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DIZIONARIO NAPULITANO

Le parole della settimana: da 'o cuorno fino allo scuorno

dizionario napulitano
Cultura, Identità, NapoliCapitale | 15 Dicembre 2013

dizionario napulitano

 

La vicenda vergognosa del sindaco casertano che à inalberato (in un luogo inadatto ed a spese della comunità) un corno,costosissimo manufatto di Lello Esposito, mi à immediatamente richiamato alla mente una simpaticissima locuzione partenopea in cui il corno la fa da padrone; ve la partecipo: MO T”O PPIGLIO ‘A FACCIA ‘O CUORNO D”A CARNACOTTA Letteralmente: Adesso lo prendo per te dal corno per la carne cotta. Icastica ed eufemistica espressione con la quale suole rispondere chi, richiesto di qualche cosa, non ne sia in possesso né abbia dove reperirla o gli manchi la volontà di reperirla. Per comprendere appieno la locuzione bisogna sapere che la carnacotta è il complesso delle trippe o frattaglie bovine o suine che a Napoli vengono vendute già sbiancate e lessate al vapore, atte ad essere consumate; son vendute o dai macellai nelle loro botteghe o da appositi rivenditori girovaghi (‘e carnacuttare) che le servono ridotte in piccoli pezzi su minuscoli fogli di carta oleata; i piccoli pezzi di trippa vengono prima irrorati col succo di limone e poi cosparsi con del sale che viene prelevato da un corno bovino scavato ad hoc proprio per contenere il sale, corno bucato sulla punta per permetterne la distribuzione. Detto corno viene portato dal venditore di trippa, appeso in vita e lasciato pendulo sul davanti del corpo. Proprio la vicinanza con intuibili parti anatomiche del corpo, permettono alla locuzione di avere un suo significato furbesco con cui si vuol comunicare che ci si trova nell’impossibilità reale o volontaria di aderire alle richieste. MO avv. di tempo ora, adesso Nel napoletano (ma pure nel dialetto romanesco ed in altri idiomi centro-meridionali) vuoi nei testi scritti, che nel comune parlare si trova o si sente spessissimo il vocabolo in esame usato per significare: ora, adesso e, talvolta esso vocabolo trasmigra addirittura nell’italiano con il medesimo significato. Ciò che voglio trattare è innanzitutto il suono da assegnare alla vocale (o) che nel parlato cittadino è pronunciata e va pronunciata con timbro aperto (mò) mentre nella provincia scivola verso una pronuncia chiusa (mó), dando modo a chi ascolta di poter tranquillamente definire cittadino o provinciale colui che pronunci l’avverbio mo che se è pronunciato con la o aperta connota il cittadino e se è pronunciato con la o chiusa connota il provinciale. mo (è possibile trovarlo, ma erroneamente anche come mo’ o ancóra mò) avv. – Ora, adesso; poco fa Concorrente di ora e adesso, mo à una lunga tradizione storica, ma non si è quasi mai affermato nell’uso scritto dell’italiano ; resta quindi limitato all’uso parlato di gran parte d’Italia, in partic. di quella centro-merid. nel napoletano anche nella forma iterata mmo mmo con tipico raddoppiamento espressivo della consonante d’avvio nel significato di súbito,immantinente, immediatamente, senza por tempo in mezzo Detto ciò passiamo ad un altro problema; come si scrive la parola in epigrafe? Il problema non è di facilissima soluzione posto che non v’è identità di vedute circa l’etimologia della parola, unica strada da percorrere per poter addivenire – con buona approssimazione – ad una corretta soluzione; vi sono infatti parecchi scrittori e/o studiosi partenopei e non che fanno discendere il termine dall’ avv. latino modo che accanto a molti altri significati à pure quello di ora, adesso; ebbene, qualora si scegliesse questa strada sarebbe opportuno scrivere mo’ tenendo presente il fatto che allorché una parola viene apocopata di un’intera sillaba, tale fatto deve essere opportunamente indicato dall’apposizione di un segno diacritico (‘). Se invece si fa derivare la parola mo dall’avverbio latino mox = ora, súbito, come io reputo che sia, ecco che la faccenda