia” e a mano a mano che i pastori escono dalla scatola, c’è la presentazione. Il padre presenta i pastori ai figli più piccoli, che così ogni anno, quando viene Natale, li possono riconoscere li possono voler bene come a persone di famiglia. Personaggi della vita, anche se storicamente inaccettabili come ‘O monaco e ‘o cacciatore co’ ‘o fucile»”. Da “Napoli mia: L’anima della città raccontata da Bellavista”, 2017.

Via Francesco Petrarca

“Salvatore Coppola è vicesostituto portiere nel senso che il condominio di Via Petrarca 58 già possiede un portiere titolare, don Armando, ed un suo sostituto portiere nella persona di Ferdinando Amodio, figura mitologica avente la parte superiore umana e la parte inferiore costituita da una sedia. A scanso di equivoci Ferdinando è sanissimo, pur tuttavia non ricordo di averlo visto mai in piedi. Non si alza nemmeno a Natale per chiedere la mancia. Vi chiama lui.” Da Così parlò Bellavista, 1977.

Via Bagnoli

“Ora veniamo a noi, nella vita il sottoscritto ha avuto sempre un solo desiderio: venire a vivere in Via Petrarca ed in posizione panoramica. Ma ditemi voi: come poteva un povero dio come me, senza la croce di un centesimo, esaudire questo suo desiderio? E mi ero già rassegnato a chiudere questa vita di miserie in due camere a Via Nuova Bagnoli 17, dove giorno e notte mi zucavo il fumo dell’Ilva, quando improvvisamente capita la grande occasione: posto di portiere in Via Petrarca 58, stipendio e casa gratuita, finestra lato mare! Dice ma tu poi devi fare il portiere. E va bene, vuol dire che faremo il portiere. Dice ma tu poi devi scendere la scala sociale! Dottò ma che me ne fotte a me di scendere la scala sociale, se io qua, quando mi siedo vicino alla finestra e mi guardo Capri ed il Vesuvio, mi sento Cavaliere del Lavoro, ma che dico Cavaliere del Lavoro, Presidente della Repubblica mi sento!”. Da Così parlò Bellavista, 1977.

Piazza San Luigi

 “La sera alle otto precise il cavaliere chiude il negozio e si avvia nel traffico di via Posillipo dove, dopo una ventina di minuti, appena passata piazza San Luigi, si ferma in una traversa scura, un vicolo cieco, parcheggia la macchina, una millecento FIAT bicolore con i sedili ribaltabili che da quattro anni che la tiene si e no ci ha fatto diecimila chilometri e si ritira a casa. Una cena semplicissima, quasi sempre la stessa che ovviamente si prepara da solo, un poco di televisione e poi a letto: Madonna mia grazie per oggi e per domani pensaci tu e poi Padre Figliuolo e Spirito Santo e così sia”. Da Così parlò Bellavista, 1977.

Torretta 

 “Il cavaliere Sgueglia è una persona precisa: ha quarantasei anni è scapolo ed unitamente alla sorella, signora Rosa Sgueglia sposata Gallucci, tiene un negozio di colori e ferramenta in via Torretta 282 a pochi passi dalla stazione di Mergellina. Come vi dicevo prima, il cavaliere Sgueglia è una persona precisa: da circa venti anni, ovvero dalla morte del padre buonanima, esce tutte le mattine alle otto e venti da casa, prende un caffè e una brioche da Fontana e alle nove in punto alza la saracinesca del negozio alla Torretta. Donna Rosa arriva con comodo per via del fatto che la mattina prima di uscire deve avviare un marito al Comune e tre figli, tre scatenati, alla scuola professionale”. Da Così parlò Bellavista, 1977

Piazza Dei Martiri

Il caffè di Napoli è diverso da quello di Milano. È minimo come quantità e massimo come sapore. Provare per credere. E soprattutto non è solo un liquido scuro ma, come accennato, un mezzo per fare amicizia. Supponiamo che un giorno incontriamo un amico a Napoli, in Piazza dei Martiri. Il minimo che vi dovete aspettare è che vi dica: “Prendiamoci un caffè”. Il che dalle mie parti equivale a dire “buon giorno”. Da Il caffè sospeso. Saggezza quotidiana in piccoli sorsi, 2010

Via Alabardieri

«Le scarpe! » sospira il cavaliere. «Oggi nessuno sa che cosa significhi questa parola. Una volta invece era un biglietto da visita, un traguardo sociale! Quando arrivava un cliente al laboratorio di papà in via Alabardieri, mio padre e Oscarino, il primo assistente, lo ricevevano come se fosse stato il Principe di Savoia: gli offrivano il caffè e lo intrattenevano a parlare. Nel frattempo il piede aveva tutto il tempo per rasserenarsi e diventare normale. Poi iniziavano le misure. Veniva messo a nudo prima il piede destro. Papà lo guardava con attenzione da tutti i lati e lo poggiava su una tavoletta di noce per vedere se la pianta aderiva in tutta la sua lunghezza o s’incurvava a metà. Se il piede era perfetto, il cliente riceveva i complimenti di papà e di Oscarino; qualche volta venivano chiamati anche i ragazzi dal laboratorio. Intanto si preparava il gesso per il calco… »”. Da Napoli mia. L’anima della città raccontata da Bellavista, 2017

