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DIZIONARIO NAPULITANO

Le parole della settimana: ammuccà, arrevuglià, jacuvella

dizionario napulitano
Cultura, Identità, NapoliCapitale | 8 Dicembre 2013

dizionario napulitano

 

Questa settimana, a commento del decreto terra dei fuochi, abbiamo chiesto a Raffaele Bracale di spiegarci termini come ammuccà e arrevuglià. Jacuvella pure ci piaceva. E poi… leggete.

 

Questa volta mi soffermerò ad illustrare alcuni interessanti verbi e due sostantivi che vi si possono ricondurre. Cominciamo con il verbo ammuccà, usato piú che spesso nella sua forma riflessiva ammuccarse.

Ammuccà,[dal lat. ad+ bucca-m→abbuccare→ammuccare ] nella sua forma attiva transitiva vale l’italiano imboccare, mettere cibo in bocca ad una persona che non sia in grado di farlo da sé; figuratamente vale ammaestrare minuziosamente, suggerire a qualcuno le parole che deve dire o ciò che deve fare.

Tutt’altro significato à il verbo nella sua forma riflessiva ammuccarse allorché vale:  entrare in un ambiente senza essere stato invitato oppure (come nel caso di chi sia credulone, ingenuo, scemo, sciocco,stolto, stupido, tardo, tonto,semplicione, sempliciotto, sprovveduto) prendere per buone le frottole, credere per vere le fandonie.

In coda rammento che il verbo testé esaminato non va confuso né con abbuccà, né con abbaccà di tutt’altro significato, uso e semantica; infatti abbuccà/abbuccarse,[ denominale del lat. ad+ bucca-m→abbuccare] vale piegare, reclinare/arsi su di un lato e (détto di se stessi o di persona) farlo quasi sino ad accostarsi all’altrui bocca.

Altra cosa indica il verbo abbaccà [da un latino medioevale ad + vadicare frequentativo di vadere.secondo il seguente percorso morfologico ad – vadicare→adbadicare→abba(di)care→abbaccare] verbo presente, nel significato di andar con – colludere (con) nella nota locuzione Abbaccà cu cchi vence variante Abbaccà addó vence Ad litteram: Andare con chi vince variante andare dove si vince Locuzione che stigmatizza il vile comportamento di chi per opportunismo pratico o morale è solito balzare sul carro del vincitore e colludere con lui; tale sport è – da sempre – lo sport tipico dell’italiano medio.

E passiamo al verbo arravugliare/arravuglià[etimologicamente da un basso latino ad+revolviare→arrevolviare→arravovljare→arravoglià→arravuglià= confondere, celare]: di per sé vale: avvolgere, inviluppare ed estensivamente sottrarre qualsiasi cosa capiti sotto mano, celandola nelle tasche o nelle pieghe degli abiti; è il tipo di furto che si perpetra nei grandi esercizi commerciali soprattutto nei reparti di generi alimentari. Sinonimi di arravuglià, nel napoletano, sono accrastà, arraffà oppure,aggraffà oppure aggranfà, arrefulià, arrunzà, aggrammignà,affuffà, , astregnere,arresedià,azzimmà,annettere, auzà, arranfà, cottejare, furà, pezzecà, jocare ‘e renza, jucà ‘e rancio. Ne esamino i meno noti: aggrammignà, v. tr. rubare con destrezza e/o con fatica. L’etimo della voce, che chiarisce anche la semantica della definizione, è un denominale del s.vo gramegna/grammegna (dal lat. graminea(m), propr. f. sost. dell’agg. gramineus, deriv. di gramen -minis ‘erba’); trattandosi di un’erba che si attacca saldamente al suolo con le proprie radici, se ne ricava che per estirparla occorra destrezza ed impegno i medesimi che occorrono per sottrarre qualcosa nel tipo di furto che il verbo a margine considera.

