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DIZIONARIO NAPULITANO

Le parole della settimana: scuorno, muzzarella e ‘nnacchennello

dizionario napulitano
Lingua Napoletana | 22 Novembre 2013

Scuorno, parola usata in un nostro titolo, dedicata alla nomina di un damerino vacuo, simbolo del male, quale ambasciatore nel mondo per Pompei. E poi, ancora, muzzarella e nnacchennello. Come sempre a cura del nostro Raffaele Bracale.

Scuorno

Con il s.vo astratto in epigrafe si rende stringatamente in napoletano quelli che in italiano possono essere volta a volta: vergogna, umiliazione, beffa, ignominia, infamia, disonore, macchia, onta e piú esattamente si significa il senso di umiliazione e di vergogna, spesso accompagnato da beffa o dal ridicolo, provocato dal fatto di non essere riusciti in un intento, o dall’essere stati facilmente superati o sconfitti da altri o anche il senso di mortificazione, di turbamento e di disagio suscitato dalla coscienza o dal timore della riprovazione e della condanna (morale o sociale) di altri per un’azione, un comportamento o una situazione, che siano o possano essere oggetto di un giudizio sfavorevole, di disprezzo o di discredito.

Soprattutto in quest’ultima accezione scuorno è presente nella locuzione partenopea: Metterse scuorno spesso coniugata all’imperativo Miéttete scuorno!/Miettaténne scuorno! o al congiuntivo imperfetto in funzione ottativa: Se ne mettesse scuorno! Letteralmente Metterse scuorno vale Vergognarsi; id est: Avvertire su di sé, quasi a pelle,a mo’ d’abito un sentimento che è quello di mortificazione derivante dalla consapevolezza che un’azione, un comportamento, un discorso, un atteggiamento ecc., propri o anche di altri, sono disonorevoli, sconvenienti, ingiusti o indecenti e provarne apertamente anche con la manifestazione del rossore del viso, disonore, imbarazzo, disagio, scorno. scuorno s.vo astratto neutro = scorno, vergogna, umiliazione, beffa, ignominia, infamia, disonore, macchia, onta;etimologicamente è voce deverbale di scurnà = mettere in ridicolo, deridere, svergognare che a sua volta è ricavato dal lat. cŏrnu-m con protesi di una S distrattiva che indica semanticamente la pedita di qualcosa, che nella fattispecie è la durezza del corno atteso che chi prova scorno, vergogna, umiliazione dimostra, col restare in preda allo scorno di non avere piú la faccia tosta per reggere l’ignominia, l’infamia, il disonore, l’onta di cui si è macchiato.

Muzzarella

s.f. 1) formaggio fresco di origine campana e bassolaziale, a pasta bianca e molle, in forme sferiche o di treccia, prodotto tassativamente con latte di bufala.

2) (fig.) persona estremamente fiacca. Ci troviamo a parlare di una voce nata in Campania e poi adottata nel basso Lazio ed infine trasmigrata nel lessico nazionale; per il vero la voce mozzarella dovrebbe essere d’uso esclusivo di Campania e basso Lazio in quanto è soltanto in tali regioni e non in altre che viene prodotta l’autentica,unica, vera mozzarella formaggio fresco a pasta bianca e molle, , prodotto tassativamente con latte di bufala; formaggi similari prodotti in altre regioni con latte vaccino usurpano il nome di mozzarella di cui copiano i sistemi di lavorazione ,ma non l’ingrediente di base: il latte intero di bufala, di modo che tuttalpiú possono chiamarsi fiordilatte= (formaggio fresco di pasta filata, molle e cruda, prodotto con latte di vacca) ma non mozzarella che etimologicamente è un deverbale di mozzare = troncare in un sol colpo una parte da un tutto, come avviene nel caso appunto delle mozzarelle che in pezzi di circa 3 etti cadauno vengono troncati (un tempo a mano, oggi anche con l’ausilio di mezzi meccanici),mediante torsione e strappo (mozzatura) da un filone di pasta filata , filone ricavato dalla lavorazione artigianale (con procedure un tempo addirittura segrete, trasmesse di padre in figlio) di latte intero di bufala.