diviene piú semplice e basterà scrivere mo senza alcun segno diacritico. È, infatti, quasi generalmente accettato il fatto che quando un termine, per motivi etimologici, perde una sola o piú consonanti in fin di parola e non per elisione (allorché – come noto – a cadere è una vocale), non è previsto che ciò si debba indicare graficamente come avverrebbe invece se a cadere fosse una intera sillaba; ecco dunque che ciò che accade per il mo derivante da mox ugualmente accade, in napoletano, per la parola cu (con) derivante dal latino cum per il pe =per ( dal lat. per), per il po = poi, poche è dal lat. po(st) dove cadendo una sola o una doppia consonante ( m – r – st ) e non una sillaba non è necessario usare il segno dell’apocope (‘) ed il farlo è inutile, pleonastico, in una parola errato! La stessa cosa accade per l’avverbio napoletano di luogo lla (in quel luogo, ivi) avverbio che in italiano è là; sia l’avv. napoletano che quello italiano sono ambedue derivati dal lat. (i)lla(c): in napoletano mancando un omofono ed omografo lla non è necessario accentare distintivamente l’avverbio, come è invece necesario nell’italiano là dove è presente l’omofono ed omografo la art. determ. f.mle. C’è invece un napoletano po’ che necessita dell’apostrofo finale: è il po’= può (3° pr. sg. ind. pres. di potere) che derivando dal lat. po(test) comporta la caduta d’una vera sillaba, caduta da indicarsi con l’apostrofo che serve altresí a distinguere l’ omofono po = poi . Rammento infine che nel napoletano non esiste un po’ apocope di poco ( apocope che invece esiste nell’italiano) poi che nel napoletano poco è sempre usato in forma intera poco (cfr. ‘nu poco ‘e…(un po’ di…) – a ppoco â vota (un po’ alla volta); nel napoletano scritto c’è una sola parola nella quale cadendo una consonante finale è necessario fornire la parola residua di un segno d’apocope (‘): sto parlando della negazione nun= non che talvolta viene apocopata in nu da rendersi nu’ per evitarne la confusione con l’omofono ‘nu (un, uno) che conviene sempre fornire del segno (‘) d’aferesi e ciò in barba a troppi moderni addetti e non addetti ai lavori partenopei per i quali è improvvidamente invalso l’uso di rendere l’articolo indeterminativo maschile nu senza alcun segno diacritico alla medesima stregua dell’articolo indeterminativo femminile ‘na che è reso na senza alcun segno diacritico, quasi che il segnare in avvio di parola un piccolo segno (‘) comportasse gran dispendio di energie o appesantisse la pagina scritta. Ed invece a mio avviso l’evitare di apporlo, è patente segno di sciatteria e pressappochismo dello scrittore (si chiamasse pure Di Giacomo,F.Russo,E. Nicolardi etc.e giú giú fino ad E.De Filippo). Qualcuno mi à fatto notare che il termine mo non potrebbe derivare da mox in quanto, pare, che una doppia consonante come cs cioè x non possa cadere senza lasciar tracce, laddove ciò è invece possibile che accada specie per una dentale intervocalica come la d di modo. Ora,a parte il fatto che anche le piú ferree regole linguistiche posson comportare qualche eccezione (come avviene ad es. per la voce della lingua nazionale re che pur derivata dritto per dritto dal latino re(x),si scrive senza alcun segno diacritico traccia della caduta x , anche ammettendo che il napoletano mo discenda da modo e non da mox non si capisce perché esso mo andrebbe apocopato (mo’) o addirittura accentato (mò) atteso che vige comunque la regola che i monosillabi vanno accentati solo quando,nell’àmbito di un medesimo idioma, esistano omologhi omofoni che potrebbero creare confusione. Penso perciò che forse sarebbe opportuno nel toscano/italiano accentare il mò (ora, adesso) per distinguerlo dall’apocope di modo (mo’ dell’espressione a mo’ d’esempio), ma nel napoletano non esistendo il termine modo né la sua apocope è inutile e pleonastico aggiunger qualsiasi segno diacritico (accento o apostrofo) al termine mo (ora/adesso). cuorno s.vo m.le = corno prominenza cornea o ossea, di varia forma ma per lo piú approssimativamente cilindro-conica e incurvata, presente generalmente in numero pari sul capo di molti mammiferi ungulati; anche, ognuna delle due analoghe protuberanze sulla fronte di esseri mitologici o, nell’immagina