Via Alessandro Scarlatti

“Ebbene, per chi non lo sapesse, via Scarlatti è una strada che divide il quartiere Vomero, la zona collinare, giusto a metà, ovvero il luogo dove io, De Crescenzo, ho trascorso la mia adolescenza. Ciò detto, la Scarlatti è una via ricca di bar e di negozi, dove, non appena posso, cerco di tornare, e questo perché spero di incontrare qualche amico, se non addirittura un ex fidanzata. E non basta: ogni volta che ci torno, da lì faccio il mio saluto al Vesuvio, la montagna che credo di aver visto fin dall’anno in cui sono nato, punto di riferimento per i napoletani e simbolo della città nel mondo”. Ti porterà fortuna, 2014.

Via Aniello Falcone

“In questa strada c’è una scalinata a picco su via Aniello Falcone, uno dei canali di collegamento al centro. Pensa che a diciassette anni mi lanciavo per questa scala e raggiungevo il mare in un quarto d’ora scarso. «Facevi delle gare con gli amici? » chiede Carla. «No. Correvo pe il motivo più vecchio del mondo: per amore»”. Da Ti porterà fortuna, 2014

Vico Belledonne a Chiaia

Io quando penso al mio “dopo” divento piuttosto pessimista. Più umilmente di Giuseppe, il massimo che mi può capitare è diventare una strada. Se andrà a finire così, e se posso scegliere, prenderei per me il vicoletto Belledonne a Chiaia, che si trova a Napoli, proprio alle spalle di piazza dei Martiri. Se posso lasciare anche qualche indicazione, tenete presente che la scritta mi piacerebbe così “Vicoletto De Crescenzo, già Belledonne”. Tutti santi me compreso, 2011

Via dei Mille

“Come ti chiami”. “Giselle e abito in via dei Mille – poi subito dopo aggiunse- quelli del Vomero sono tutti cafoni!”. “Ma io non sono del Vomero”. ” E di dove sei?” “Sono di via dei Mille”. Ah, a meno male!” sospirò lei. “Avevo paura che fossi anche tu del Vomero. Così la mattina possiamo darci appuntamento a piazza Amedeo e prendere insieme la funicolare”. Io non ero affatto di via dei Mille ma dopo quello che lei aveva detto dei vomeresi come facevo a confessarle che da più di un anno mi ero trasferito al Vomero? Sì d’accordo avrei potuto dirle che ero originario di Santa Lucia ma poi va a sapere che ne pensava di quelli di Santa Lucia. La verità è che il mio amore era un pochino razzista, tanto è vero che aveva anche la erre moscia”. Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo. 1989

 Materdei

«Ha ragione il professore» dice Salvatore «quello il caffè si deve bere con rispetto, con devozione: io mi ricordo che una volta il mio barista di Materdei mi fece una cancheriata solo perché io mentre bevevo il caffè mi stavo leggendo Sport Sud. Mi disse “Ma che fate? Vi distraete?”». Così parlò Bellavista, 1977

Riviera di Chiaia

«È professore di filosofia ma adesso sta in pensione, e poi tiene pure tre quartini alla Riviera di Chiaia oltre alla casa di proprietà sulla scesa di Sant’Antonio ove abita insieme alla moglie signora Maria e alla figlia signorina Patrizia che poi invece si chiamerebbe Aspasia, ma che così la chiama solo il professore perché la signorina Patrizia non vuole»”. Così parlò Bellavista, 1977

Via Francesco Caracciolo

“Ebbene, io Ulisse l’ho conosciuto davvero. La domenica se ne andava su e giù per via Caracciolo fino a quando non si sfasteriava, ovvero, stanco e annoiato decideva fosse arrivato il momento di ritornare a casa”. Ti voglio bene assai, 2015

Teatro del popolo Trianon Viviani

“Ebbene, di tutti i teatri di Napoli, quello a cui lego i miei ricordi più cari è sicuramente il Trianon, spesso utilizzato come cinema.” Luciano De Crescenzo, ti voglio bene assai, 2015

Stella (Rione Sanità)

“Una volta, a Napoli, conobbi un brav’uomo, tale don Attilio detto “o santone”, che vendeva i sogni. Lui abitava nel quartiere Sanità e vendeva la foto di una ragazza da mettere sotto al cuscino. Si faceva dare duemila lire rimborsabili in caso di sogno mancato. Date l’esiguità della cifra, tutti gliele davamo. Che io sappia, però a nessuno le ha mai restituite. In pratica, si faceva pagare la fotografia. Io la posseggo ancora e qualche ho provato a metterla di nuovo sotto al cuscino”. Da Il pressappoco: elogio del quasi, 2007

