venerdì 23 agosto 2019
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DECRETO SICUREZZA

Niente “spazza clan”, repressione per Ong e per chi manifesta

Attualità | 6 Agosto 2019

Si è concluso ieri il travagliato percorso del Decreto sicurezza bis. Il Senato ha approvato in via definitiva il testo fortemente voluto da Salvini.

I diciotto articoli, suddivisi in due parti, riguardano le nuove norme sui migranti e le misure di ordine pubblico durante, in particolare (ma non solo), le manifestazioni sportive.

L’impressione è che il decreto sembra voler fare leva sulla percezione d’insicurezza, generata ad arte dal ministro e dalla sua strategia di comunicazione. D’altronde, fomentare la paura e porsi come garante dei confini nazionali e della sicurezza, diventa, per il leghista, il modo migliore per raccogliere consensi.

Cosa prevede il Decreto Sicurezza

La prima parte del testo, quella che ha provocato maggiori movimenti di protesta, regolamenta la gestione degli sbarchi e attacca le Ong.

Aumentano, infatti, i poteri del Viminale che può, per motivi di ordine e sicurezza, di concerto con il ministro della difesa, il ministro delle Infrastrutture e informando il Presidente del Consiglio, “limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale”.

La Lega, inoltre, con un’iniziale opposizione del M5S, ha proposto e ottenuto l’inasprimento delle sanzioni contro chi vìola il divieto di accesso in acque territoriali. Le multe avranno un minimo fissato a 150mila e potranno arrivare fino ad un milione.

La presunta sicurezza dei confini nazionali sarebbe garantita anche dall’introduzione dell’arresto del Capitano dell’imbarcazione che sceglie di ignorare il divieto e il conseguente sequestro  della nave.
Allo Stato spetterà il compito di riutilizzare, rivendere o smaltire (a spese del proprietario) l’imbarcazione posta sotto sequestro.

In materia di ordine pubblico

Il Decreto Sicurezza modifica anche alcune norme relative alle manifestazioni. Diventano più salate le multe per chi, durante un corteo o una manifestazione pubblica, indossa caschi protettivi o altri mezzi che rendono difficoltoso il riconoscimento. In questi casi si può incorrere in una sanzione che va dai duemila ai seimila euro e la reclusione da due a tre anni.

Rischia da uno a quattro anni di reclusione chi, invece, durante una manifestazione utilizza razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l’emissione di fumo o di gas visibile o in grado di nebulizzare gas contenenti principi attivi urticanti. Così come è vietato l’utilizzo di mazze, bastoni e oggetti contundenti.

Queste occasioni rappresentano un’aggravante in caso di oltraggio al pubblico ufficiale o violenza e minaccia ad un corpo politico.

Risorse economiche aggiuntive sono state, inoltre, destinate alle operazioni sotto copertura per contrastare l’immigrazione clandestina.  Aumentano da 4 a 7 euro i buoni pasto per la Polizia e le ore di straordinario per il personale operativo dei Vigili del fuoco.

E la lotta alle mafie, male endemico del nostro Bel Paese?

Quando si affronta il tema della sicurezza, è impossibile non riferirsi alle piaghe che, da decenni, caratterizzano l’Italia. D’altronde, le problematiche più estese e complesse (quelle di cui un ministro dell’Interno dovrebbe occuparsi) sono legate proprio all’attività della criminalità organizzata. Si pensi, ad esempio, all’inquinamento ambientale, allo spaccio di droga, al racket e tutte quelle forme di violenze e soprusi che conosciamo benissimo.

Eppure, nel testo non si ravvisa nessun riferimento o strategia d’intervento per contrastare il fenomeno mafioso. Qualche mese fa, come già evidenziato dal nostro giornale, Salvini presentava una parte del decreto definendolo “spazza clan”.

Ma che il suo stile comunicativo sia solo un artificio per attirarsi le simpatie del popolo lo si comprende entrando nel merito della legge appena approvata. L’unica menzione degna di nota legata a questo tema è relativa all’articolo 8 nel quale si dispone l’assunzione a tempo determinato di figure create ad hoc al fine di “eliminare, anche mediante l’uso di strumenti telematici, l’arretrato relativo ai procedimenti di esecuzione delle sentenze penali di condanna”.

In altre parole, ci sono dei condannati a piede libero perché, come ha spesso dichiarato il ministro, “non c’è nessuno che li vada a prendere, che notifichi l’arresto e garantisca l’effettività della pena”. Tuttavia, ammesso che tale strumento sia efficace, resta la perplessità già espressa dal nostro giornale: se vi è carenza di Magistrati, non si rischia di ingolfare ulteriormente i Tribunali di Sorveglianza con il risultato di aver introdotto una norma che non risolve affatto il problema? E, inoltre, come la mettiamo con il sovraffollamento delle carceri?