Nnacchennello/a & Nacchero

I vocaboli in epigrafe sono oggi fra i napoletani piú giovani quasi sconosciuti, mentre persistono (almeno il primo) nella memoria e nell’uso di quelli piú avanti negli anni. Con tale vocabolo si indica il lezioso, lo svenevole, lo eccessivamente complimentoso, il vagheggino, il manierato cicisbeo; è chiaro che in un’epoca come la nostra che à statuito la parità dei sessi sarebbe impensabile un uomo che si comportasse verso il gentil sesso in maniera tale da esser paragonato a quei settecenteschi cavalier serventi che solevano portare lunghe capigliature spartite sulle fronte e tirate sul volto a coprire un occhio, mentre con l’altro, attraverso un occhialetto,spesso colorato, sogguardavano le dame ; tale postura faceva pensare che i suddetti cavalieri non avessero che un occhio;in francese la cosa suonava: il n’à q’un oeil che letto rapidamente diveniva il n’à che n’el da cui i napoletani trassero nnacchennello voce che i giovanotti degli anni intorno al 1960 accorciarono quasi gergalmente in nnacchero, mantenendo il significato di vagheggino, manierato cicisbeo,bellimbusto, stravagante. Difficilissimo trovare riscontri etimologici nei lessici dei maggiori linguisti partenopei: quasi tutti non registrano i due vocaboli in epigrafe o se lo fanno evitano di azzardare un’idea etimologica trincerandosi dietro un pilatesco etimo incerto o sconosciuto; fa eccezione l’amico avv. Renato de Falco che registra nnacchennello, ma non nnaccaro, e propone una strada etimologica che non è quella che ò percorso poc’ anzi e di cui dico in coda; ugualmente fa eccezione il defunto prof. Francesco D’Ascoli che ugualmente registrò nnacchennello.

Ma non nnaccaro, e propose però una strada etimologica che reputo impercorribile atteso che egli intese far derivare il napoletano nnacchennello da un italiano naccherino s. m. ( voce ant.) 1) dim. di nacchera. 2) sonatore di nacchere 3 (tosc.) bambino vispo e grazioso.

Ora a parte il fatto che aborro l’idea che il napoletano possa essere tributario dell’italiano (sia pure per un qualche singolo, sperduto vocabolo, nella fattispecie ognuno vede che se pure con un grosso sforzo mentale, semanticamente si può tentare di mettere in collegamento un bambino vispo e grazioso,con manierato, giovane bellimbusto, ben difficilmente (se si eccettuano le due sillabe iniziali) si può trovare un legame morfologico tra naccherino e nnacchennello. Di naccaro poi nessuno dei vocabolaristi partenopei parla ed io comunque li giustifico tutti trattandosi, come ò detto, di una voce quasi gergale coniata ( per dileggio nei confronti di qualche giovanotto un po’ troppo educato e gentile sino ad apparire effeminato) nella seconda metà del 1900 in àmbito giovanile, adattando per accorciamento la preesistente, nota voce nnacchennello.

Faccio notare che partendo dal francese n’à q’un oeil che letto rapidamente diveniva il n’à che n’el i napoletani trassero nnacchennello con geminazioni espressive della nasale iniziale e della liquida finale e consueta paragoge di una semimuta finale (qui o) atteso che i napoletani non amano le parole che terminino per consonante (cfr. alibi tramme←tram, bisse←bis, barre←bar,gasse←gas, autobbusso←autobus etc. ); unica eccezione la negazione nun . Ricordo infine, per tornare a nnaccaro, che in napoletano esiste la voce nacca che con etimo dal greco volg. nàkion vale gambo di pianta, germoglio e anche gamba umana, anca e si potrebbe esser colti dalla tentazione di pensare, per l’etimo di nnaccaro, ad una avvenuta agglutinazione tra nacca ed un suffisso di pertinenza aro/aio, ma non vedo come si possa mettere in collegamento un gambo di pianta,un germoglio o anche una gamba umana,un’anca con il solito manierato, giovane bellimbusto; non ci resta quindi che arrenderci alle ragioni del linguaggio gergale, prender per buona l’idea che naccaro non è che un accorciamento espressivo e di comodo di nnacchennello e fare punto qui.

Rammento in coda a tutto quanto détto, che taluni, tra i quali l’amico Renato de Falco, ipotizzano che la derivazione della voce in esame sia da collegare a quegli elegantoni bellimbusti un po’ effeminati che erano soliti usare il monocolo ed a loro avviso dal monocolo al non avere che un occhio solo il passo sarebbe breve. Trovo però l’idea non perseguibile per una semplicissima considerazione (e mi merraviglio che l’amico Renato non v’abbia posto mente…) e cioè che il monocolo era usato, non per eleganza, ma per necessità da tutti quelli (e tra di essi anche Raffaele Viviani che, per certo, non era un elegantone bellimbusto ed un po’ effeminato) che fossero miopi da un solo occhio e non necessitavano perciò di un occhiale a due lenti. Rimango perciò fermo nel mio punto di vista e non mi accodo all’ipotesi dell’amico Renato de Falco.

Raffaele Bracale

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 22 Novembre 2013 e modificato l'ultima volta il 11 Dicembre 2018

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