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DIARIO DAL CILENTO

Dieci giorni a Felitto, fuori stagione, per vedere come si vive nei nostri paesi

Identità | 1 Aprile 2019

Sono arrivato stamattina: in Cilento, a Felitto.

Quando venni a intervistare qualche mese fa Rosanna di Stasi (se volete qui trovate quell’articolo) rimasi colpito, non solo da lei, ma da tutto il paese.

Dopo i tanti visti dell’Italia interna, mi era parso che avesse in più qualcosa, non sapevo cosa. Ancora non lo so neppure stamattina. Forse esserci venuto ed avere avuto una guida, esserci venuto non per guardare i muri ma per parlare con una persona precisa.

E allora avevo deciso di tornarci e a Rosanna gliel’avevo detto: sto paese vostro ha qualcosa che non ho incontrato prima, se riesco a gennaio vorrei tornare.

Stavolta parto presto, evito la fila di auto dei lavoratori degli uffici, quelli che ancora vengono fatti spostare con tutto il corpo, e la mente magari si riservano di lasciarla a casa o la portano altrove. Ormai si potrebbe, nella maggioranza dei casi, lavorare semplicemente collegati tramite la rete. Spostare solo le informazioni, molte meno masse, e bruciare pochissimo petrolio.

Giorno uno, 10 gennaio 2019

Arrivo alle dieci in punto nel paese. Telefono a Rosi ma mi risponde Donato, il suo compagno, e mi spiega: ciao Francè, si arrivato? Rosi s’è scordata il telefono a casa ma la trovi nel Palazzo delle cento stanze.

La vado a cercare al palazzo ma lo trovo chiuso. Vabbè, il viaggio è fatto di passaggi a vuoto che poi all’improvviso si riempiono di nuovo.

Appena Rosanna recupera il telefono si scusa cento volte e mi dà appuntamento in uno dei bar del paese. Anzi specifica proprio: andiamo in un altro bar questa volta; credo sia l’equilibrio, sottile, da tenere.

Eccola, arriva, come sempre, con un grande sorriso negli occhi e nella voce. Andiamo andiamo ti offro un bel caffè.

Si sta caldi in questo bar grande. Stanotte da queste parti ha nevicato molto: in paese no, ma tutte le creste delle montagne intorno sono bianche.

Una montagna in fondo ha lo stesso profilo di un massiccio tirolese stampato nella mia memoria da molti anni.

Spiego a Rosanna la mia idea di fondo: vorrei vedere come si vive in un paese; provando in prima persona e ascoltando le storie della gente. Bene allora, cercherò di metterti in contatto con un po’ tutti. Ognuno avrà qualcosa che ti vuole dire.

State attenti a quando Rosi dice una cosa perché la fa sul serio: da quell’istante non m’è rimasto quasi più un attimo libero per capire cosa pensavo davvero.

Al Municipio

Usciamo dal bar e mi porta subito alla Pro loco, poi dentro al Municipio. Sta qui, affaccia, a pochi metri, sulla stessa piazza.

Ci entra non come faremmo noi a Napoli o in qualunque città grande, entra come se entrasse in una casa sua e di tanta altra gente.

Nell’androne e lungo tutte le scale non ci sono carte geografiche od onorificenze, ci sono molte foto di persone del paese. Antiche, in bianco e nero, di famiglie intere.

Dentro il Municipio

L’appuntato dei Carabinieri sta nella prima sala al piano di sopra, poi incontriamo Emilia.

Siamo venuti a cercare lei perché col marito ha scritto diversi libri su Felitto. Ha molto da fare in questo momento, ma si ferma poi, e inizia a raccontare degli archivi e degli studi sulla storia locale.

Nella stanza successiva c’è un armadio di ferro, di un colore blue, oppure verde, assomiglia a una vecchia automobile, ad un treno. In alto c’è scritto Anagrafe in lettere di ferro: questo armadio ha dalla nascita il suo scopo.

Anagrafe

Un impiegato ci mostra i libri del 1800.

Sono di tre tipi, ci dice, i libri dentro questo armadio: Nascita, Matrimonio e Morte. Poi c’è un quarto tipo: sono gli Altri eventi.

Quasi non si ricorda più a che servono quelli di quest’ultimo tipo, e allora li apriamo insieme.

Ci sono registrate storie più complicate di quelle tre cose basilari. In alcune pagine ci sono cose accadute sulle navi, in mezzo al mare; in altre di bambini portati ad altri perché gli facciano da padri e madri.

Scendiamo di nuovo e incontriamo subito, fuori, altre persone. Ci sono la signora Franca, il professor Donato, poi scende Emilia. Iniziamo a discutere di Felitto e davanti al portone del Municipio nasce in pochi minuti un misto tra un comizio e un gruppo di opinione.