Via Chiatamone

“In venti anni di dittatura, però, che io sappia, nessuno è mai finito in galera per aver raccontato una barzelletta contro il fascismo, eppure Dio solo sa quante ne sono state inventate. Ora io non so se anche nelle altre dittature ci sia stata la stessa tolleranza umoristica. Certo è che noi italiani abbiamo vissuto la più gentile di tutte le dittature, o, se preferite la più pressapochista delle dominazioni.
Un giorno mio padre fu convocato presso la sede del partito fascista in via Chiatamone”. Da Il pressappoco: elogio del quasi, 2007

Via Francesco Caracciolo 

“Un giorno mia nonna mi disse: “Nennì, queste sono le scarpe della buonanima del nonno. Tu vendile e comprati qualcosa di utile”. Io ne ricavai sette lire o forse settanta lire. Adesso la cifra esatta non la ricordo, ma il sette ci stava. Ricordo, invece, il ciabattino a cui tentati di venderle. Me le buttò via con disprezzo e disse: “Sì, so’ sane, ma è come se fossero scassate. Qua basta ‘na passeggiata pe’ via Caracciolo e addio scarpe”.
Dal momento, però, che a questo mondo non c’è nulla di eterno, anche per le scarpe napoletane veniva il giorno dell’addio”. Il pressappoco: elogio del quasi, 2007

Via Pignasecca

“Giunti a questo punto, però, è lecito chiedersi: “Ma ci sono stati filosofi napoletani medioevali?” Ebbene sì, ci sono stati, magari non famosi come sant’Agostino, nato a Tagaste, o san Tommaso nato nei pressi di Cassino, ma comunque meritevoli di una citazione. Ce ne fu uno, ad esempio, verso la fine del XII secolo che costituì un gruppo di pensatori erranti detti thanatoferi per la loro fissazione di ricordare a tutti l’ineluttabilità della morte. Il capofila dei thanatoferi si chiamava Agenore Cupio: era considerato una grande iettatore e, in quanto tale, veniva evitato da tutti gli abitanti del quartiere Pignasecca”. Storia della filosofia medioevale, 2002

Duomo di Napoli

«Io vorrei poter fare un esperimento che nessuno ancora ha provato.» «E cioè?» «Prendere il sangue di una persona qualsiasi, farlo coagulare e poi esporlo alla folla in una teca uguale a quella di San Gennaro.» «Lei pensa allora che siano i napoletani con la loro energia psichica a determinare lo scioglimento del sangue?» «Proprio così. Sono convinto che tremila napoletani del popolo, tutti tesi a desiderare uno stesso evento, possano provocare un mutamento nella materia.» «E tremila milanesi?» chiede Cazzaniga con un leggero tono ironico. «Non ci riuscirebbero mai,» risponde sicuro Bellavista «li vedo troppo razionali per ottenere un risultato del genere.»”. Oi dialogoi, 1985

Piedigrotta

«Per quello che posso ricordare io», dice il dottor Vittorio, «è sempre stata una festa di pessimo gusto. Violenza e rumore, questa era Piedigrotta. Che oggi poi, a distanza di tanti anni, ci ricordiamo di Piedigrotta come di una festa divertente lo posso pure capire, ma è chiaro che il merito del ricordo è solo per la nostra adolescenza e non per la manifestazione che in se stessa non ha mai avuto nulla di edificante.» «Ecco qua», dice il professore, «mò è venuto Vittorio e mi ha fatto diventare una fetenzia pure il ricordo di Piedigrotta!» «Ma andiamo, siamo seri. Lo vogliamo capire o no che la morte di Napoli è stato il folklore! Tutti noi sappiamo che quando c’era Piedigrotta cercavamo di evitare le strade dove si svolgeva la festa, e allora confessiamolo onestamente che noi, a Piedigrotta, non ci siamo divertiti mai.» «Ma come non ci siamo divertiti mai, dottò!» dice Saverio. «Io ero piccolo è vero ma i carri me li ricordo ancora: e ci stava il carro con le maschere d’Italia, con Pulcinella, Arlecchino e compagnia cantando, e poi c’era il carro dei frutti di mare con le femmine con le cosce da fuori che uscivano da dentro alle cozze, e poi c’era il carro con il Vesuvio che fumava overamente, con la funicolare illuminata e con la gente che cantava: Iamme, Iamme. Era bella dottò Piedigrotta»”.  Così parlò Bellavista, 1977

a cura di Flavia Salerni

Un articolo di Flavia Salerni pubblicato il 22 Luglio 2019 e modificato l'ultima volta il 22 Luglio 2019

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