zione popolare, del diavolo con etimo dal lat. cornu(m) con tipica dittongazione della ŏ (o intesa tale)ŏ→uo nella sillaba d’avvio della voce singolare, dittongazione che viene meno, per far ritorno alla sola vocale etimologica o, nel plurale reso femminile (‘e ccorne) laddove nel plurale maschile è mantenuta (‘e cuorne) ; rammenterò che in napoletano il plurale femm. ‘e ccorne è usato per indicare le protuberanze cornee reali della testa degli animali, o quelle figurate dell’uomo o della donna traditi rispettivamente dalla propria compagna, o dal proprio compagno, mentre con il plurale maschile ‘e cuorne si indicano alcuni tipici strumenti musicali a fiato o i piccoli o grossi amuleti di corallo rosso usati come portafortuna;ugualmente con valore di portafortuna vengono usati i corni dei bovini macellati, corni che vengon staccati dalla testa, messi a seccare, opportunamete vuotati e talvolta tinti di rosso tali cuorne, non piú ccorna devono rispondere – nella tradizione partenopea a precisi requisiti, dovendo necessariamente essere russo, tuosto, stuorto e vacante pena la sua inutilità come porte-bonheur. russo= rosso (da non confondere con ruosso che è grosso)di colore rosso derivato del latino volgare russu(m) per il class. ruber; tuosto= duro, sodo, tosto derivato del lat. tostu(m), part. pass. di torríre ‘disseccare, tostare’con la tipica dittongazione partenopea della o→uo; stuorto = storto, ritorto,non dritto, scentrato derivato del lat. tortu(m), part. pass. del lat. volg. *torquere, per il class. torquìre con prostesi di una s intensiva e tipica dittongazione partenopea della o→uo; vacante= cavo, vuoto ed altrove insulso, insipiente part. pres. aggettivato del lat. volg. vacare = esser vuoto, mancante, libero di; a margine rammenterò che esiste un altro tipico cuorno quello de ‘o carnacuttaro (il girovago venditore di trippe bovine che lavate, sbiancate e lessate vengon vendute al minuto opportunamente ridotte in piccoli pezzi serviti su minuscoli fogli di carta oleata, irrorate di succo di limone e cosparse di sale contenuto in un corno bovino, seccato, vuotato, forato in punta, per consentire la fuoriuscita del sale con cui viene riempito, e tappato alla base con un grosso turacciolo di sughero; tale cuorno viene portato pendulo sul davanti del corpo, legato in vita con un lungo spago, in modo che nel suo pendere insista su di una bene identificata zona anatomica; ciò è rammentato nell’espressione: Mo t’’o ppiglio ‘a faccia ô cuorno d’’a carnacotta! (Adesso te lo procuro, prendendolo dal corno della trippa) nella quale ‘o cuorno è usato eufemisticamente in luogo d’altro termine becero, facilmente intuibile se si tiene presente la zona su cui insiste il pendulo corno del sale… l’espressione è usata con una sorta di risentimento da chi venga richiesto di azioni o cose che sia impossibilitato a portare a compimento o a procurare, non essendo le une o le altre nelle sue capacità e/o possibilità. A questo punto devo pensare che il povero sindaco si sia fatto in piena scienza e coscienza imbrogliare, turlupinare per elargire soldi pubblici ad un amico degli amici e mi dà il destro per illustrare alcuni interessanti verbi quali IMBROGLIARE,INGANNARE,ABBINDOLARE, INTRIGARE,RUBARE