Ogni volta che incontriamo qualcuno di nuovo Rosanna mi presenta: scrive per un giornale ed è venuto qui per vedere la vita nel paese, avrebbe interesse a parlare con ciascuno di voi.

E piano piano, ogni mano in più che stringo, mi sento un po’ più dentro, di fare un poco parte anch’io di questo posto.

Quando sono arrivato, ogni volta che ho incontrato qualcuno, si leggeva sulla faccia, o era solo la mia idea: chi sa chi è questo, è inverno, non è del paese, non è manco uno che era del paese e vive fuori: si sarà perso. Poi camminando con Rosanna a fianco l’espressione cambia molto.

La casa di pietra nel centro storico

Oggi poi abbiamo fatto altre mille cose. La più importante è stata procurarci la legna e accendere il camino per riscaldare questa casa vuota. Lo ha acceso Rosanna che qui ha abitato, prima di sposarsi e di emigrare in Germania.

Avevo chiesto di poter stare dieci giorni a Felitto, ma se possibile in una casa semplice, antica, dentro il centro storico. L’idea è vedere davvero, per quanto ci riesco, come si vive dentro i nostri paesi, senza lasciarsi troppo portare dalle parole che raccontano in giro.

La casa nel centro storico

Anzi adesso quell’idea ve la dico tutta.

Gli orientali sostengono che siamo costituiti di tre cose: corpo, mente ed energia oppure, loro dicono, voce. Ecco io direi per semplificare: corpo, mente e passione. L’idea che tengo da un poco di tempo è che, come noi, pure i posti in cui abitiamo, che creiamo, i nostri paesi, hanno gli stessi tre elementi di base. E allora, se i paesi dell’Italia interna, come ormai li chiamano, hanno problemi di spopolamento forse uno o più di quei tre elementi sta soffrendo.

Se uno chiede in giro perché i paesi stanno scomparendo, la prima risposta, ci scommetto, è: ccà nun ce sta lavoro, cioè di quei tre elementi sarebbe, secondo loro, il corpo quello che ha problemi.

Ma a me st’idea non mi convince proprio, tengo il sospetto che siano gli altri due i punti più deboli del gioco. Che siano la mente cioè il progetto, e l’energia, la passione di stare nel paese, i punti deboli di questi posti in questo momento storico.

La mente perché non sviluppa abbastanza idee nuove e questo soprattutto perché la passione, il cuore, dice, in fondo: quelli buoni stanno tutti fuori, nelle città grandi, chi rimane qui, nei paesi, è soltanto chi è rimasto sul fondo.

Ecco, mo che ve l’ho detto, continuiamo con la storia; poi vedremo, alla fine, se ne avremo trovato conto.

Dicevamo di questa piccola casa.

Quando ci sono entrato per la prima volta ho capito che era esattamente quello che intendevo. Rosanna a volte pare che fa un sacco di chiasso, dice mille parole, ma non le sfugge mai il senso di quelle che le dite voi. La casa è disabitata da tempo, e siamo a metà gennaio, per renderla accogliente bisogna farci per ore il fuoco.

Il camino con la bocca piccola

Abbiamo preso la legna da casa sua nuova dove vive adesso, vicino alle gole del calore. Però quella che abbiamo preso dopo, nella Casa delle cento stanze è molto migliore: prende subito fuoco. Lei lo prevedeva, perché sta lì in cantina, al coperto, abbandonata insieme a quella casa, da circa il 1970.

Rosi mette un po’ di legna grossa, poi in mezzo ci mette quella fina. Per dare la prima scintilla usa l’accendino e un poco di carta.

Il camino è talmente freddo che pure lei, che questa operazione l’avrà fatta in vita sua già un milione di volte, il fuoco si è spento, deve ripeterla di nuovo.

Poi, quando il fuoco ha preso, aggiunge altra legna e, piano piano, tira un po’ fuori quella che si è già accesa.

È un curioso modo di fare il camino, almeno io non l’ho mai visto finora.

Però a pensarci lei ha ragione. La legna accesa, se rimane dentro, porta la maggior parte del calore, attraverso il comignolo, all’esterno. Se invece la mettete sulla bocca riscalda molto di più la stanza, mentre solo il fumo viene aspirato con forza dal tiraggio fuori. Credo sia un modo escogitato soprattutto quando da queste parti di soldi ce n’erano davvero pochi e ogni minimo spreco aveva molto valore.