Affuffà v. tr.ed intr. come v. trans. vale rapinare derubare, depredare, spogliare, ma anche acciuffare, acchiappare, accalappiare, afferrare, catturare, arrestare come v. intr. sta per scappare precipitosamente(dopo d’aver portato a termine il firto e/o la rapina); etimologicamente il verbo in esame piú che un adattamento attraverso assimilazioni regressive di acciuffare→affuffare è una derivazione dello spagnolo azuzar→azzuzza(r)→affuffar prima con raddoppiamento espressivo dell’affricata alveolare sorda… zeta e poi con passaggio popolare alla consonante fricativa labiodentale sorda effe ritenuta piú espressiva e meno dura dell’affricata alveolare sorda… zeta; arresedià, v. tr. (voce abbondantemente desueta) che un tempo valse rassettare, mettere in ordine e per ampiamento semantico ed è il caso che ci occupa rubacchiare (dando una diversa … sistemazione ai beni altrui).

Oggi il verbo è sostituito nel significato di rassettare, ma anche in quello furbesco di rubare, da arricettà ( da un ad+ receptum)= dar sistemazione, raccogliere e riporre (arricettà ‘a casa, ‘a stanza= rassettare la casa, la stanza mentre arricettà ‘e fierre sta per raccogliere i ferri usati per lavorare, riporli nella borsa dando loro ricetto= pace,ricovero, calma, tranquillità ed ugualmente arricettà ‘e ssacche sta per ripulire le altrui tasche. Torniamo al verbo a margine: arresedià che come ò detto valse dapprima rassettare, mettere in ordine, sistemare; non tranquilla la lettura etimologica del verbo; qualcuno si trincera dietro un pilatesco etimo ignoto o incerto qualche altro (ad es. il fu D’Ascoli) opta per un lat. asseditare donde l’italiano assettare= mettere in assetto, ordinare, sistemare convenientemente e con cura; chi si trincera dietro l’etimo ignoto o incerto mi dà l’orticara, ma D’Ascoli non mi convince: se semanticamente asseditare potrebbe accontentarmi, non lo può morfologicamente: v’è, a mio avviso, troppa differenza tra asseditare ed arresediare. Direi anzi con il molisano Di Pietro: “Nun ce azzecca niente asseditare con arresediare.

A mio sommesso, ma deciso avviso, anche con riferimento ai concetti di dar sistemazione, raccogliere e riporre dando ricetto ossia ricovero, calma, pace, tranquillità espressi dal verbo arricettà che nel parlato comune à sostituito il verbo a margine conservandone il significato, quanto all’etimo di arresedià dico che si possa con somma tranquillità farlo risalire ad un lat. ad + resedare= calmare (composto da un re (particella intensiva) + sedare). cottejare, v. tr. verbo desueto che valse 1 frequentare le case da giuoco; ma anche 2 canzonare; 3 infinocchiare; 4 carpire la buona fede ed infine, come nel caso che ci occupa 5 rubacchiare al giuoco; etimologicamente si tratta di un grecismo in uso nell’Esarcato (circoscrizione amministrativa dell’Impero bizantino) dal greco kottismós (=giuoco di dadi; alea;) e dal verbo kottízō che diedero il tardo lat. *cottizzare da cui poi la voce napoletana.

E veniamo ai sostantivi. Il primo di cui mi sovviene da riconnettersi al verbo arravuglià è arravuogliacuosemo che indica il raggiro, l’imbroglio ed estensivamente il saccheggio, il furto esteso fino al totale repulisti; la parola, costruita partendo, come ò detto dal verbo arravuglià è addizionata del termine cuosemo che non è, come a prima vista potrebbe sembrare, il nome proprio Cosimo quanto – piuttosto – la corruzione del latino quaesumus, nacque come espressione irriverentemente furbesca, in ambito chiesastico, dall’osservazione di taluni gesti sacerdotali durante le celebrazioni liturgiche.

