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DISEGUAGLIANZE

Gabbie salariali che penalizzano il Sud. Il “prima gli italiani” della Lega riguarda sempre il Nord

gabbie salariali
Politica | 12 Luglio 2019

Il punto di collisione tra gli alleati di governo – neanche a dirlo – riguarda la spinosa vicenda delle autonomie regionali, per la quale era previsto un vertice cruciale ieri mattina a Palazzo Chigi a cui hanno partecipato i principali attori della querelle, da Salvini, Di Maio e Conte passando per Giancarlo Giorgetti, Erika Stefani e Barbara Lezzi. Un’ora e mezza di riunione per un nulla di fatto, con il M5S che accusa la Lega di voler introdurre le cosiddette gabbie salariali, un sistema di calcolo retributivo che mette in relazione i salari dei lavoratori con il costo della vita delle aree geografiche del Paese, uno strumento, a detta dei Pentastellati, che favorirebbe la crescita retributiva dei lavoratori delle Regioni del Nord a scapito di quelli del Sud, così come riporta la ministra per il Mezzogiorno Barbara Lezzi: “Una proposta inaccettabile che spaccherebbe il Paese e che consideriamo discriminatoria e classista, l’obiettivo nenache troppo velato della Lega è quello di aumentare gli stipendi al Nord e abbassarli al Centro-Sud”. 

Scuole di serie A e scuole di serie B

Lo strappo al vertice sull’autonomia si è poi concretizzato sul tema della regionalizzazione della scuola. “I bambini non c’entrano niente con l’autonomia e noi dobbiamo garantire l’unità della scuola come quella della nazione – commenta a caldo il vicepremier Luigi Di Maio all’uscita da Palazzo Chigi – un bambino non sceglie in quale Regione nascere”. Ed è proprio il tema dell’istruzione il nodo di maggiore frizione tra M5S e Lega, con i primi decisi a non retrocedere dinanzi alle pretese del Carroccio di ottenere delle condizioni di autonomia specifiche in materia di istruzione e formazione per Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Una pretesa incostituzionale e fortemente discriminatoria che, a detta dei vertici del Movimento, minerebbe le fondamenta stessa dell’unità nazionale, costituendo di fatto nello stesso Paese scuole di serie A e scuole di serie B. L’obiettivo della riforma caldeggiata dalla Lega è quella di istituire un sistema scolastico che favorirà maggiore qualità e maggiori investimenti nei territori più ricchi del Paese, un processo formalmente incostituzionale che graverebbe in maniera drastica sulla distribuzione dei diritti fondamentali garantiti dallo Stato. La secessione dei ricchi di cui tutti parlano, in sostanza.

Una rottura insanabile?

E a nulla è servita l’opera di mediazione del premier Conte, invischiato in una diatriba tribale capace di far riaffiorare (finalmente) le pretese indipendentiste e gli istinti primordiali della Lega (Nord) e di infiammare l’intransigenza di un M5S che ha fatto del Sud il suo bacino di consensi. La vera identità leghista torna dunque finalmente a galla, legittimata e rafforzata dal consenso dei terroni alle ultime elezioni europee. L’indipendenza (chiamatela pure autonomia, se vi fa comodo) a lungo anelata da un Carroccio mai così vicino al suo traguardo, viene ora osteggiata e minacciata dall’alleato di Governo, quel Movimento Cinque Stelle che inaspettatamente si pone come ultimo baluardo in difesa della Costituzione. Una spaccatura che ha fatto letteralmente infuriare Salvini, alle prese con l’ennesimo nulla di fatto riguardo al regionalismo differenziato: “Se in materia di istruzione si nega la possibilità che una Regione possa fare un’offerta formativa migliore perché un’altra Regione non può farla allora mi si nega completamente il principio base dell’autonomia”. Il ribaltamento – in sostanza – di un valore inderogabile della Costituzione italiana, che impegna lo Stato ad assicurare un pari livello di formazione scolastica e di istruzione a tutti i cittadini, con una particolare attenzione alle aree con minori risorse e alle persone in condizioni di svantaggio economico e sociale.

Antonio Corradini

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 12 Luglio 2019 e modificato l'ultima volta il 12 Luglio 2019

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