Questa volta tento una piú o meno esauriente elencazione dei verbi partenopei che rendono quelli rammentati in epigrafe; prima di cominciare rammenterò la derivazione dei verbi toscani: imbrogliare verbo transitivo che vale: ingannare, confondere, intrigare, avviluppare per modo che l’ingannato, il confuso, l’avviluppato è quasi impossibilitato a venir fuori dalla situazione fonte del suo inviluppo; etimologicamente imbrogliare è con assoluta probabilità da un imbogliare (con successiva epentesi di una erre eufonica) che, a sua volta è da un in illativo + bollire nel senso di confondere (ciò che bolle si mescola talmente che si fonde con e cioè confonde. Non dissimile la strada di abbindolare: propriamente far matassa sul bindolo e metaforicamente ingannare etc. come per imbrogliare; etimologicamente il bindolo (da cui il verbo abbindolare) è un diminutivo del tedesco winde che originariamente fu una macchina che girata da un cavallo serviva per attingere acqua, e poi un molto piú piccolo arnese su cui ammatassar filati; alquanto diverso il verbo ingannare v. tr. 1 operare con frode e malizia ai danni di qualcuno: ingannare il prossimo; ingannare il marito, la moglie, tradire | indurre, trarre in errore (anche assol.): ingannare l’avversario con una finta; l’apparenza inganna 2 deludere: ingannare le speranze, la fiducia di qualcuno | eludere: ingannare la vigilanza 3 (fig.) rendere meno gravosa una situazione o una sensazione spiacevole: chiacchierare per ingannare l’attesa; fumare per ingannare il tempo; cercava di distrarsi per ingannare la fame ||| ingannarsi v. intr. pron. cadere, essere in errore; giudicare erroneamente: ingannarsi sul conto di qualcuno; se non mi inganno, sta per scoppiare un temporale. Per l’etimo occorre riferirsi ad un lat. tardo ingannare, da gannire ‘mugolare’ e poi anche ‘scherzare’, con cambio di coniugazione; ed altresí diverso è il verbo intrigare v. tr. 1 avviluppare, intricare: intrigare una matassa 2 (fig.) turbare, imbarazzare: Quel silenzio di Oreste la intrigava (CAPUANA) 3 (fig.) affascinare, interessare, incuriosire: un film che intriga lo spettatore ||| v. intr. [aus. avere] darsi da fare, tramando imbrogli, per ottenere qualcosa; macchinare: intrigare per avere un posto, una nomina ||| intrigarsi v. rifl. intromettersi in faccende poco chiare o che possono creare fastidi; impelagarsi: intrigarsi in un brutto affare | (fam.) impicciarsi, immischiarsi: intrigarsi dei, nei fatti degli altri. Etimologicamente intrigare è una variante di intricare , (dal lat. intricare, comp. di in- illativo e un deriv. di tricae -arum (pl) ‘intrighi, imbrogli’) variante di origine sett. (per la g al posto della c); non manca poi un influsso del fr. intriguer. Rubare v. tr. 1 appropriarsi in modo illecito di beni altrui; sottrarre ad altri qualcosa, spec. con l’astuzia o con la frode (anche assol.): rubare il portafoglio a qualcuno; mi ànno rubato l’automobile; essere sorpreso a rubare | detto di animale: il gatto à rubato la salsiccia; l’anello della regina fu rubato dalla gazza | rubare lo stipendio, percepirlo senza meritarselo | rubare sulla spesa, sul prezzo, sul peso, aumentarli indebitamente ‘ rubare a man salva, senza misura 2 (fig.) sottrarre, portar via quanto appartiene ad altri: à rubato il fidanzato all’amica; rubare l’affetto di una persona | rubare un’idea, metterla in opera spacciandola per propria | rubare il tempo a qualcuno, farglielo perdere | rubare ore al sonno, al riposo, dormire, riposare meno del necessario | rubare il mestiere a qualcuno, fare indebitamente o inopportunamente ciò che compete ad altri | rubare il posto a qualcuno, soppiantarlo in quel posto | rubare qualcosa con gli occhi, mostrare di desiderarla molto ‘ rubare la vista, si dice di edificio che si innalza davanti a un altro, riducendo di molto la vista che si godeva da quest’ultimo ||| rubarsi v. rifl. rec. contendersi: le amiche si rubavano la sposa. Ciò detto veniamo ai verbi napoletani che, senza eccessive o particolari differenze, indicano tutti (con la sole eccezioni dei numerosi verbi che indicano esattamente il rubare e di cui dirò in coda) indicano tutti le azioni tese a confondere, ingannare, avviluppare etc.: – arravuglià: in primis avvolgere e per estensione semantica raggirare, imbrogliare,sottrarre da un basso latino ad-revoljare iterativo del classico volvere; da notare la consueta assimilazione regressiva della d con la successiva r; rammento qui quale deverbale di arravuglià il