In ogni caso – e al di là della questione posta – non sembra che questo decreto sia capace di “spazzare via i clan”, che continueranno a sguazzare nel torbido. Forse saranno proprio costoro gli unici a a sentirsi sicuri, con questo decreto.

Le opposizioni al Decreto Sicurezza

Fin dalla promulgazione del primo Decreto Sicurezza, non sono mancate manifestazioni di piazza e proteste contro un decreto considerato “disumano”.

Molte associazioni e cittadini da tutta Italia hanno scelto di esprimere il proprio dissenso contro le norme previste in materia di sbarchi e salvataggio di vite umane nel Mediterraneo.

Già nei mesi scorsi hanno fatto discutere le dure espressioni del ministro Salvini che decretava la “chiusura dei porti” sbandierando una millantata necessità di sicurezza nazionale che, con onestà, anche noi facciamo fatica ad accettare.

Le figure più rappresentative dell’odierna Resistenza, sono scese in campo sotto il vessillo della solidarietà e dell’accoglienza. Da Alex Zanotelli a don Luigi Ciotti (e quindi, Libera), l’opposizione al Decreto Sicurezza ha trovato radici nell’importanza di tutelare la vita, in ogni contesto.

Il padre comboniano in servizio a Napoli, nel quartiere Sanità, ha spesso parlato del decreto come un “crimine” contro persone che scappano da fame e guerra, i diritti umani  e le leggi del mare.
Ieri, invece, l’associazione “Libera contro le Mafie”, ha promosso la campagna “La disumanità non può diventare legge”. L’obiettivo era quello di invitare i Senatori a non votare la fiducia al Decreto Sicurezza.

Allo stesso modo, in piazza Montecitorio a Roma, in questi mesi si sono succeduti presidi ed assemblee pubbliche, organizzate dalla Rete “Restiamo Umani”. La rete di associazioni promette ancora battaglie contro questa visione di governo sulla sicurezza e le politiche in materia di migrazioni.

La sicurezza di Napoleone contro Palla di Neve

Vi ricordate de “La fattoria degli animali”? L’opera di G. Orwell che racconta, in metafora, le vicende della guerra civile spagnola, può offrire una simpatica (e drammatica) chiave di lettura.

Il punto non è solo valutare l’efficacia e la bontà del Decreto Sicurezza bis, ormai convertito in legge, ma appare necessario ampliare la visione sull’idea di sicurezza che stiamo, nemmeno troppo lentamente, assumendo.

Nel testo di Orwell (che invitiamo a leggere, semmai non l’aveste già fatto), gli animali della fattoria scelgono di attaccare il loro padrone per gestirsi in totale autonomia.
La riorganizzazione del lavoro “autonomo”, però, subisce delle deviazioni quando il principio “Tutti gli animali sono uguali”, viene lentamente piegato al volere dei maiali che, da leader della rivolta, si trasformano nei nuovi potenti di turno.

Interessante è la figura di Napoleone, il maiale che finisce per diventare un vero e proprio dittatore. Egli, per proteggersi dagli attacchi degli altri animali e garantirsi il potere, ha bisogno di inventarsi un nemico.
Comincerà, allora, ad inventare storie contro il suo ex alleato, Palla di Neve, il quale diventerà la causa di tutti i mali della fattoria.

Il popolo degli animali riconosce, nella lotta a Palla di Neve, un obiettivo comune e rivede in Napoleone (e nella forza dei suoi cani da guardia) l’unica garanzia di sicurezza e protezione.

Un popolo impaurito è il sogno di ogni governante. Risulta più semplice, in questo modo, gestire i malumori della piazza e nascondere le proprie inadempienze. E la paura rende accettabili anche le più evidenti restrizioni della libertà individuale o gli attacchi alla vita democratica di un Paese.

E poco importa se a rimetterci sono sempre i più deboli. O se, in piazza, durante le manifestazioni, si concede ampio spazio di arbitrario intervento alle Forze dell’ordine che potrebbero, in teoria, ritenere pericolosa anche l’innocente asta di una bandiera.  Nel nome della sicurezza, ogni cosa è concessa. Come nella fattoria. Come in questa strana democrazia.

Rocco Pezzullo

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 6 Agosto 2019 e modificato l'ultima volta il 6 Agosto 2019

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