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De Giovanni: A’ Malatia tinta di azzurro, per un’effimera e immancabile felicità

Libri, Sport | 4 Maggio 2015

DICONODIME2015

Maurizio De Giovanni

Il resto della settimana
  Edito da Rizzoli, 17 Euro


Oggi parliamo della “Malattia” dei napoletani, di un’ossessione “vera e propria”, di un morbo che non crea isolamento attorno al malato ma che attira attorno a sé altri malati, altri pazzi, altri ossessi. Questa malattia si chiama “Napoli calcio” e miete vittime dal 1926.

A’ Malatia”, è passione , è amore , è carnalità, è riscatto, è condivisione, è vita. Chi è tifoso azzurro sa di che cosa stiamo parlando, chi non lo è, lo sa comunque, perché è spettatore di ciò che accade durante “Il resto della settimana”. La settimana qui a Napoli è scandita da un ritmo sferico, rimbalzante, dribblante, che dolcemente lascia le considerazioni talvolta amare, talvolta elettrizzanti della partita appena giocata, per arrivare in un “dolce crescendo” all’Evento successivo.

Ed è appunto di questa passione che il Professore vuole parlare, è di questa “Malattia” che vuole discorrere, perché il professore ha capito bene che non si tratta solo di qualcosa di effimero, il Professore ha capito bene che il calcio e “la maglia”, sono una sorta di fede, un atto di amore incondizionato, un legame con la propria terra. Il Professore è un uomo prossimo alla pensione, che vuole scrivere il “romanzo d’addio”, un romanzo che arrivi al cuore della gente e gli offra di che “parlare” per i prossimi anni.

Nel bar di Peppe si rende conto che l’argomento magistrale, quello assoluto, quello che fa da regia, copione e scenografia a tutti quei cornetti e caffè bollenti al banco è l’Evento della domenica pomeriggio, quello che catalizza forza, amore, coraggio, ansia e scaramanzia. Il Fenomeno che si dispiega davanti agli occhi del professore è quasi “Leopardiano”: non è tanto l’evento ad acquisire importanza in sé, quanto il prima e il dopo, che agita i “Malati” durante “Il resto della Settimana”, quello che va da “Il Sabato del villaggio” a “La Quiete dopo la tempesta”, è nell’attesa e nel susseguirsi che si incontrano le emozioni e si evince il vero significato di questa pazzia napoletana, di questa voglia di vivere tutta partenopea.

san paolo

Il Tifo è il “Fil rouge” che lega le persone più disparate, l’arma sana in contrasto alle ingiustizie, il sentimento di condivisione tra diverse generazioni, il motivo di riscatto di una popolazione troppo spesso vessata dal pregiudizio. Un saggio, questo, scandito dalla preparazione all’Evento, dai giorni della settimana, che seguono la partita precedente fino ad arrivare ansiosamente a quello da “preparare” per la domenica successiva, perché a Napoli la partita non si guarda e basta, a Napoli la partita si gioca!

E si gioca con passione, perché la passione anima, fa sentire vivi e colora la vita, in questo caso di azzurro, come le maglie dei nostri “eroi” in campo, come il mare di Napoli, come il cielo sopra il San Paolo, più che uno stadio uno “stato d’animo trasversale”, un luogo di emozione e dolore condiviso, un’abitudine consolidata ma bella, come tutti quei “riti scontati” dei quali non si può fare a meno nei grandi amori, come quello del caffè portato a letto alla propria amata.

E quale luogo migliore per gustare un ottimo caffè, se non il bar di Peppe, parlando della propria “amata” e talvolta pure della propria moglie? Peppe affida un tavolino al professore, per far si che si dedichi al suo “studio”, nel suo Bar, dove lavorano personaggi pittoreschi come Ciccillo, al secolo Chittaranjan, di origine asiatica, il tuttofare del bar, sempre in movimento e “celatamente innamorato” di Deborah, la cassiera, sempre al cellulare, che riesce nonostante tutto a non sbagliare mai i conti e a ricordarsi dei gusti dei clienti. Il Professore ascolta, rapito e affascinato, i diversi aneddoti e racconti “snocciolati” al bancone, da molteplici e disparati cantastorie, tra un caffè e un delizioso panino ”sasicce e friarielli”, il migliore della zona.

Nel bar si susseguono storie di amicizie di vecchia data condivise e saldatesi nei Distinti, il settore dove per De Giovanni si capisce la verità sul calcio e sull’amore. Ci si scambiano ricordi mitologici su partite vinte storicamente contro la più odiata dal resto d’Italia non bianconera. Ci si esalta parlando di D10S, l’Innominabile, colui che non potrà essere mai eguagliato, il Pibe de Oro, il Pelusa, colui che ha portato il Napoli a vincere due “cosi” (per scaramanzia non chiameremo il triangolo sottosopra mai col suo vero nome) e diversi titoli tra coppa Italia, supercoppa e coppa Uefa. D10S ha la stessa fame di riscatto dei napoletani, lo stesso sentimento di rivincita e lo stesso amore per la sua terra e questo lo porterà anche a vincere contro gli “odiati” inglesi colpevoli, poco prima, di tanti morti argentini in un’assurda guerra per delle isolette sperse in mezzo all’oceano e prepotentemente “rubate” agli argentini dalla Corona Inglese.