sostantivo partenopeo arravuogliacuosemo che è il raggiro, l’imbroglio ed estensivamente il saccheggio, il furto esteso fino al totale repulisti; la parola, costruita partendo, come detto dal verbo arravuglià è addizionata del termine cuosemo che non è, come a prima vista potrebbe sembrare, il nome proprio Cosimo quanto – piuttosto – la corruzione del latino quaesumus, nacque come espressione irriverentemente furbesca, in ambito chiesastico, dall’osservazione di taluni gesti sacerdotali durante le celebrazioni liturgiche; – attrappulià e attrappià che nel significato di tender trappole e dunque ingannare sono dallo spagnolo atrapar forgiato su trampa poi trappa e infine trappola = lacciuolo; ambedue i verbi a margine in senso piú esteso significano rubare, involare. – cabbulïà v. tr. tramare, raggirare, quanto all’etimo è un denominale di cabbala s.vo f.le = cabala (dall’ebr. qabbalah, propr. ‘dottrina ricevuta, tradizione’) 1 (relig.) l’insieme delle dottrine esoteriche e mistiche dell’ebraismo, la cui diffusione ebbe origine nel sec. XII nella Francia merid. e nella Spagna 2 arte con cui, per mezzo di numeri, lettere o segni, si presumeva di indovinare il futuro o di svelare l’ignoto | (estens.) operazione magica; cosa misteriosa, indecifrabile | cabala del lotto, serie di operazioni aritmetiche per indovinare i numeri del lotto 3 (fig.come nel caso che ci occupa ) intrigo, raggiro, macchinazione. – cuficchià che vale: imbrogliare, intrigare e con significato piú circoscritto tradire la propria consorte; il verbo è un denominale di cufecchia/cofecchia[imbroglio, raggiro, tradimento] s.vo fle derivato dall’agg.vo greco kóbalos (furbo, imbroglione) per il tramite di un neutro pl. poi inteso fle sg. *kobalíc(u)la→ *koba(lí)c(u)la→ *kobacla→*kofacla→*kofecchia→cofecchia con tipica alternanza b→f di fondo osco; – fóttere: che è dal basso latino futtere per il classico futuere e che di per sé sta per: possedere carnalmente e metaforicamente imbrogliare e raggirare azioni che contengono l’idea del possesso dell’altrui mente, correlativamente al possesso del corpo altrui espresso dall’atto sessuale; analogo possesso rifacentesi al coire è contenuto nei due successivi verbi che sono: – frecà: che è dal latino fricare = strofinare, quale quello dei corpi durante il coito; – fruculià: ci troviamo anche qui nel medesimo ambito del verbo precedente e dell’azione che esso connota in primis; del resto etimologicamente fruculià è dal basso latino fruculjare frequentativo di fricare; – lefrechïà/ refrechïà che è il vero e proprio raggirare, attraverso la proposizione di cavilli, sofismi, pretesti, scuse id est con intrighi, sotterfugi ed affini al fine di imbrogliare,ingannare etc.; etimologicamente è un verbo denominale del s.vo f.le lefreca/refreca (in primis:pezzetto, minuzia, inezia e poi: cavillo, pretesto, sofisma, scusa); lefreca/refreca è un deverbale del lat. *refricare iterativo di fricare

– ‘mbruglià: evidente adattamento locale del nazionale imbrogliare cui, per l’etimo, rinvio; – ‘mballà: letteralmente corrisponde al nazionale: mettere nel sacco e dunque avviluppare, raggirare, confondere, tener costretto; etimologicamente è voce che è pervenuta nel napoletano attraverso il francese emballer alla medesima stregua del toscano imballare che però à conservato il solo significato di mettere in balle, mentre il napoletano ne à dato anche quello estensivo di inviluppare mentalmente; – ‘mpacchià: letteralmente: insozzare, macchiare ed estensivamente poi tutti i significati rammentati di azioni tese all’inganno, all’imbroglio, alla confusione;etimologicamente il verbo ‘mpacchià è un denominale del lemma pacchio/a (cibo generico, ma segnatamente abbondante, quello che può comportare di macchiarsi, insozzare) da un latino patulum onde pat’lum → pàclum → pacchio; – ‘mpapucchià: che è di medesima portata del precedente, sia come significato di partenza che come sviluppo semantico; etimologicamente se ne differenza in quanto il