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DIRITTI UMANI

A Giugliano, tra le persone sinti e rom sgomberate, la situazione resta preoccupante

Attualità, Diritti e sociale | 20 Maggio 2019

Si fa fatica a contare i bambini che corrono incontro a chiunque scelga di varcare la soglia di quell’inferno. Siamo nella periferia di Giugliano, nei pressi dell’arteria che collega la città alla tangenziale. Il degrado lo riconosci subito: da tempo immemore moltissime donne, prevalentemente dell’Est Europa, mettono in mostra i loro corpi ai lati della strada e vendono un po’ d’amore a basso costo.

Tra lounge bar e ristoranti, qualche metro dopo la parrocchia dedicata all’evangelista Luca, c’è una stradina conduce ad uno stabilimento abbandonato. Oggi quei capannoni dismessi accolgono settanta famiglie cacciate via dal Comune in provincia di Napoli, senza meta e certezze alcune.

In maggioranza sono italiani. Cittadini regolari di questa Italia che, pur continuando a fondarsi su quei principi sanciti dalla Costituzione, rinnega, anche stavolta e di fatto, se stessa e i valori che la caratterizzano.

La questione

Il 5 aprile 2019, il sindaco di Giugliano, Antonio Poziello, appone la sua firma in calce all’ordinanza di trasferimento di persone e cose dall’insediamento di nomadi, sito in località Ponte Riccio, per motivi igienico-sanitari.

Nel documento si fa riferimento ad una precedente Delibera del Consiglio Comunale (n. 6 del 30/01/2018) nella quale è descritta, in maniera dettagliata, la situazione di disagio all’interno del Campo rom della città.

Sulle carte, alla necessità di procedere allo sgombero, fanno seguito le migliori intenzioni. Il comune si impegna, infatti, a favorire una progressiva integrazione sociale ed abitativa delle famiglie di origine sinti e rom all’interno della comunità.

Una soluzione che la Regione Campania sostiene ed approva. Per anni, da queste parti, si è ipotizzata la costruzione di un Eco-Villaggio per il quale erano anche state stanziate delle risorse dall’ente regionale il quale, in data 29 marzo 2019, dichiara che “nulla osta all’utilizzo delle stesse per l’attivazione di percorsi personalizzati di accompagnamento all’abitazione, basati su strategie integrate per l’inserimento nella comunità locale”.

Tutti felici, dunque. I Rom giuglianesi non saranno più un problema per l’amministrazione comunale, pronta a destinare una somma pari a 5.000 euro alle famiglie che presenteranno un regolare contratto di locazione.

Lo stato dei fatti

Dietro lo scudo della tutela della salute pubblica, nella prima decade di maggio le famiglie che risiedono nel campo in questione cominciano ad avere contezza dell’imminente attuazione dello sgombero. Si preparano alla partenza e, in maniera del tutto pacifica, in massa, lasciano Giugliano e si dirigono verso le località di Villa Literno e Castel Volturno.

Con molta probabilità, come sussurrato da alcuni uomini del campo che abbiamo incontrato in questi giorni, la destinazione era stata loro indicata in maniera ufficiosa, sottobanco.
Le migliori intenzioni dell’amministrazione si sono scontrate, in pochissime ore, contro una realtà molto più complessa da gestire.
Il disagio emerge, ancor più chiaramente, quando viene intimato alle settanta famiglie di lasciare anche l’area della provincia di Caserta. Bambini, donne e uomini si rimettono in viaggio e tornano nel comune di partenza, stavolta occupando un altro spazio abbandonato, dove non c’è nemmeno la possibilità di collegarsi alla rete elettrica, di avere acqua e di utilizzare i bagni.

Dal comune, intanto, continuano a far sapere che quelle persone devono andare via, a meno che non accettino di trasferirsi negli appartamenti della città. Come se cercare qualcuno disposto ad affittare una casa e a produrre un regolare contratto di locazione (prerogativa necessaria per ottenere le risorse stanziate) sia un gioco da ragazzi.

Intanto, quattrocento persone attendono in un limbo che ha tutte le caratteristiche dell’inferno. Si sono organizzati alla meglio e provano a mantenere gli equilibri interni che rischiano di esplodere da un momento all’altro.
L’immagine più eloquente ce la regala Sina, costretta a ritagliarsi uno spazio di intimità all’interno del cofano della sua automobile. Ha bisogno di allattare la figlia Ginervra, quindici giorni di vita ed un futuro in bilico.