Per questa fame d’amore ancora lo amiamo in maniera incondizionata, perché si sente amato e ci ama a sua volta, perché siamo capaci di perdonarci gli errori a vicenda, perché come in tutti i grandi amori, anche quando finisce la “presenza”, resta il ricordo indelebile di ciò che fu e il pensiero costante che avrà sempre quella persona nel nostro cuore. Nel bar si parla di amore oltre la morte, di un amore che lega i ricordi calcistici a chi non c’è più ed è capace di cementificare rapporti tra padri e figli ormai troppo distanti nella frenesia quotidiana e tra i problemi “silenti”. Il Professore ascolta storie di orgoglio e identità, di rivincita contro i pregiudizi del Nord, di fierezza partenopea e storia millenaria, di una storia che ci inorgoglisce e che ci meritiamo tutta, perché quel popolo, se alza la testa, è ancora il Popolo di quella storia favolosa che è stato capace di portare avanti nei secoli che furono, perché quel popolo, se torna a essere “concittadino”, può farla da padrone, perché “Napoli l’ha fatta Dio, mentre le altre città sono fatte semplicemente da uomini”. (Cit. De Giovanni pungolato nell’orgoglio).

Quella che ci mostra De Giovanni è una “fede alternativa” , che porta il Napoletano a erigere “edicole votive” nel centro storico, con tanto di “reliquia” e a “pregare” affinchè avvenga un “piccolo miracolo” la domenica successiva o semplicemente a commemorare la “gioia perfetta”, quella degli anni d’oro del tifoso azzurro. E bisogna comprendere che questo non è solo folklore, non è mera “teatralità”, ma si tratta del bisogno di un popolo, sempre vessato dal destino e dalla storia, di un popolo che vive costantemente in una situazione di difficoltà, ad affrancarsi, ogni tanto, da quel sentimento di impotenza e talvolta incapacità, per godersi un po’ di sana ed effimera felicità.

Perché Maurizio De Giovanni è “malato”, del Napoli, di Napoli e ogni sua pagina trasuda di questa sua passione sfrenata per questa città, non smette mai di mostrarci la complessa vitalità della nostra città che è “fame e amore” , che è orgoglio e povertà , che è ingiustizia e redenzione, insieme sempre a braccetto gli ossimori di un’assurda realtà, desiderosa di riscatto, ma spesso incapace di trovarne la via per assurgerlo. A leggere le parole di De Giovanni vengono i brividi, ci si commuove, si sorride, ci si esalta, De Giovanni “istiga” all’amore per le proprie radici, scuote gli animi assopiti di quei napoletani che si nascondono in fondo a un pregiudizio per comodità, quelli che “si ma noi napoletani però è vero che…” e lo fa sbattendoci in faccia la realtà, senza eludere gli aspetti grotteschi ma ridimensionandoli in un concetto di “ magnificenza e fragilità”, ponendoci di fronte al Genio napoletano capace di grandezza e umanità, capace di debolezza e quotidianità.

Ho fatto un solo sbaglio quando ho iniziato a leggere questo libro, credere che fosse un libro sul calcio: questo è un libro che “usa” l’argomento per portarci a riflettere su ciò che di bello ci offre la vita e di cui troppo spesso ci dimentichiamo persi tra smartphone e tapis roulant. De Giovanni parla di amore e condivisione e lo fa con estrema semplicità e intensità, come solo un grande scrittore potrebbe riuscire.

De Giovanni riesce a fare rimbalzare le sue parole tra un sorriso e una lacrima di commozione, così come Diego faceva rimbalzare quella palla magica, stregandoci, durante l’allenamento. De Giovanni, con abilità e astuzia, propone le storie, cura i personaggi, si serve delle emozioni e finalmente trova il Gol, quello più bello per la vita di un napoletano, quello che lo rende innamorato della sua napoletanità, quello che lo fa vincere sui pregiudizi e le ingiustizie che gli vengono riservate, puntualmente, da troppi anni, un gol che si chiama “Identità” , perché Napoli non è solo una città, Napoli non è solo una squadra, Napoli è più di ogni altra cosa un sentimento.

C’è qualcosa di magico, di unico nell’istante che precede un evento meraviglioso; una sospensione del tempo e dello spazio, come se l’universo trattenesse il respiro. Questo è vero dovunque, e diventa ancora più vero allo stadio San Paolo

E allora un grazie sentito va a Maurizio de Giovanni che con le sue parole ha ridato forza “ai tifosi più stanchi” ai napoletani “afflitti”, a chi ogni giorno combatte con arbitri ingiusti e falli che si potevano evitare. Anche nella vita quotidiana di questa città.

Viviana Trifari

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 4 Maggio 2015 e modificato l'ultima volta il 4 Maggio 2015

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