precedente ‘mpacchià fa riferimento – come visto – a pacchio/a, ‘mpapucchià è invece da collegarsi ad un in + papocchia che è la pappa molliccia, brodosa (ben atta ad insudiciare) e per traslato l’intrigo, l’imbroglio; etimologicamente papocchia è, attraverso il suffisso occhia, il dispregiativo d’un latino papa che indicò appunto la pappa per i pargoli; – ‘mprecà: che è il vero e proprio raggirare, attraverso le piú varie strade con intrighi, sotterfugi ed affini e dunque anche il piú generico imbrogliare,ingannare etc.; etimologicamente non è aggiustamento del toscano imprecare che proveniente dal latino in + precari stava per invocare, rivolger preghiere(e solo in senso antifrastico, diventato poi senso principale: lanciare insulti) cose ben diverse dal raggirare; in realtà ‘mprecà è sistemazione dialettale dal catalano in +bregar da cui anche il toscano brigare: ingegnarsi d’ottenere qualcosa con raggiri, cabale e peggio, di identica portata del napoletano ‘mprecà; – ‘mpruzà o ‘mprusà: letteralmente le due diverse grafie del medesimo verbo, starebbero per sodomizzare e solo per traslato, come per i precedenti: fottere,frecà e fruculià vale ingannare, imbrogliare, raggirare; in effetti il verbo, d’origine gergale, è forgiato da un in illativo + la parola proso che appunto, nella c.d. parlesia (gergo dei suonatori ambulanti, posteggiatori e talora malviventi), è la parola che indica il culo e dunque letteralmente ‘mprusà o ‘mpruzà è l’andare in culo e per traslato l’ingannare, l’imbrogliare, il raggirare etc; sulla medesima parola proso è forgiato il termine ‘mprusatura o ‘mpruzatura e con alternanza p b anche ‘mbrusatura o ‘mbruzatura che sono esattamente il raggiro, l’imbroglio, l’inganno; – ‘mpasturà: letteralmente: truffare in una vendita e piú in generale nei significati in epigrafe; etimologicamente il verbo napoletano è sistimazione dialettale del toscano impastoiare (metter pastoie (dal tardo latino pastoria(m) ed il napoletano, rispetto all’italiano che appunto à pastoia à conservato la erre di ‘mpasturà), intralci,impedimenti; – ‘nfunucchià: che letteralmente è infinocchiare, imbrogliare tentando di far apparir buono o gustoso, ciò che buono o gustoso non sia: anticamente gli osti che servivano ai propri avventori un vino non troppo buono, erano soliti presentarlo, accompagnato con del finocchio fresco, finocchio che à tra le sue qualità quella di migliorare il gusto di taluni cibi e/o bevande assunti dopo d’aver mangiato il finocchio; invalse cosí l’uso di aggiungere a molte preparazioni culinarie, per migliorarne il sapore, del finocchio, specialmente selvatico, sotto forma o di barbe o di semi e nel parlato comune si disse in italiano: infinocchiare ed in napoletano: ‘nfunucchià , questa sorta di imbroglio; – ‘ntapecà: letteralmente: macchinare, tramare e perciò ingannare, imbrogliare; il verbo è un denominale di ‘ntapeca: macchinazione, trama; detta voce, cosí come il verbo che se ne è ricavato sono da un antico italiano: antapòcha voce forense da un identico tardo latino che richiama altresí un greco antapochè usato per indicare una nuova, valida scrittura che ne revochi un’ altra per quanto di per sé valida (e dunque sorta di inganno, raggiro); –ntrammià letteralmente: macchinare,ordire, tesser trame e perciò ingannare; il verbo è un denominale di tramma(dal lat. trama(m) con raddoppiamento espressivo della nasale bilabiale (m) e protesi di una n eufonica che non necessita d’aferisi) trama/tramma : s. f. 1 il complesso dei fili che, intrecciati perpendicolarmente con l’ordito, formano il tessuto 2 (fig.come nel caso che ci occupa) macchinazione, intrigo: ordire, scoprire una trama 3 (fig.) l’insieme delle vicende che costituiscono lo svolgimento di un racconto, un romanzo, un’opera teatrale, un film ecc.: una trama avvincente, semplice, complicata 4 (sport) serie di azioni di gioco ben coordinate compiute da una squadra. macchinazione, trama Percaccià v. trans. letteralmente: procacciare, fare in