“Torniamo a parlare di persone”

Don Francesco Riccio è parroco a Giugliano. Conosce molte di quelle famiglie perché è stato spesso in quel campo, ma anche perché ha attivato un servizio mensa nella chiesa di san Pio X. Nell’intervista che ci ha rilasciato condivide, anzitutto, la necessità di raccontare l’esperienza delle persone: “Smettiamo di parlare di questione rom. Rischiamo di cadere nella diffusione di luoghi comuni e conclusioni che non aiutano nessuno. Bisogna raccontare la storia delle persone, il loro disagio e la situazione di difficoltà che diventa ogni giorno sempre meno sostenibile”.

Giovedì scorso don Francesco ha invitato queste persone nella sua parrocchia per condividere un momento di preghiera insieme alla sua comunità parrocchiale. Ieri li ha accolti in parrocchia per il pranzo domenicale. I suoi interventi sono, al momento, l’unico tentativo efficace di avvicinamento della comunità di origine sinti e rom a quella di Giugliano.

“Stiamo parlando di 250 persone che hanno meno di quattordici anni” – aggiunge il sacerdote – “Possiamo forse avere paura di loro? Il mio impegno, ad oggi, è legato al desiderio di voler essere elemento di unione. Le rotture e gli scontri non servono a nessuno, in particolare non servono alle persone che stanno vivendo questa difficoltà”.

Intanto l’Europa alza la voce

«Con una decisione di importanza fondamentale, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo, riconoscendo il diritto all’unità familiare e la necessità di adottare misure provvisorie, ha imposto al Governo italiano di fornire un alloggio adeguato alle famiglie rom che, dopo lo sgombero forzato avvenuto a Giugliano, nei giorni scorsi, supportati da Associazione 21 luglio e da European Roma Rights Centre, avevano presentato ricorso».

A comunicarlo è la medesima associazione che ha seguito ed accompagnato la vicenda dello sgombero e ha denunciato il dramma delle circa settanta famiglie costrette ad occupare uno spazio di fortuna e a vivere accampate nelle autovetture o all’aperto. Ancor più drammatica è la costatazione che circa cento tra bambini e ragazzi hanno dovuto abbandonare i loro percorsi scolastici.

“Questa decisione rompe il lungo ciclo degli sgomberi forzati che da molto tempo tormenta questa comunità, e più in generale i rom in Italia”, ha affermato Jonathan Lee dello European Roma Rights Centre. “La Corte ha confermato che l’Italia non è al di sopra della legge e non può, indiscriminatamente, rendere i rom senzatetto. I membri di questa comunità hanno ottenuto una grande vittoria contro la discriminazione e contro le politiche dell’odio che perpetuano l’esclusione dei rom in Italia.”

Salvini: “Obiettivo: zero campi rom”

Il ministro dell’interno, interpellato dalla collega Cristina Liguori, non lascia attendere una sua dichiarazione su questa vicenda. Sceglie di effettuare una distinzione, anche stavolta propagandistica, che separa fantomatici “aventi diritto” da tutti gli altri.

L’obiettivo è raggiungere l’abolizione, in Italia, dei campi rom che adesso accolgono, afferma, “trenta massimo quarantamila resistenti a qualsiasi tipo di legge e di ordine. Quelli che hanno diritto, avranno una sistemazione alternativa, quelli che invece sul conto corrente hanno più soldi di me e di lei (rivolgendosi alla giornalista) messi insieme, vengono sgomberati con una pacca sulla spalla, tanti saluti e poi se metti un dito addosso ad un poliziotto ti metto in galera”.

Forse il ministro non è mai entrato in un campo rom senza una ruspa. Magari non ha nemmeno mai incontrato le persone che vivono in quei posti. Per noi che abbiamo più volte attraversato il campo rom di Giugliano, la questione degli aventi diritto appare un po’ più complessa di come viene venduta dal vicepremier.

Tra quei cittadini italiani abbiamo incontrato anche un giovane padre che ha scelto di battezzare suo figlio con il cognome del ministro. Chissà se, almeno il piccolo Salvini, rientri nella categoria di coloro che meritano un’abitazione alternativa. Ma soprattutto, nell’attesa che si proceda alla risoluzione delle criticità raccontate, processo che immaginiamo assai lungo e farraginoso, queste persone che fine devono fare?

Rocco Pezzullo

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 20 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 20 Maggio 2019

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