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D’AMICO EDITORE

La storia del lazzaro colonnello che ribalta la narrazione della Rivoluzione Napoletana

Storia di una Capitale | 13 Ottobre 2020

Michele Marino, ribattezzato ‘o Pazzo, lazzaro e colonnello dell’esercito francese, vinaio del quartiere Mercato che partecipò alla Rivoluzione del 1799, è la chiave di volta per una rilettura della Rivoluzione Napoletana. La sua storia è il tema del libro Michele ‘o Pazzo lazzaro giacobino. Perché è fallita la Rivoluzione napoletana del 1799, dell’antropologo Domenico Scafoglio, pubblicata dall’editore D’Amico.

La Rivoluzione Napoletana, una rivoluzione senza popolo?

Chiunque abbia letto qualcosa sulla Rivoluzione Napoletana ha sentito elencare, come motivo principale del suo fallimento, l’incapacità dei giacobini di dialogare con il popolo. Attraverso la storia del lazzaro e colonnello Michele ‘o Pazzo, egli stesso testimonianza del cambiamento in atto in quanto lazzaro e colonnello, Scafoglio ribalta questa tesi, riesaminando i materiali storiografici e gettando una luce del tutto nuova sul rapporto tra la minoranza giacobina e la plebe cittadina.

La Napoli popolare del 1799, fucina di idee rivoluzionarie

Grazie a un nuovo esame delle fonti, Scafoglio ci restituisce un’immagine del tutto nuova della Napoli del 1799, molto diversa dall’immagine tramandata dai libri di storia, nei quali si legge di una illuminata minoranza di intellettuali di estrazione aristocratico-borghese, incapaci di relazionarsi con un popolo descritto come “passivo”, sordo alle loro idee e irrazionalmente affezionato alla figura paterna del re.

In realtà il cosiddetto popolo minuto, prendeva parte alle riunioni repubblicane, si riversava nelle piazze preso da un grande fermento. Scafoglio ci descrive una Napoli che ribolle di vitalità, ricca di piazze politiche, dove si discuteva animatamente di idee egalitaristico-anarcoidi, abolizione del celibato ecclesiastico, liberazione delle monache dai conventi; dove si traducevano dal francese testi di ispirazione erotica e anticlericale.

Da non dimenticare l’operazione, unica nella storia, di Michelangelo Cicconi, che spiegò i Vangeli in dialetto, facendo emergere una figura rivoluzionaria di un “Cristo democratico”.

Chi era Michele ‘o Pazzo

Strenuo difensore dell’operato del governo repubblicano, Michele Marino si dichiarava estraneo alle teorie astratte, ma spiegava la rivoluzione al suo popolo con le parole che questo era in grado di comprendere, dialogava con lui di libertà e uguaglianza, attraverso le quali il popolo avrebbe raggiunto la libertà, la felicità.  Egli era uno di loro, ma era anche colonnello, perché il futuro di uguaglianza, che lui mostrava all’orizzonte, era già cominciato.

Ribaltata la favola di un popolo immaturo e impreparato

Scafoglio ribalta la trita narrazione di un popolo affetto da una sorta di minorità morale e intellettuale, che gli impediva di comprendere e di supportare una rivoluzione che, paradossalmente, era fatta per lui.

L’antropologo dimostra invece che il popolo era più che pronto alla rivoluzione, e che furono invece i giacobini ad agire in maniera pavida e in ultima analisi conservatrice nei confronti delle sue richieste. Parte delle colpe del fallimento è infatti da imputare, secondo l’autore, all’atteggiamento moderato e gradualista, alla «incapacità dei repubblicani di assumere le domande più forti degli interlocutori plebei», quelle dettate dall’egalitarismo anarcoide da sempre latente nella cultura popolare napoletana.

Teresa Apicella

Un articolo di Teresa Apicella pubblicato il 13 Ottobre 2020 e modificato l'ultima volta il 13 Ottobre 2020

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