modo di avere di ottenere, di procurare qualcosa, ma ordendo o tessendo trame e perciò ingannando ;etimologicamente il verbo a margine è formato dalla preposizione lat. pro (a favore, a vantaggio) e dall’infinito cacciare (dal lat. *captiare, der. di capĕre «prendere»); pupà/’mpupà v. trans. doppia morfologia di unverbo antico (registrato però dal solo Andreoli;inopinatamente manca nel D’Ambra) ed abbondantemente desueto; probabilmente fu d’uso gergale tra i ladri; letteralmente: ingannare, abbindolare, raggirare, truffare, giocare, circuire,trattare da bambino/a; per estensione semantica rubare, frodare, fregare con facilità cosa estremamente agevole se operata nei confronti d’un minore; etimologicamente denominale del lat. pupa= fanciulla; – trappulià: letteralmente porre trappole (ad un dipresso come il precedente ‘mpasturà ; il verbo trappulià nel napoletano v’è giunto attraverso lo spagnolo atrapar che è propriamente porre inganni, impedimenti per far cadere; (vedi il prec. Attrappulià); – Trastulià che letteralmente è il porre in essere innocenti giochini o inganni da saltimbanchi ed estensivamente ogni altro inganno teso ad imbrogliare, raggirare etc; ad un superficiale esame potrebbe sembrare che il verbo napoletano sia un adattamento del toscano trastullare; non è così, però; è vero che ambedue i verbi, l’italiano ed il napoletano, partono da un comune latino transtum che fu in origine il banco cui erano assisi i rematori delle galee romane, per poi divenire i banchi su cui si esibivano i saltimbanchi con i loro trucchi ed inganni detti in napoletano trastule e chi li eseguiva trastulante passato in seguito a definire l’imbroglione tout cour, ma mentre l’italiano trastullare è usato nel ridotto significato di dilettare con giochini i bambini, il napoletano trastulià à il piú duro significato di mettere in atto trucchi ed inganni, e non per divertire i bambini, quanto per ledere gli adulti; – Zannià: verbo che si riallaccia, come origine, agli antichi giochi e trucchi dei saltimbanchi, figurazioni di ben piú dolorosi e gravi inganni e trucchi perpetrati in danno degli adulti; il verbo sta quasi per: comportarsi da zanni(o Giovanni di cui è diminutivo) che fu l’antico servo della commedia dell’arte e delle rappresentazioni popolari, aduso a compier a suo pro inganni, trucchi ed imbrogli. Come ò accennato elenco infine ed esamino tutti quei numerosi verbi napoletani che rendono il rubare dell’italiano; abbiamo: arrubbà v. tr. = rubare in tutti i medesimi significati del corrispondente verbo italiano, ma sarebbe fallace pensare che il verbo napoletano sia stato marcato sull’italiano rubare (che etimologicamente è dal germ. raubon) ; in realtà il verbo partenopeo à un diverso etimo di quello italiano risultando essere un denominale di robba (ro
ba)(dal tedesco rauba =bottino,preda) attraverso un ad→ar per assimilazione regressiva + robba = adrobba→arrobba→arrobbare→arrubbare/arrubbà= darsi al bottino, alla preda; accrastà v. tr. = agguantare,rapinare, sopraffare violentemente; etimologicamente da un lat.parlato *ad-crastare metatesi d’un classico castrare= tagliare; affucà v. tr. = in primis soffocare, affogare, uccidere e poi per ampliamento semantico, ma usato come riflessivo di vantaggio: affucarse appropriarsi di qualcosa, sottrarre; etimologicamente da un lat. volg. *affocare per offocare ‘strozzare’, da ob e fauces, pl. di faux -cis ‘gola’, aggraffà v. tr. = in primis abbrancicare, afferrare e poi per ampliamento semantico togliere, levare; arrefulïà in primis assottigliare,ridurre, diminuire di poco in poco e poi per ampliamento semantico togliere,sottrarre e quindi rubare; etimologicamente da un lat. volg.*ad- refilare→arrefilare→arrefulïare, deriv. di filum ‘filo’; furà v. tr. = sottrarre,rapinare,rubare con destrezza è voce essenzialmente usata anticamente in poesia; il verbo a margine ripete dritto per dritto il basso latino furare per il classico furari da fur/furis, da cui anche l’taliano furto.