Giunto qui, termino illustrando il termine jacuvella/jacovella/ghiacovella Le parole in epigrafe sono tre rappresentazioni morfologiche leggermente diverse di un’ unica voce, termine antichissimo, presente fin dal sec. XIV e ss., già preso in esame e contenuto nell’ Elenco di parole napoletane (primo modesto tentativo di dar vita ad un vocabolario dell’ idioma napoletano), elenco che Colantonio Stigliola (Nola 1548 -†Napoli 1623) mise in appendice alla sua versione in napoletano dell’Eneide. Pur essendo antichissimo, il termine non è però desueto ed ancora vive nell’uso quotidiano in tutta l’area linguistica campana, radicato principalmente sia nell’alta Irpinia che nel napoletano. Amplissimo il ventaglio dei significati che partendo dal comportamento superficiale, cosa poco seria,modo di agire che genera confusione, inconcludenti tira e molla, giungono all’ intrigo, pretesto, banale astuzia, sotterfugio teso a perder tempo, a giocherellare, a cincischiare, nel tentativo di defilarsi per non compiere qualcosa di molto piú serio; anticamente il vocabolo che sto esaminando fu usato anche per indicare dispettucci da innamorati, vezzi, moine, tenerezze da innamorati, quelle moine che erano detti anche vruoccole o cicerannammuolle; piú spesso comunque la jacovella, jacuvella o ghiacovella indicò la trama, l’intrigo, la gherminella piú o meno sciocca, buffonesca, cialtronesca, semplicistica.

Per ciò che attiene all’etimologia di jacovella/jacuvella/ ghiacovella, questa volta devo dissentire da quanto proposto dall’ amico il dotto avv.to Renato de Falco, attivissimo (ad ottant’anni suonati!) esperto di cose napoletane il quale per la voce in esame, rifiutando altre piú accolte e convincenti etimologie, ipotizza una culla latina, chiamando in causa uno strano jaculum= dardo dandone però una connessione semantica a jacovella che mi pare troppo inconferente se non pretestuosa… Non so come sia accaduto, ma questa volta reputo che l’amico Renato – solitamente preciso ricercatore – sia stato un po’ superficiale e si sia lasciato sfuggire che la parola jacovella/ jacuvella/ ghiacovella nacque in ambito teatral-marionettistico per identificare le gherminelle, le azioni sceniche di un tal Giacomino (in dialetto Jacoviello diminutivo di Jacovo id est Giacomo che poi altro non era che l’adattamento del nome proprio francese Jacque, nome con il quale colà si soprannominò il contadino sciocco e semplicione, contadino che in tal veste entrò nel teatro delle marionette dove fu Jacovo o Jacoviello e le sue azioni furono le jacovelle jacuvelle o, con diversa scrittura, le ghiacovelle. E tali azioni furon prese a modello per identificare tutte quelle elencate in principio. A titolo di curiosità rammento altresí che dall’originario nome francese Jacque si trasse la voce giacchetta che era il tipo di indumento pratico e non ricercato indossato dai contadini. Non so cosa abbia spinto Renato de Falco a scartare l’ipotesi Jacovo e a proporre il latino jaculum. Ma è rimasto solo! F. D’Ascoli, C. Jandolo e recentemente M. Cortelazzo propendono in coro, ed indegnamente io con loro, per una degradazione semantica del nome proprio Giacomo – Jacovo. A margine di tutto rammento che anche l’espressione fà jacovo, jacovo (cioè far giacomo giacomo) riferito all’atteggiamento di chi in preda alla paura tremi nelle gambe, deriva appunto da uno dei consueti modi di deambulare di quello sciocco e semplicione personaggio che fu il contadino francese Jacque da noi Jacovo/Giacomo. E mi fermo qui dando l’appuntamento a presto.

Raffaele Bracale

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 8 Dicembre 2013 e modificato l'ultima volta il 8 Dicembre 2013

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