La sera poi mi invitano a cena, a casa di Anna, la sorella di Rosanna, e Michele. In casa c’è una stanza vuota: il figlio studia a Modena perché, dice il padre, vuole diventare ingegnere alla Ferrari. Lo capisco e non dico nulla di più di quello che già sanno: io sono ingegnere pentito, ho già confessato ai magistrati.

Giorno due, 11 gennaio

Stamattina la prima cosa che faccio è accendere di nuovo il fuoco. Qui il caffè viene solo per secondo.

Stanotte ho imparato che una bottiglia di acqua calda nel letto, me l’ha detto ieri Anna, è un sistema utilissimo: riscalda bene e per tutta la notte.

Il cappello di lana con cui ho dormito stanotte non me lo sono ancora tolto; lo rivedo in bagno, dentro lo specchio, mentre mi faccio la barba. Manco la calzamaglia e i calzettoni.

Spalanco le finestre, fuori c’è un sole bello, il campanile della chiesa madre è a pochi metri.

Mentre fotografo passa per questi vicoli un signore; credo sia l’unica persona che da ieri sera, da casa, ho sentito camminare per le stradine del centro storico. Sono così strette e piene di scale che le auto non riescono a passare.

Mo devo andare che c’ho appuntamento alle dieci con Michele.

L’architetto

Incontro Michele e mi porta al bar Italia, il terzo (con l’Impero), e credo ultimo, bar del paese. Dentro ci sono già tutti: Rosanna, Donato, Angela e Anna Pina. Una signora architetto che oggi porta un grande cappello.

Scopro dopo pochi secondi che, come Rosanna, ha un miliardo di idee e in continua evoluzione.

Dopo qualche minuto capisco che in realtà l’una senza l’altra non funzionerebbero altrettanto bene. L’idea di comprare la Casa delle cento stanze, la principale casa nobiliare del paese, Rosanna, da sola, non avrebbe avuto il coraggio di pensarla.

Anna Pina

Anna Pina, da architetto, ma soprattutto da donna che ha una bella visione, e vasta, delle cose di questa terra e di questo posto, le ha saputo trasmettere l’idea che quell’acquisto, ma soprattutto quella missione del palazzo, era possibile, bella, assolutamente da fare. Rosanna dentro quell’idea poi sa metterci la sua energia solare.

La missione, per chi non ha letto ancora quel primo articolo su Rosi è, come mi aveva detto: se riuscissimo a fare in modo che almeno un giovane, anche uno solo, dei nostri, non fosse costretto ad andar via dal paese.

Poi Michele mi porta in giro a conoscere altre persone. Sta in ferie per qualche giorno e invece di spenderle per sé queste sue ore, ce le regala, a me e a questo giornale. In questo paese se devo dire adesso, alla fine di tutto, mi pare, questa grande generosa accoglienza, il loro più grande patrimonio.

E allora andiamo in macchina poco lontano. L’ultimo tratto è in un piccolo vialetto di campagna.

Il carrozziere inventore

C’è un capannone, entriamo e c’è una specie di gigantesco carrozziere ed inventore buono.

Insieme al nipote di Rosanna, Giuseppe, hanno messo su un’attività con la quale portano in giro, dove li chiamano, tutto il necessario per insegnare ai bambini le regole del codice stradale. E non glielo insegnano da un libro ma facendoli guidare.

Tommaso e la F40

Hanno le macchinine, i semafori, segnali e strisce pedonali già pronti sopra un carrello da rimorchio. Lo trasportano e montano un piccolo circuito stradale. Per spiegargli l’idea, invece delle parole, gliela fanno toccare.

Detto così sembra un’attività qualunque, però Tommaso quelle macchinine le costruisce con piacere proprio. Le fa somiglianti a macchine reali, tra i modelli ha pure la vecchia 500 e il maggiolino matto. Le proporziona a occhio. Il suo capolavoro, di cui va molto fiero, lo sta creando ancora, è la F40, la Ferrari.

Mi porta a vederla sopra l’officina: la carrozzeria è quasi completa, per ora è grigia di stucco, va rifinita nel colore del fuoco.

Poi mi mostra un’altra idea sua: la bici cucina. L’ha studiata nei minimi dettagli anche quelli del codice stradale, ed è pronto a farne altre versioni secondo le richieste del cliente: numero di fuochi, frigorifero, pure un forno per le pizze si può mettere. Sorride, muove quelle sue mani grandi e dice: già ho studiato tutto.

I giorni sono dieci: il racconto, se vi piace, continua. Con calma, come nei paesi.

Testo e foto Francesco Paolo Busco

Un articolo di Francesco Paolo Busco pubblicato il 1 Aprile 2019 e modificato l'ultima volta il 4 Aprile 2019

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