grancïà/rancïà v. tr. = sottrarre,rapinare,rubare con destrezza servendosi di arnesi da scasso; etimologicamente è un denominale di grancio = granchio (dal lat. cranciu(m) con lenizione cr→gr e semplificazione di gr→r per la forma rancïà; interessante il passaggio semantico dalle chele del granchio agli arnesi da scasso. scraffignà v. tr. = portare via con lestezza,rapinare,rubare; etimologicamente denominale di graffa/*craffa ‘uncino’ deriv. dal longob. *krapfo ‘uncino’ con protesi di una . s(intensiva) Degli altri verbi (attrappulià e attrappià,arravuglià etc.) che per traslato o estensione semantica valgono rubare ò già détto precedentemente, per cui penso che potrei annotare il consueto satis est, ma mi piace concludere queste paginette rammentando che il piú icastico sostantivo usato per riferirsi ad una situazione in cui si sia rimasti vittima di un furfante, un impostore,un lestofante, un truffatore, un imbroglione è futtitura s.vo f.le che vale appunto imbroglio, inganno, raggiro, truffa, turlupinatura. fregatura, frode ed è voce deverbale del pregresso fóttere addizionato del suffisso tura lo stesso che uro/a suffisso di pertinenza spesso nella forma turo/a deriv. dal fr. -ure, usato al maschile ed al f.le (uro/turo – ura/tura); al m.le è usato per formare sostantivi relativi ad oggetti o a parti di oggetti (cfr. pisciaturo,trapenaturo, ballaturo,accuppatura etc.) o termini tecnici, chimici etc.ed al f.le (ura/tura) per formare sostativi deverbali astratti (cfr. friscura,bruttura, pensatura) o concreti(cfr. frittura,futtitura, appusatura) .

Va da sé che, concludendo, il sindaco casertano debba vergognarsi della sua azione, debba cioè metterse scuorno! SCUORNO Con il s.vo astratto in epigrafe si rende stringatamente in napoletano quelli che in italiano possono essere volta a volta : vergogna, umiliazione, beffa, ignominia, infamia, disonore, macchia, onta e piú esattamente si significa il senso di umiliazione e di vergogna, spesso accompagnato da beffa o dal ridicolo, provocato dal fatto di non essere riusciti in un intento, o dall’essere stati facilmente superati o sconfitti da altri o anche il senso di mortificazione, di turbamento e di disagio suscitato dalla coscienza o dal timore della riprovazione e della condanna (morale o sociale) di altri per un’azione, un comportamento o una situazione, che siano o possano essere oggetto di un giudizio sfavorevole, di disprezzo o di discredito. Soprattutto in quest’ultima accezione il termine in epigrafe è presente nella locuzione partenopea: Metterse scuorno spesso coniugata all’imperativo Miéttete scuorno!/Miettaténne scuorno! o al congiuntivo imperfetto in funzione ottativa: Se ne mettesse scuorno! Letteralmente Metterse scuorno vale Vergognarsi; id est: Avvertire su di sé, quasi a pelle,a mo’ d’abito un sentimento che è quello di mortificazione derivante dalla consapevolezza che un’azione, un comportamento, un discorso, un atteggiamento ecc., propri o anche di altri, sono disonorevoli, sconvenienti, ingiusti o indecenti e provarne apertamente anche con la manifestazione del rossore del viso, disonore, imbarazzo, disagio, scorno. scuorno s.vo astratto neutro = scorno, vergogna, umiliazione, beffa, ignominia, infamia, disonore, macchia, onta;etimologicamente è voce deverbale di scurnà = mettere in ridicolo, deridere, svergognare che a sua volta è ricavato dal lat. cŏrnu-m con protesi di una S distrattiva che indica semanticamente la perdita di qualcosa, che nella fattispecie è la durezza del corno atteso che chi prova scorno, vergogna, umiliazione dimostra, col restare in preda allo scorno di non avere piú la faccia tosta per reggere l’ignominia, l’infamia, il disonore, l’onta di cui si è macchiato.

E con ciò vi saluto. A risentirci!

Raffaele Bracale

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 15 Dicembre 2013 e modificato l'ultima volta il 15 Dicembre 2013

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